Esportazioni di armi o di trattori? Riflessioni sull'iniziativa in votazione

Di Marco Fantoni



È tempo di intervenire sulle cause del sottosviluppo anziché sui suoi effetti. Aiutare con la tecnologia moderna frenando la vendita delle armi, il grande business che rende sempre più ricche molte delle società dell'occidente.

L'8 giugno prossimo saremo chiamati a votare sull'Iniziativa "Per un divieto di esportazione di materiale bellico". Tema scottante in Svizzera, direi quasi tabù, legato a molti interessi e che ha spesso fatto da contrasto a quella tradizione umanitaria che al nostro Paese è sempre stata riconosciuta. In effetti spesso ci si sente dire: "Con una mano vendete armi e con l'altra intervenite con la Croce Rossa". Un'iniziativa combattuta dal settore industriale finanziario e che viene sottoposta al Popolo in un momento economicamente sfavorevole, dove, in modo particolare la disoccupazione ha raggiunto livelli elevati. Dunque l'accettare questa iniziativa significherebbe penalizzare ulteriormente un settore della nostra economia, contribuendo pure ad un'ulteriore perdita di posti di lavoro, con conseguente peggioramento della vita dei lavoratori del settore. D'altra parte non possiamo nascondere le peggiori conseguenze che il rifiuto di questa proposta porterebbero e che d'altronde portano attualmente e cioè l'uso effettivo delle armi esportate. Non possiamo nemmeno nascondere le nostre responsabilità affermando che comunque se non esportiamo noi, altri continueranno a farlo. Una riflessione in merito dunque deve essere fatta. Quando parliamo dell'Uomo al centro, di dignità dell'Essere umano, del diritto alla Vita, ricordiamocelo anche in questi momenti, perché è vero che da noi forse ci potrebbero essere perdite di posti di lavoro, ma altrove ci sarà la perdita di vite umane.

Senza voler strumentalizzare le parole del Papa, che durante il summit FAO a Roma del novembre '96 sul tema della fame nel mondo, ebbe a dire: "Gli investimenti mondiali nel settore agricolo alimentare? Qui si impone un paragone con le somme impiegate per gli armamenti o le spese superflue abitualmente praticate nei Paesi più sviluppati", possiamo come cristiani porci delle domande davanti ai risvolti di questa Iniziativa. Un'altra testimonianza diretta sulle conseguenze della vendita di armi all'estero viene anche dal cardinale nigeriano Francis Arinze che precisa: "È tempo di intervenire sulle cause del sottosviluppo anziché sui suoi effetti" (...) "Si tratta di fare degli africani i protagonisti del proprio sviluppo aiutandoli con la tecnologia moderna e frenando la vendita delle armi, il grande business che rende sempre più ricche molte delle società dell'occidente".

Ed ancora, Siro Lombardini, cattolico, economista all'Università di Torino: "Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale dovrebbero impegnarsi a non concedere più crediti per l'acquisto delle armi, favorendo invece, ad esempio, quello dei trattori. Chi accettasse, potrebbe avere dei vantaggi, e dei morti in meno. Mitra e fucili li produciamo noi, purtroppo. Ci vorrebbe una legge internazionale per bloccare questo triste commercio".

In questo ultimo intervento è riproposto il tema della riconversione delle produzioni, tema che anche i produttori di materiale bellico elvetici, ogni tanto potrebbero tenere in considerazione, pensando magari ai trattori di cui sopra. Certamente una buona dose di volontà politica in questo caso non guasterebbe.