La Pastorale giovanile del Vescovo Eugenio Corecco: 1° parte
Salvare a tutti i costi la giovinezza
Il Vescovo Eugenio al pellegrinaggio diocesano dei giovani a Czestochowa per la VI giornata mondiale della gioventù - agosto 1991


Il cuore del mondo batte ancora. La giovinezza è questo cuore. Se non fosse per questo dolce scandalo dell'infanzia, in uno o due secoli l'avarizia e l'inganno avrebbero disseccato la terra. Il povero pianeta, a dispetto dei chimici e degli ingegneri, non sarebbe che un osso sbiancato scaraventato nello spazio". (G. Bernanos)

Prendersi cura della giovinezza, per sè e per gli altri, ad ogni età. Visto che la giovinezza, quella che sgorga da un cuore libero nella Verità, salvato quindi, è ciò che rende vivibile, godibile, pieno di gusto nuovo ogni momento della vita. Salvare a tutti i costi la "giovinezza", nel giovane e nell'uomo maturo: è opera squisitamente sociale. Il Vescovo Eugenio lo sapeva e particolarmente coi giovani ha voluto intrattenere un dialogo continuo, familiare, per far nascere e rinascere in tutti i "suoi" il gusto della giovinezza.

I contenuti di questo dialogo non possiamo trattenerli, gelosamente "nascosti". E' bene che i giovani e i loro Animatori possano riprenderli in mano, "usarli" nei loro gruppi non solo per ricordare momenti straordinariamente belli vissuti con il Vescovo Eugenio, ma per rivivere lo spirito di quei "primi tempi", di un cammino con lui che ora continua con il Vescovo Giuseppe.

Lo stesso Vescovo Giuseppe ce l'ha indirettamente raccomandato lo scorso primo marzo:

"Così la celebrazione di questa Eucaristia a un anno dalla morte del Vescovo Eugenio è ricordo, gratitudine, ma è soprattutto sentire la sua presenza. E' ritrovare, attuali, forti e invitanti le sue parole (...). Insieme ritroviamo il suo insegnamento: nulla, ma proprio nulla di quello che ci ha insegnato deve andare smarrito. Perchè ci ha parlato dell'essenziale, di quello che conta veramente nella nostra esistenza: Gesù Cristo, e la salvezza della nostra vita in Gesù".

Anche questo, allora, la "finestra giovani" intende fare dalle pagine di "Caritas insieme", incominciando dal lontano 7 agosto 1991. In quel giorno si dava inizio al secondo grande pellegrinaggio giovanile diocesano, dopo quello a S. Giacomo di Compostella di due anni prima. Il Vescovo Eugenio, in quei quindici giorni, ha parlato a lungo ai giovani, invitandoli ad un vero, profondo, quotidiano cammino di santità, nella semplicità più assoluta, camminando anche lui con loro, verso la "montagna di luce" a Czestochowa.

Le catechesi, non riviste dall'autore, sono state registrate lungo il cammino e ritrascritte, con qualche piccola correzione nella forma, in modo che esse potessero mantenere, oltre alla chiara profondità dei contenuti, la freschezza, l'immediatezza e la spontaneità del modo con cui il Vescovo Eugenio le ha dettate ai giovani.

"Compiere un atto di santità"

(pensiero introduttivo al pellegrinaggio - 7 agosto 1991)

Cari ragazzi, questi due giorni (quelli del viaggio in torpedone dal Ticino a Cracovia) devono essere giorni in cui progressivamente lasciamo da parte tutto quello che abbiamo dentro in testa e nel cuore, per vivere il pellegrinaggio bene e non rendere questi quindici giorni inutili. Evidentemente siete di origine e preparazione diversa. C'è chi è più avanti e chi più indietro: dovete aiutarvi. Quando ritorneremo a casa dovremo essere profondamente diversi.

Lo scopertine/copo di un pellegrinaggio è quello di compiere un atto di santità. Dobbiamo vivere dall'inizio alla fine con dentro la tensione a cambiare la nostra vita, a sentire il Signore che ci viene incontro, che può sconvolgere tutto il nostro modo di vivere. Questo desiderio, questa attenzione e lo sforzo di non vivere distratti e di cogliere ogni istante nella misura del possibile con il suo significato, con la presenza di Dio che c'è dentro, deve portare frutti di santità. Allora vi rendete conto che è possibile anche per noi, per tutti, non solo per quelle forme di santità che ci spaventano perchè ci sembrano irraggiungibili.

Noi facciamo coincidere la santità con l'impeccabilità. Invece siamo tutti quel che siamo. Ma la vita, se la viviamo intensamente, è un atto di santità. Magari è una parola grossa, ma detta così, chi non la capisce? Perchè la santità non è nient'altro che la tensione di tutta la nostra persona verso il nostro Destino, l'ascolto di Dio che ci parla. In questi giorni ci parlerà se non ci distrarremo troppo, se cercheremo di raccoglierci dentro di noi.

Se dopo quindici giorni avrete capito cosa vuol dire compiere atti di santità, siete a posto. La vita non ci riserverà più nessuna sorpresa spiacevole perchè avremo la forza di affrontare qualsiasi cosa.

Allora grazie a tutti e non state sempre con le solite facce. Cercate di conoscervi, non in gruppi precostituiti.

Poco a poco, come ci ricorda anche il Vangelo di S. Giovanni, dovete diventare una sola cosa (cf Gv 17,1-26).

"Ecco perchè è importante questo pellegrinaggio"

(8 agosto 1991)

Cerchiamo di dare, il più possibile attraverso le parole stesse del Papa, un significato a questo pellegrinaggio.

Non vogliamo riflettere sul concetto di pellegrinaggio: questo lo vogliamo dare in qualche modo per scontato.

Piuttosto vediamo di inquadrare "questo" nostro pellegrinaggio, di comprendere perciò il motivo profondo per cui non solo siamo partiti, ma abbiamo accettato un invito che ci è stato rivolto: quello di andare a pregare così lontano, a Czestochowa.

Il Papa ci invita a riflettere sui cambiamenti che ci sono stati in questi ultimi anni in tutti i paesi dell'est e a comprendere la responsabilità che grava su ciascuno di noi.

Non basta la libertà politica, non basta la libertà di parola e pensiero: occorre una libertà ben più profonda e radicale, la libertà che viene dalla conversione.

Il pellegrinaggio non è solo un cammino spirituale, ma anche una responsabilità personale di fronte a questo momento storico: è proprio a Maria che chiediamo di indicarci il "cammino di speranza" che l'uomo può e deve intraprendere non solo da Cracovia a Czestochowa - questo è l'inizio -, ma in tutta la sua vita.

Deve nascere, dice il Papa, una nuova realtà: l'Europa spirituale. La sete di libertà che i popoli di tutto il mondo hanno dimostrato deve diventare segno di una libertà interiore. I giovani, che di questa libertà sono sempre stati e sempre saranno gli araldi, devono incamminarsi per primi sulla strada che Maria ci indica: questo vuole essere il nostro pellegrinaggio alla Madonna Nera.

Varsavia, Mosca, Budapest, Berlino, Praga, Sofia, Bucarest, diventano le tappe di un immenso pellegrinaggio verso la libertà: la persona umana ha manifestato la dignità, il coraggio, la libertà che custodisce in sè: per gli Europei dell'occidente che hanno il vantaggio di aver vissuto lunghi anni di libertà e di prosperità, è venuto il momento, dice il Papa, di aiutare i loro fratelli del Centro e dell'Est a riprendere pienamente il posto che spetta loro nell'Europa di oggi e di domani. Il momento è propizio per raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa comune.

Ma occorre anche che a questi popoli, noi sappiamo dimostrare in tutta la sua bellezza, quello per cui non sono stati vani i sacrifici e le sofferenze di tanti che hanno creduto nella vera libertà. Tutti gli Europei sono provvidenzialmente chiamati a ritrovare le radici spirituali che hanno fatto l'Europa.

Ecco perchè è importante questo pellegrinaggio.

Oggi desideriamo ringraziare Te, Madre di Cristo, per il fatto che la verità si fa strada nei nostri cuori. E ti ringraziamo per tutti gli uomini che si sono opposti alla violenza contro la Verità.

Per tua intercessione preghiamo Dio che continui a dare agli uomini, a noi, la forza che viene dalla Verità.

"Il silenzio: prima di tutto, un ascolto interiore"

(9 agosto 1991 - primo giorno di cammino)

C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere, come c'è un tempo per vivere e un tempo per morire, un tempo per lavorare e un tempo per riposare (cf Eccle 3,1-8). Ma quello che dobbiamo capire noi è il perchè è giunto per noi il tempo per fare silenzio. Non è una semplice questione di ordine: non ci sarebbe bisogno del silenzio per camminare ordinati. Ma il silenzio è la condizione per captare la voce del Signore che si rivolge a noi.

Ieri abbiamo meditato sul cantico di Zaccaria dove si dice che il Signore "viene come un sole dall'alto a visitare il suo popolo" (Lc 1,68.78). Il Signore viene continuamente a visitarci, ma è la nostra distrazione che non ci permette di riceverlo e di incontrarlo. Ecco: questa è la ragione del silenzio.

Non abbiamo tante occasioni durante l'anno per ascoltare il Signore. Questa è un'occasione unica che dura dodici giorni: dobbiamo cercare di fare il vuoto più possibile dentro di noi, rimanere raccolti in noi stessi per sentire cosa il Signore ci dice, cosa ci domanda nella nostra vita. Un pellegrinaggio è inutile se non è un cammino nella riflessione fatta per meditare su quello che abbiamo fatto.

Il primo pellegrinaggio che il Signore ha domandato agli uomini di compiere è stato quello del deserto, domandato al popolo ebraico che per quarant'anni ha passato l'esistenza lontano dai grandi crocevia della storia, perchè solo durante quel periodo è stato possibile per gli Ebrei capire la vocazione che il Signore aveva loro rivolto.

Il pellegrinaggio cristiano è nato su questa radice storica e religiosa, quella dell'attraversata del deserto fatta dal popolo ebraico, dopo l'uscita dall'Egitto. Sono usciti da una condizione di schiavitù, di sottomissione al potere, di subordinazione al volere degli altri e, per prendere coscienza di questa liberazione che il Signore prometteva, hanno dovuto tacere per quarant'anni. Sono scomparsi dalla storia per quarant'anni.

Anche noi, per lo meno una parte di noi stessi, siamo dentro in una situazione di legame con il male, nella schiavitù del peccato, di subordinazione a quello che pensano gli altri, ai valori della civiltà moderna.

Non siamo certo noi i protagonisti, nei nostri ambienti, di quello che avviene e di quello che si pensa e che si propone di fare. Ma troppe volte seguiamo la strada, l'opinione, le prospettive, le ambizioni comuni degli altri.

Vi ricordo l'episodio di Gedeone che doveva partire in guerra contro i Madianiti e aveva preparato un esercito di trentaduemila uomini (cf Gdc 7,1-15). Ma il Signore gli ha detto: "La gente che è con te è troppo numerosa... Chiunque ha paura e trema torni indietro". "Ne rimasero diecimila", i più valorosi. "Adesso ho scelto i più forti - dice Gedeone - : vinceremo la battaglia!" Ma il Signore gli dice ancora: "Fai passare il fiume a tutta questa gente e guarda come questi soldati faranno a bere". Allora hanno passato il fiume e la maggior parte si è chinata per bere, perdendo tempo: solo trecento han bevuto l'acqua di corsa, nel palmo della mano. Il Signore a Gedeone: "Va' in battaglia contro i Madianiti con questi soldati: vedrai che vincerai la battaglia, perchè non siete voi a combattere, ma sono io che combatto per voi. Voi avete solo dimostrato di essere disponibili alla mia chiamata".

Dicevo prima che viviamo per metà in una posizione di subordinazione al mondo, come gli Ebrei vivevano in una posizione di subordinazione al faraone. Per liberare questo popolo il Signore ha fatto fare un lungo cammino nel deserto che è diventato il paradigma di tutti i cammini di pellegrinaggio e che anche noi dobbiamo saper vivere nello stesso modo.

Il silenzio perciò non è solamente un "non parlare", ma è prima di tutto un ascolto interiore. Se una persona ascolta interiormente perde la voglia di chiacchierare: allora ci saranno tempi per magiare e tempi per camminare, come c'è un tempo per vivere e un tempo per morire, un tempo per lavorare e uno per dormire. Ci sarà anche in questo pellegrinaggio un tempo per parlare e un tempo per non dire niente e quando ci sarà il tempo per non dire niente, pensate al vostro compagno o alla vostra compagna accanto: non permettetevi di disturbarli, perchè può essere anche per lei o per lui il momento nel quale il Signore gli si rivela. (9 agosto 1991).

(fine della 1ª parte)