Ricordando il Vescovo Eugenio


Di Mons. Ernesto Togni



OMELIA DI MONS. ERNESTO TOGNI, VESCOVO EMERITO DELLA DIOCESI DI LUGANO, PER L’EUCARESTIA NEL RICORDO DEI VESCOVI DEFUNTI, AL SACRO CUORE DI LUGANO IL 1 MARZO 2001, SESTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MONS. EUGENIO CORECCO

 

Siamo entrati ieri nel tempo favorevole della Quaresima, dono di Dio per la nostra salvezza. Che il ricordo dei vescovi defunti, legato al giorno anniversario della morte del vescovo Eugenio, coincida con l’inizio del cammino quaresimale, mi pare assumere il valore di un’eco forte che la loro vita e la loro parola fanno risuonare alla voce di Cristo e della Chiesa che vi invita a conformare la nostra vita al mistero del Cristo morto e risorto.

“Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” – così inizia il messaggio del Papa per la Quaresima 2001. Con queste parole il Signore invita i discepoli a percorrere con Lui il cammino che dalla Galilea conduce al luogo dove si consumerà la sua missione redentrice. Questo cammino verso Gerusalemme, che gli evangelisti presentano come il coronamento dell’itinerario terreno di Gesù, costituisce il modello della vita del cristiano, impegnato a seguire il Maestro sulla via della Croce. Anche agli uomini e alle donne di oggi Cristo rivolge l’invito a “salire a Gerusalemme”. (…)

La voce del vescovo Giuseppe e del vescovo Eugenio è ancora viva nelle nostre orecchie e nel cuore. Mi sono riletto qualche pagina della parola del vescovo Eugenio: “Il dono della vita ci è dato per rendere testimonianza al nostro Signore Gesù Cristo... La testimonianza di Cristo è l’unico compito esaustivo della vita. Tutto il contesto della nostra esistenza deve essere orientato verso la realizzazione di questa testimonianza, perché Cristo non ci domanderà se abbiamo rispettato i dieci comandamenti, ma se gli avremo dato testimonianza, pur con i nostri peccati e con la nostra debolezza (sembra un po’ paradossale)... Se anche avessimo percepito oggi, per un solo istante, che questa è la verità della nostra vita, diventeremmo incredibilmente fecondi”.

Fosse mancata la loro parola, come ci saremmo sentiti più insicuri e smarriti a volte e come sentiamo la nostra parola più povera, più discussa, meno accolta, oggi, quasi più non vi si possa riconoscere la parola di Cristo. I nostri vescovi ci hanno indicato come Mosè la vita e il bene e la benedizione. (…)

La contemplazione del volto dolente di Cristo ci interroga sulla nostra disponibilità, non a subire semplicemente e passivamente, ma a mettere in conto lucidamente e serenamente di dover soffrire nel nostro cammino di conversione e nel nostro servizio di testimonianza e di annuncio: tutti, vescovi e preti, religiose e religiosi, laici impegnati e responsabili, cristiani con la volontà di essere autentici. Forse la nostra gente dovrebbe avvertire di più la nostra sofferenza per non essere quelli che il Signore ci chiede di essere (e dovremmo testimoniare in umiltà e modestia), ma pure la sofferenza di fronte ad un’indifferenza e apatia che dilagano, a un cristianesimo meno ancora che di pura forma, a un cristianesimo che vuol riferirsi a Cristo ma guai a riferirsi alla Chiesa, e dinanzi pure al dissenso, al rifiuto, all’opposizione. Altrimenti non può che pensarci, noi pure, indifferenti di fronte alla contraffazione dell’essere cristiani, alla pretesa di chiamare libertà il sottrarsi alla legge di Dio e addirittura alla legge naturale scritta in ognuno, all’arroganza di chiamare bene il male palese, e vederci come degli sconfitti. Umiliati, ma non sconfitti, mi sono permesso commentare la sera del 18 febbraio, dopo quella intollerante battaglia per negare un principio educativo basilare, fatta di pregiudizi e di giudizi falsi e malevoli, di stravolgimento delle intenzioni, di giustificazioni e paure ridicole e anche perfide: proprio tutto e solo per salvare la scuola pubblica? Credo proprio di no. Mi sono venute alla mente le parole di Paolo: “Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti ma non messi a morte; poveri ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2 Cor 4, 8-10).

Ma non si fraintenda ciò che dice Paolo. Io credo che quanto è avvenuto debba farci riflettere molto e farci capaci di giudicare con equilibrio e saggezza la reale situazione della nostra società civile e pure delle nostre comunità ecclesiali. E muoverci ad un’azione più creativa, più incisiva e unitaria di evangelizzazione. Mi ha impressionato la forza con la quale sabato scorso l’arcivescovo di Torino Severino Poletto, creato cardinale, celebrando nel duomo dedicato a san Giovanni Battista (ho avuto la gioia di essere presente) ha proclamato che al martirio, che il colore della porpora annuncia, si sentiva decisamente chiamato dal Signore nell’annuncio evangelico alla sua città, in un certo senso contraddittoria, a tutti, ad ogni costo. Ha impressionato tutti quel volere, sui passi di Giovanni Battista, come anticipa il cantico di Zaccaria, “andare innanzi per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati... grazie al sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla vita della pace”.

Questa riflessione mi conduce allora, in questo giorno, con naturalezza a pensare e a valorizzare la sofferenza dei nostri vescovi proprio dentro il loro servizio e a Cristo e alla Chiesa, sofferenza aggiunta alle fatiche e sofferenze personali di ciascuno, nella malattia, nei limiti personali, nelle prove, nelle difficoltà della vita di ognuno.

Anche questo mi piacerebbe esplorare, persuaso che, per quel raggio di solitudine che circonda, direi necessariamente, la persona e il servizio del vescovo, può sfuggire e sfugge in realtà a molti, forse un po’ a tutti, la fatica e la sofferenza, molto spesso vissuta nel riserbo e nel silenzio. E, perché no?, ne possiamo qualche volta essere stati in parte motivo, coscienti o meno, anche noi, collaboratori al suo servizio, con forme di sfiducia, di incomprensione, e magari di dissenso.

Non oso addentrarmi in questa esplorazione, che richiede perfetta conoscenza, saggezza, equilibrio e verità. Ma non mancherebbero certo i fatti nella storia di ognuno dei vescovi, del vescovo Eugenio Lachat, arrivato a noi già dopo una dura esperienza, dei vescovi Vincenzo, Alfredo e Aurelio.

Le fatiche e le sofferenza del vescovo Angelo, per i più anziani tra noi, e quelle dei vescovi Giuseppe e Eugenio credo siano presenti vivide nella maggior parte di noi qui presenti che ne fummo testimoni.

Siamo a sei anni dalla morte del vescovo Eugenio: non è possibile dimenticare la sua chiamata misteriosa, nel pieno del suo servizio, alla sofferenza nella malattia e la meravigliosa testimonianza che ci lasciò, riconoscendo con fiducia e sicurezza che “la grazia nel Signore vale più che la vita”.L’esempio e la parola dei nostri vescovi, che sono saliti con Cristo a Gerusalemme ci accompagnino e ci confortino. Noi siamo loro profondamente riconoscenti (…)

 

 

Il Vescovo Eugenio nel ricordo della sorella in VHS

 

Nel sesto anniversario, il 1 marzo 2001, della morte del Vescovo di Lugano, Mons. Eugenio Corecco, Caritas Ticino lo ricorda attraverso la testimonianza inedita della sorella Stefania Kuehni-Corecco, incontrata nella casa natale di Airolo da Dani Noris. Il video, andato in onda su Teleticino il 3 e 4 marzo nella trasmissione Caritas Insieme, svela un’immagine poco conosciuta del Vescovo Eugenio: bambino allegro ma serio, che cantava sempre, che a undici anni aveva chiarissima la sua vocazione; il sacerdote che consigliava gli allevatori sul loro bestiame, capiva i giovani, e ha amato la sua Diocesi, il Vescovo che “girava con la Grazia”.

 

Per informazioni: tel. 936.30.20, fax. 936.30.21, e-mail: cati@caritas-ticino.ch