Lavoro: un bagno di realtà
Il lavoro rimane uno strumento insostituibile di affermazione della persona, dove si giocano alcuni parametri fondamentali sui cui poggia la nostra società, come l’acquisizione di un’identità personale e sociale e la responsabilità rispetto alle proprie azioni

Di Giovanni Pellegri



"Non servono a nulla" affermano i partecipanti, "non servono a gran che" secondo alcuni collocatori, "ci sono, allora bisogna farli" secondo i funzionari dell’ufficio del lavoro. Stiamo parlando dei programmi occupazionali, luoghi di lavoro per persone disoccupate.

A che cosa servono i programmi occupazionali? Cercate di spiegare a un vostro amico disoccupato perché dovrebbe andare a svolgere per 6 mesi un’attività che non gli interessa, senza prospettive professionali, senza un vero salario e capirete che la questione necessita di alcuni chiarimenti. Si potrebbe riflettere a lungo sul senso del lavoro, sul fatto che l’uomo realizza la sua vocazione come persona anche attraverso il lavoro. Potremmo dare voce a filosofi ed economisti per capire come collocare il lavoro nella nostra vita.
Nei programmi occupazionali di Caritas Ticino non vi sono esperti di questo tipo, ma in dodici anni di esperienza abbiamo incontrato oltre duemila persone, che mettono a tema bene la problematica, anche senza l’aiuto di economisti.
Ecco alcuni di questi esempi: dopo la chiusura della sua ditta un operaio si ritrova quasi sessantenne in disoccupazione. Ha lavorato per oltre 40 anni e adesso bussa alla porta del nostro programma occupazionale. Chiede solo una cosa: un lavoro vero per sentirsi utile, per partecipare alla costruzione della nostra società, un lavoro che gli permetta di tornare a casa guardando negli occhi i suoi famigliari. Non nascono mille domande, per lui un lavoro è un lavoro. Viene assunto e porta avanti le attività con responsabilità. Come lui ne abbiamo incontrati veramente molti.


Il secondo esempio è un operaio forse un po’ più giovane. Ha appena rifiutato un posto di lavoro anche se le condizioni salariali erano simili ai lavori precedenti. Spiegava che il lavoro era a Mendrisio, troppo distante da Quartino dove abita. "Ho sempre lavorato a Cadenazzo e a Tenero". Viene da noi una settimana poi dice che il lavoro non gli piace, deve ritirare dei mobili con il furgone, non l’ha mai fatto in precedenza e comunque non è il suo lavoro. Il lunedì successivo è assente, al suo posto vi è un certificato medico: inabile al 100% per un tempo indeterminato. In questo caso, il suo mancato lavoro è compensato dallo zelo del medico.
Il terzo caso è un giovane venditore - magazziniere. Arriva al nostro programma dopo sei mesi di disoccupazione, viene assunto nel settore vendita e dovrà quindi lavorare anche al sabato, domenica e lunedì sono invece festivi. Non ne vuole sapere, non è abituato a lavorare anche di sabato. Chiama tre giorni dopo dicendo che non verrà, ha trovato lavoro.
Gli esempi potrebbero continuare, ne abbiamo duemila tutti differenti, ma con un comune denominatore: il lavoro, i desideri, le fatiche, e soprattutto il nostro imbarazzo rispetto a molte situazioni sbagliate. La crisi, dicono, è ormai superata, ma anche quando ritroveremo la piena occupazione, le riflessioni non potranno finire. Quale futuro per una persona non disposta a spostarsi di 40 km per andare a lavorare? Quale futuro per chi non è abbastanza flessibile? Il lavoro non fa più parte della vita, è divenuto quella attività che decorre tra un divertimento e l’altro. Provate a dire che un programma occupazionale è utile e sarete costretti a definire, non il senso dei programmi occupazionali, ma il senso del vostro lavoro. E di queste riflessioni ne avremmo bisogno tutti, non solo i disoccupati, ma direi innanzitutto la maggior parte degli occupati.


I programmi occupazionali, secondo gli esperti, servono a ridurre i costi della salute, a mantenere attive le persone, ad apprendere nuove tecniche, ad evidenziare eventuali abusi nella legge disoccupazione, ... ma forse, e questo non lo dicono gli esperti, il programma deve essere innanzitutto un luogo normale di lavoro.
Il lavoro, contrariamente a quanto affermato da molti, non sta finendo e in ogni caso la nostra società, basata sul lavoro, richiederà parecchi decenni se non secoli, prima di riorganizzarsi su altre basi. Per intanto quindi il lavoro rimane un bene prezioso, ancor di più nelle nostre società svuotate di molti aspetti sociali e relazionali che in passato hanno saputo valorizzare le persone. Oggi, come ieri, il lavoro rimane uno strumento insostituibile di affermazione della persona, dove si giocano alcuni parametri fondamentali sui cui poggia la nostra società, come l’acquisizione di un’identità personale e sociale e la responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni. Un programma serve a riproporre questa via, l’unica a disposizione per un reinserimento nel mondo del lavoro, una specie di immersione nel bagno della realtà della vita di tutti i giorni.