LA SINDONE SOTTO LA LENTE DELLA SCIENZA

Di Giovanni Pellegri




L'era scientifica di analisi della Sindone è iniziata cent'anni fa, quando Secondo Pia, un avvocato e fotografo torinese, tentò di ottenere delle immagini del prezioso lenzuolo di lino. Dopo un primo tentativo sfortunato, che portò alla rottura del vetro di protezione della Sindone, a causa dell'eccessivo calore emanato dalle lampade di illuminazione, il 28 maggio del 1898 Secondo Pia si ritirò nella sua camera oscura con alcuni film da sviluppare. L'emozione fu grande: "... durante lo sviluppo - disse Secondo Pia - vidi apparire per la prima volta sulla lastra il Santo viso con tale chiarezza che ne rimasi stordito". L'impronta sul lenzuolo, infatti, assume tutta la sua chiarezza se osservato sui negativi. La chiarezza dei lineamenti ottenuti e i dettagli della flagellazione ben visibili sulle lastre fecero accusare Secondo Pia di aver truccato le fotografie. Ci vollero oltre trent'anni per confermare la veridicità delle sue lastre fotografiche. Nel 1931 il fotografo Giuseppe Enrie, in presenza di un notaio, ottenne ugualmente sui negativi delle immagini nitide del volto dell'uomo della Sindone. Era effettivamente un volto umano con occhi chiusi; "dai lineamenti - disse John Walsh, autore del libro "The Shroud" - trasparivano le emozioni fissate dalla morte; era una fisionomia che parlava di un'immensa pazienza, di una nobile rassegnazione".

Nessun reperto archeologico esistente al mondo ha attirato così tanti studiosi, ha concentrato su di sé tante ricerche svolte dalle discipline più disparate. Si interessarono, infatti, alla Sindone storici, archeologi, medici legali, biologi, chimici, geologi, teologi, botanici, fisici, criminologi, informatici ed esperti della scienza dell'immagine. Perfino degli esperti della NASA applicarono i loro mezzi di indagine per capire meglio come l'immagine sull'antico lino si formò.


L'ostensione del 1998: dal 18 aprile al 14 giugno. Anche dal Ticino un pellegrinaggio

Due sono le ostensioni previste per questo fine millennio. La prima avverrà tra il 18 aprile e il 14 giugno di quest'anno. La seconda per l'anno 2000. Anche dal Ticino si sta organizzando un viaggio verso Torino. Il vescovo Giuseppe Torti presiederà, infatti, il pellegrinaggio per l'ostensione della Sacra Sindone. Avrà luogo sabato 6 giugno 1998. Le persone interessate devono iscriversi entro il 10 maggio all'Opera Diocesana Pellegrinaggi (Via Nassa 64 - 6900 Lugano, tel. 922 02 68). Il viaggio previsto in torpedone prevede la visita alla Sindone il mattino, il pranzo e una messa nel pomeriggio. Il Ritorno è previsto per le 17:30. Quota di partecipazione Fr. 75.-- tutto compreso.



Un uomo torturato e crocifisso

Sul lenzuolo è impressa l'immagine di un uomo di circa 35 anni, 1,80 m di altezza 80 kg di peso, gruppo sanguigno AB, crudelmente torturato e inchiodato ad una croce. Non era un romano: aveva barba e capelli lunghi. Osservare i dettagli di questa immagine, non permette di distogliere la mente dall'orribile supplizio inflitto al condannato. Il racconto della passione di Gesù Cristo ci ha abituati a vedere nella crocifissione una tappa normale ed importante nella vita di Gesù. Tutti i cristiani hanno un'immagine della crocifissione appesa in casa oppure al collo. La Sindone mostra più che qualsiasi racconto letterario o rappresentazione artistica la dura realtà della crocifissione: non affreschi artistici o parole scritte in prosa, ma macchie di sangue umano e un corpo pesantemente martoriato. I dettagli rivelati dalla scienza dimostrano la drammaticità dell'esecuzione: il sangue, per esempio, contiene un tasso elevato di bilirubina a testimonianza dei gravi traumi subiti.

L'impero romano non aveva un protocollo unico per la crocifissione. Le modalità erano personalizzate in funzione della pena. L'uomo poteva essere torturato o no, legato o inchiodato alla croce, punito con una crocifissione diretta, o condotto prima della crocifissione attraverso la città portando il "patibulum".

Ripercorriamo, grazie alle eccezionali scoperte rivelate dalle analisi storico-scientifiche, quello che fu il cammino doloroso dell'uomo che dopo la morte in croce fu avvolto nell'antico lenzuolo di lino.


Flagellato con un centinaio di frustate

I segni impressi sul telo della Sindone attestano con quale ferocia la giustizia romana ha voluto infliggere la sua punizione. L'impronta del corpo impressa sulla Sindone mostra sul lato dorsale un insieme di piccole ferite allineate: sono l'agghiacciante testimonianza di una flagellazione eseguita con l'antico strumento detto flagrum, oggetto costituito da un manico di legno al quale erano legate tre strisce di cuoio, appesantite alle estremità da pezzi di piombo. L'uomo, completamente svestito, fu probabilmente appeso dalle mani per meglio esporre tutte le parti del corpo. L'orientamento delle ferite fa supporre che almeno due esecutori hanno praticato la tortura.

La flagellazione era già di per sé una condanna e poteva essere eseguita fino alla morte della vittima. Il procuratore romano che aveva il potere di scegliere la modalità di esecuzione della condanna, non scelse quindi solo la crocifissione. Come prima tappa decise di fustigare il condannato sferzando almeno cento colpi di flagrum sulla sua schiena.


Una corona di spine sul capo

Per l'uomo della Sindone aggiunsero una nuova tortura, sconosciuta fino allora e per la quale la sola testimonianza pervenutaci è quella descritta nel Vangelo. Applicarono alla testa del condannato un casco di spine che causò, come testimonia l'impronta del capo, almeno una trentina di ferite alla testa. Le ferite sono di un'impressionante realtà anatomica: in relazione alle emorragie impresse sul telo si possono identificare, grazie ad un atlante di anatomia, i vasi sanguigni lesi dalle spine. Uno dei rivoli di sangue più evidenti è quello sceso sulla fronte, con una caratteristica colata a forma di E (vedi foto del volto alla pagina 2). Esso corrisponde ad una lesione della vena frontale.

La colata di sangue venoso ha assunto la particolare forma a E perché si è fatta strada tra le rughe della fronte, rughe provocate dalla spasmodica contrazione dei muscoli facciali dovuta al dolore. L'arte bizantina, che si ispirò sicuramente dalla Sindone per rappresentare il volto di Cristo, interpretò il rivolo di sangue come un ricciolo di capelli (vedi foto dell'icona a pagina 3).


Portò un oggetto sulle spalle

Gli esperti che analizzarono la Sindone si accorsero che in prossimità delle spalle è visibile il segno di un oggetto pesante che fece pressione sulle spalle del condannato: si tratta del patibulum che veniva legato alle braccia, segnando l'inizio del cammino verso la crocifissione. Il percorso verso il luogo della crocifissione fu un'ulteriore tortura: sotto il peso del patibulum e, sfinito dalle precedenti torture, l'uomo della sindone cadde ripetutamente a terra. Dettagli pietosi sono stati identificati su alcune parti del corpo: il ginocchio sinistro, il tallone e il naso presentano escoriazioni con sangue mescolato a terriccio.

Ematomi sono presenti un po' ovunque: sulla fronte, sulle arcate sopraccigliari, sullo zigomo. Il naso invece è distorto. Il cammino fu eseguito a piedi nudi come testimonia il terriccio trovato in corrispondenza dell'immagine dei piedi sul telo. L'analisi cristallografiche delle polveri prelevate in prossimità dell'immagine dei piedi ha rivelato la presenza di un minerale, l'aragonite, con caratteristiche chimiche straordinariamente simili a campioni di terriccio prelevati a Gerusalemme.

La controversia della radiodatazione al 14C

Torino, 13 ottobre 1988. Il cardinale Ballestrero annuncia durante una conferenza stampa i risultati della radiodatazione con il carbonio 14. I risultati ottenuti hanno assegnato al tessuto, contrariamente a tutti gli altri studi multidisciplinari, una data compresa tra il 1260 e il 1390 d.C. La notizia scatenò intense discussioni, che andavano dalle soddisfazioni di coloro che vedevano finalmente la fine della venerazione di un falso medievale che niente aveva a che vedere con Gesù, a coloro che accusarono i tre laboratori di aver manipolato i risultati. A 10 anni di distanza il dibattito è oggi più sereno e parecchi elementi hanno permesso di guardare a questi risultati in maniera più critica. Il frammento di lino prelevato per la radiodatazione era situato su un'estremità particolarmente esposta del telo. Le contaminazioni di batteri e funghi accumulatisi durante i secoli, le numerose mani che l'hanno sostenuto, gli incendi, e i restauri (rattoppi, rammendi, cuciture) sono stati sicuramente gravi fonti di contaminazione del tessuto. Anche la scelta del frammento, volutamente all'estremità del telo, non era rappresentativo del resto del lenzuolo: il peso per cm2 del campione usato per l'analisi è di 42,85 milligrammi.

Il resto del telo ha un peso medio per cm2 di 25 milligrammi. A mettere in dubbio la radiodatazione al 14C fu un russo che si definì non cattolico. Dmitri Kouznetsov nel giugno del 1993 a un congresso a Roma presentò alcuni dati interessanti: secondo il ricercatore russo l'incendio avvenuto nel 1532 a Chambéry fu un'importante causa di errore per la datazione. L'incendio avrebbe potuto, infatti, modificare il contenuto di 14C del tessuto, facendo sembrare più giovane la Sindone. Decise allora di riprodurre sperimentalmente le condizioni utilizzando un pezzo di lino proveniente da Israele e datato dall'archeologia in un epoca compresa tra il 100 a.C. e il 100 d.C. All'esame del 14C il tessuto risulta del 386 - 107 a.C. Sottopose quindi il pezzo di lino di età accertata a delle condizione simili a quelle che furono presenti durante l'incendio di Chambéry e procedette in seguito ad una seconda radiodatazione. Il risultato: il tessuto è notevolmente più giovane (1044-1272 d.C.).

Nel gennaio del 1995, proprio l'inventore della tecnica applicata per datare la sindone, Harry Giove dell'università di Rochester, ammise che viste le contaminazioni presenti sui telo sindonico "la data fornita dai tre laboratori può essere più recente".


Morì crocifisso


La Sindone non è l'unica testimonianza di una condanna per crocifissione conosciuta dagli studiosi. Uno scheletro di un uomo, morto nel I sec. d.C., fu ritrovato nella sua tomba nelle vicinanze di Gerusalemme con ancora un chiodo infilato nei talloni. Questo ritrovamento ha permesso di appurare le dimensioni e la forma del chiodo necessarie per mantenere un uomo vivente attaccato ad una croce. Le dimensioni di questo chiodo concordano con le dimensioni delle ferite ritrovate sulla Sindone. Contrariamente a quanto rappresentato dalla tradizione, il chiodo, per sorreggere il peso del corpo, doveva essere conficcato, non nel palmo della mano, ma in prossimità dei polsi tra l'ulna e il radio. Un terzo chiodo teneva insieme i piedi, come testimoniano le tracce di sangue presenti sulla Sindone.

Altro dettaglio anatomico impressionante: le impronte delle mani non mostrano tracce dei pollici. Infatti, come dimostrato su cadaveri, un chiodo infilato nel polso provoca la lesione del nervo mediano e il conseguente ripiegamento riflesso del pollice verso il palmo della mano.

Il corpo segnato dalle orribili torture, affaticato, disidratato, venne inchiodato alla croce. Gli studi effettuati su volontari sospesi tramite delle fasce ai polsi dimostrarono che una persona in questa posizione ha rapidamente un calo della pressione arteriosa, un aumento del battito cardiaco ed un'espansione del torace nel disperato tentativo di far arrivare più aria nei polmoni. Nel caso della crocifissione, il condannato per riprendere fiato era obbligato a sollevare il proprio corpo, facendosi forza con le braccia, le spalle e le gambe, ma i piedi inchiodati e il dolore lo facevano ricadere nella posizione iniziale.

Ogni movimento causava la lacerazione delle ferite delle mani e dei piedi. L'agonia procedeva con questa alternanza di tentativi di riprendere fiato, di spinte con i piedi, di movimenti delle spalle, fino quando la morte sopraggiungeva per asfissia accompagnata da uno scompenso cardiaco. A volte, per accelerare l'agonia, e come testimoniato dallo scheletro ritrovato a Gerusalemme, le gambe venivano spezzate. Il condannato non potendo più sollevare il proprio corpo facendo leva sui piedi, moriva più rapidamente.

All'uomo della Sindone non furono spezzate le gambe. Per assicurarsi della morte, un colpo di lancia esperto e preciso penetrò nel quinto spazio intercostale e trafisse il cuore. Le caratteristiche di questa ferita testimoniano che il colpo fu inflitto a morte già avvenuta.


Fu seppellito secondo la tradizione ebraica

Il telo sindonico fu intrecciato a mano con uno stile caratteristico delle regioni siro-palestinesi. Infatti, altri lenzuoli di lino originari dell'antico Egitto mostrano un tipo di torcitura differente. Contrariamente ai lenzuoli egiziani, mantenuti dai processi di mummificazione, i lenzuoli funebri della tradizione ebraica risalenti al I sec. d.C. sono rarissimi, perché venivano distrutti con la decomposizione del corpo. Alcuni esperti descrissero lo stesso disegno di tessitura tra alcuni reperti di lino proveniente dall'attuale Siria e datati attorno al II sec. d.C.

Sul telo sindonico furono trovate tracce di aloe e mirra, conformemente all'antica tradizione funeraria che domandava di aspergere i corpi con questi due aromi importati dall'Arabia e dall'India per preservare il cadavere dalla putrefazione. La tradizione funeraria ebraica domandava di seppellire il corpo il giorno stesso della morte. Il Talmud dice che il cadavere deve essere lavato, unto con diversi aromi, i capelli e la barba rasi.

Il corpo quindi viene purificato ricevendo la Taharah rituale. Tuttavia le macchie di sangue presenti sul telo dimostrano che il corpo dell'uomo della Sindone non fu lavato. Nemmeno la barba e i capelli furono tagliati. La tradizione ebraica applica però una sepoltura differente a quelle persone perite di morte violenta. "Né lavature né Taharah. Il corpo sia seppellito, senza che neppure gli siano tolti gli abiti insanguinati, se c'erano. Il sangue fa parte del corpo e deve essere seppellito con lui." Così veniva consigliata nei secoli passati la sepoltura secondo il rito ebraico di persona decedute di morte violenta.

Una storia confermata dai pollini

Se ammettiamo che il lenzuolo fu quello che avvolse il corpo di Gesù, come fece ad arrivare fino ai giorni nostri? Del lenzuolo trovato abbandonato nel sepolcro la mattina della prima Pasqua cristiana o di altri lenzuoli raffiguranti un'immagine non dipinta da uomini, non si hanno notizie fino al secondo secolo. Le violente guerre giudaiche scoppiate a Gerusalemme nei primi due secoli e soprattutto l'azione feroce dell'imperatore Adriano contro i cristiani e gli ebrei fecero scappare da Gerusalemme queste due comunità verso il Nord in luoghi più sicuri. Non a caso a Edessa (l'attuale Urfa in Turchia), città ufficialmente cristiana già dall'anno 170 d.C., un lenzuolo raffigurante il volto di Cristo arrivò nel secondo secolo. Lì restò fino l'anno 944, quando gli eserciti bizantini riuscirono ad impossessarsi del prezioso lino e a portarlo a Costantinopoli.

Le ultime notizie sicure di quel lenzuolo a Costatinopoli sono state tramandate da Robert de Clary, cronista della IV crociata, che scrisse che prima della caduta di Costantinopoli in mano ai crociati un telo (Sydoine) con la figura del Cristo veniva esposta tutti i venerdì in una chiesa.

Che cosa successe in seguito? Di sicuro non si sa. È certo che apparì 150 anni dopo a Lirey in Francia in mano alla famiglia de Charny, ma nessuno sa come se ne impossessarono. Da questo momento (anno 1353) la storia del Sacro lino è documentata. Nel 1453 Margherita de Charny cede la Sindone al Duca Luigi di Savoia che la porta in Chambèry dove una cappella viene appositamente costruita per custodirla. A parte due spostamenti a Nizza e a Vercelli per motivi bellici, la Sindone resta a Chambèry fino al 1578, anno in cui viene trasferita a Torino per essere venerata da san Carlo Borromeo.

Da quell'anno, a parte un trasferimento durante la seconda guerra mondiale in un'abbazia in provincia di Avellino, il Sacro lino restò a Torino. A conferma di questo complesso itinerario vi sono i sorprendenti risultati ottenuti dal criminologo svizzero Max Frei Sulzer che analizzò i pollini presenti sulla Sindone. Infatti, il ritrovamento di un tipo di polline intrappolato tra i fili di lino permette di risalire alla pianta che lo produsse e vista la specificità geografica di alcune piante, è possibile determinare in quali regioni il Sacro lino rimase per un periodo della sua storia. Trovò ben 59 specie di pollini. Svariati di questi appartenevano a piante tipiche dell'Europa centrale, a conferma del fatto che la Sindone per alcuni secoli rimase in Francia. Un polline apparteneva a un tipo di pianta di riso coltivata nelle risaia di Vercelli. Vi restò impigliato durante il breve soggiorno della Sindone in questa città per cause belliche nel 1553. Venti pollini però non erano tipici dell'Europa occidentale bensì erano abbondanti nell'altopiano turco che ospita oggi la città di Urla, l'antica Edessa. Un altro polline identificato è tipico di Istanbul, l'antica Costantinopoli, a conferma del soggiorno in questa città. Il criminologo svizzero nelle fibre di lino trovò impigliate tracce ancora più antiche della storia della Sindone. Alcuni pollini appartenevano a piante tipiche delle regioni del Mar Morto e di Gerusalemme! Fu confermato in questo modo l'ipotetico viaggio percorso dalla Sindone durante la storia.


Chi dite che io sia?

La domanda fondamentale che incuriosisce tutti è evidente: chi è l'uomo della Sindone? La possibilità che sia Gesù è altissima, ed è proprio questo che disturba maggiormente. Riconoscere la Sindone come il lenzuolo che avvolse Gesù significa anche riconoscere la veridicità del Vangelo nel quale troviamo una descrizione della passione di Gesù Cristo in pieno accordo con segni scoperti sulla Sindone. Il problema era già emerso a inizio secolo dopo le prime fotografie di Secondo Pia e chiaramente evidenziato da Yves Delage, patologo francese, agnostico, membro dell'Accadémie des Sciences.

Dopo aver analizzato i negativi di Secondo Pia e rimasto impressionato dall'analogia esistente tra quell'immagine e la descrizione della morte di Gesù riportata dai Vangeli, disse: "se si trattasse di Sargon, di Achille o di un faraone, nessuno avrebbe pensato a fare obiezioni ... lo riconosco Cristo come personaggio storico e non capisco come qualcuno possa trovare scandaloso che tuttora esistano tracce materiali della sua vita ...".

Quello che è certo è che la Sindone non è un falso. "È certo che è un'immagine che non lascia indifferente nessuno" - affermò il cardinale Anastasio Ballestrero, già arcivescovo di Torino e custode della Sindone - "È un'immagine che emoziona e sorprende e che suscita interrogativi profondi".

La fede del cristiano non è compromessa se si dovesse dimostrare che la Sindone non porta il volto di Cristo ed è per questo che "è del tutto libero e sereno nella ricerca - come affermato dal cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino e attuale custode della Sindone - mentre l'incredulità potrebbe trovarsi a disagio se, sulla base degli esami storico-scientifici, dovesse essere obbligata a comporsi la convinzione di avere il vero lenzuolo in cui Cristo fu avvolto".

Il mistero della Sindone difficilmente sarà completamente svelato, tuttavia la chiarezza di alcuni dati scientifici provano inconfutabilmente che il lenzuolo è un telo funerario antico proveniente dall'area palestinese. L'immagine, impressa con un meccanismo ancora poco chiaro, mostra il corpo di un uomo torturato e crocifisso. Non si tratta di un falso o un dipinto. Giustamente, quindi, partendo da questi nuovi dati la Chiesa ci invita a volgere di nuovo lo sguardo a questo lenzuolo, perché senza eccessi di devozione, esso ci ricorda in maniera schietta e drammaticamente reale, la passione di Gesù Cristo. Come disse Giovanni Paolo II: "Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente".

Per chi vuole saperne di più

Per un pellegrinaggio virtuale è possibile partecipare all'ostensione su internet: http://sindone.torino.chiesacattolica.it. Il sito permette anche di effettuare la prenotazione e propone interessanti collegamenti con altri siti che si interessano alla Sindone. Aggiorna anche il numero di pellegrini già iscritti alla visita. Al 14 marzo erano iscritti 553'780 pellegrini.
Per le persone che vogliono recarsi all'ostensione al di fuori di pellegrinaggi organizzati ricordiamo che la visita è gratuita ma la prenotazione è obbligatoria.
Infine segnaliamo tra l'ampia letteratura presente sulla Sindone alcune interessanti pubblicazioni: la prima, è di Emanuela Marinelli. Si tratta di uno studio storico-scientifico ben presentato, che permette di capire in poche pagine l'intera storia della Sindone e i risultati scientifici conosciuti (La Sindone, un'immagine "impossibile", Ed. San Paolo 1996, p.160, 22'000 lire).
La seconda ci accompagna nelle lunghe vicende del Sacro lino, con un accento più storico, senza però mancare di riportare i numerosi dati scientifici. L'autrice è Maria Grazia Siliato (Sindone, Ed. Piemme, 1997 p. 352, 32'000 lire). Infine segnaliamo 7 volumetti di circa 40-50 pagine l'uno, curati dal comitato dell'Ostensione. Sono scritti con un linguaggio semplice ma molto rigoroso. (Collana la Sindone di Torino, Autori vari, Ed. Elledici. 7 titoli a disposizione, prezzo compreso tra le 4'000 e le 5'000 lire).