DROGA: LA PAURA DELLA MORTE SENZA AMARE LA VITA
A colloquio con Padre Mauro Lepori, Abate di Hauterive

A cura di Roby Noris



Le due grandi espressioni della cultura dominante sono da una parte l'aborto e dall'altra l'eutanasia, cioè la paura della morte, l'eutanasia, e il non amore della vita, l'aborto. In un certo senso il problema della droga si situa fra questi due, è l'espressione di questa contraddizione all'interno dell'esistenza. Perché la tossicodipendenza è una paura della morte combattuta con dei mezzi che distruggono la vita.

D: Come hai conosciuto la Comunità di Rives du Rhône che ti ha permesso, all'interno di una storia di amicizia, di incontrare una realtà come quella della tossicodipendenza?

R: La nostra Abbazia conosce la Comunità di Rives du Rhône da parecchi anni. Questa Comunità ha infatti scelto di inviare alcuni dei suoi giovani alla fine della cura nell'Abbazia di Hauterive per fare un mese o più, a volte anche due mesi o tre di stage per completare il cammino di ricostruzione della persona nel campo spirituale, nel campo della preghiera. Questo mi ha portato a conoscere da vicino sia questi giovani, che hanno vissuto con noi, sia il Foyer in quanto tale. Ciò mi ha permesso di vedere la serietà e la verità del cammino che viene proposto al Rives du Rhône a questi ex tossicodipendenti.

D: Hai conosciuto anche dei ticinesi?
R: Sì, ci sono stati alcuni ticinesi , in particolare ne ho conosciuto uno che era sieropositivo e ha terminato la cura. Ha vissuto ancora un paio d'anni dopo il soggiorno ad Hauterive. Ho potuto accompagnarlo durante questi anni della fine della sua vita fino alla morte. Una morte che ha abbracciato in totale abbandono a Dio e, benché sia morto giovane, trentatre anni, ho visto come una vita può compiersi in poco tempo e che quei pochi anni di vita cosciente e libera, che ha potuto avere grazie alla cura al Foyer Rives du Rhône, sono stati di un'intensità straordinaria.

D: Dal Foyer Rives du Rhôneè partita, alcuni anni fa, l'idea centrale che ci ha portato oggi a riflettere sulla questione politica. Come hai seguito questo evolversi di un'idea che è diventata in seguito iniziativa politica?
R: L'ho seguito appunto tramite queste persone, con la conoscenza e l'amicizia di queste persone, direi anche all'interno della loro urgenza di trasmettere la verità della loro esperienza, all'interno quindi della possibilità sperimentata di uscire dalla schiavitù della droga e del desiderio di testimoniare che questo è possibile anche agli altri. Ma questo naturalmente è impossibile senza un sostegno della società e dello Stato. Da lì è nata l'idea dell'iniziativa e da lì è nata anche la mia adesione al Comitato di sostegno.

D: Il panorama attuale è contraddistinto da molte prese di posizione che di fatto sono animate da un comune desiderio di trovare una strada per combattere la droga, ma sembrerebbe quasi impossibile trovare una possibilità di comprensione. Tu come reagisci di fronte a quello che sta succedendo?
R: Partendo appunto dall'esperienza diretta che ho avuto con queste persone. È un punto di appoggio per sostenere il mio giudizio e anche per giudicare certe falsità o menzogne oppure certe imprecisioni che circolano attualmente nel dibattito dei media. Credo che l'iniziativa abbia messo a nudo l'inadeguatezza dello Stato di fronte al problema della droga. C'è un problema che è generale e che non concerne solo la droga. Lo, Stato, di fronte ai problemi sociali non va fino all'uomo, cioè lo Stato reagisce ai problemi sociali senza andare al fondo della questione, senza andare fino all'uomo nella sua dignità globale. Lo si vede nel problema dell'AIDS, nel problema della disoccupazione. Non c'è quasi mai questa capacità, questa possibilità di andare fino alla persona e in questo caso il non andare fino alla persona, fino all'uomo, nella questione della droga, lo si vede nel rapporto dello Stato con la libertà delle persone. Cioè il problema della droga è che la libertà della persona è annullata da questo consumo e lo Stato non può dare delle soluzioni, come la distribuzione di eroina, che mantengono le persone in questa dipendenza, in questa non libertà. Lì si vede come è difficile per la cultura che domina attualmente saper riconoscere che la libertà della persona è più grande non solo dello Stato ma anche dei problemi sociali stessi. Una soluzione, almeno dal punto di vista cristiano, dovrebbe essere quella di affermare questa libertà, questa capacità o questa grandezza della libertà umana più grande dei problemi dello Stato, degli interessi politici o economici, di affermarla attraverso delle scelte precise e attraverso certi metodi, accettando anche la testimonianza di chi può, con la sua esperienza, mostrare che questo rispetto della libertà e questa educazione della libertà sono ancora possibili anche per i tossicodipendenti.

D: La Chiesa cattolica ha elaborato delle riflessioni precise sulla tematica droga. C'è chi ritiene però che, queste riflessioni della Chiesa cattolica pur essendo condivisibili, non siano pertinenti al dibattito in Svizzera. Di fronte a questa distinzione, che cosa rispondi?
R: Che il problema è sempre l'uomo, e í documenti del Magistero, in particolare il documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, hanno la preoccupazione della persona e dell'uomo. Per questo il documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia sulla droga è valevole sempre. Un documento del genere non può essere messo fra parentesi quando è in gioco il rispetto della libertà della persona. Direi addirittura che è impressionante come questo documento si adatta al dibattito che si svolge attualmente in Svizzera ed è peccato che non sia abbastanza conosciuto addirittura dai cattolici.

D: I cattolici si trovano in una situazione un po' difficile se vogliono capire quale sia la strada da scegliere, perché da una parte ci sono le riflessioni del Pontificio Consiglio per la Famiglia e dall'altra c'è un comunicato molto chiaro, da parte dei Vescovi svizzeri ... chi invitano a votare no all'iniziátiva. Una situazione delicatissima insomma ...
R: Francamente leggendo la presa di posizione della Conferenza Episcopale Svizzera non ho potuto evitare l'impressione che non ci si sia abbastanza piegati sul problema, tanto è vero che trovo veramente strano che una dichiarazione di questo genere non citi appunto il documento del Consiglio Pontificio per la Famiglia che tocca il problema in modo assolutamente diretto. Bisogna dire che questa dichiarazione dei Vescovi svizzeri è un collage ridotto di affermazioni già apparse in un altro documento più esteso della Caritas Svizzera e della Lega delle donne cattoliche, un documento che è già strano come tono, perché non ha il taglio di una presa di posizione ecclesiale. Non si percepisce un lavoro in cui un problema è giudicato a partire della fede. È una presa di posizione politica come potrebbe esprimerla qualsiasi partito e quando si legge questo documento si ha quasi l'impressione che la Caritas Svizzera sia un organismo dipendente del Dipartimento Federale degli Interni, cioè che sia più un'istituzione alle dipendenze della signora Dreifuss che della Chiesa. Questo mi sento di denunciarlo, ed esprimo la mia delusione perché la condivido con molti cristiani, con molti cattolici, e la condivido con molte persone che nel problema della tossicodipendenza si impegnano col desiderio di esprimere la carità della Chiesa verso le vittime della droga e che in questo momento si trovano estremamente deluse e tradite.

D: In fondo era in gioco un problema sociale e politico. Si ha l'impressione che i Vescovi abbiano delegato a terzi la formulazione della loro posizione.
R: I Vescovi non possono essere esperti in tutti i campi e quindi si sono sicuramente appoggiati e hanno avuto fiducia in certe istanze. Non sta a me mettere in questione i Vescovi svizzeri ma come ogni fedele ho il diritto di esprimere filialmente la mia delusione per un lavoro che a mio giudizio non è stato fatto. Comunque il problema rimane, indipendentemente dall'iniziativa e dalla votazione, e spero che in futuro i Vescovi troveranno il modo di esprimere più adeguatamente la loro carità pastorale.

D: Dopo il 28 di settembre qual è l'indicazione che ti senti di dare alle persone che su questa questione non vuole fermarsi ad un voto ma vuole continuare una strada difficile e lunga?
R: Penso che la droga sia un problema cruciale della nostra società perché mette a nudo la contraddizione fondamentale della nostra cultura, della cultura dominante, contraddizione che consiste nel fatto di aver paura della morte e di non amare la vita. La cultura che domina la nostra società teme la morte senza amare la vita. Le due grandi espressioni di questa cultura sono da una parte l'aborto e dall'altra l'eutanasia, cioè la paura della morte, l'eutanasia, e il non amore della vita, l'aborto. In un certo senso il problema della droga si situa fra questi due, è l'espressione di questa contraddizione all'interno dell'esistenza. Perché la tossicodipendenza è una paura della morte combattuta con dei mezzi che distruggono la vita. Per questo la sola possibilità di aiutare noi stessi, di aiutare la società, di aiutare i tossicodipendenti è di contrapporre a questa contraddizione della paura della morte senza amare la vita, il paradosso cristiano che è un amore alla vita fino a morire per essa. Cioè questo sapere affermare la vita fino a darla, fino a donarla. Questo è il messaggio costante del Papa, ribadito per esempio alle Giornate mondiali della gioventù, e il messaggio di tutta la vita di Madre Teresa di Calcutta. È questa la testimonianza che deve dare la Chiesa. Non tutti sono chiamati a partecipare alle lotte politiche, ma a vivere il Vangelo siamo chiamati tutti, il Vangelo è appunto la possibilità di questo paradosso: un amore della vita che va fino a darla. Credo che se cresce questa consapevolezza della croce e della risurrezione si troverà anche il modo di accompagnare le persone che subiscono in prima persona la contraddizione diffusa in tutta la nostra società. Si troverà il modo di creare e di sostenere quelle iniziative che possano aiutare adeguatamente le vittime di questa cultura, come i tossicodipendenti, a non temere la morte facendo l'esperienza del dono della vita.