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DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ: DALLA STORIA UNO SGUARDO AL FUTURO


Contributi per una storia
dell'azione caritativa e assistenziale
dei cattolici nel Canton Ticino

A. Abächerli, A. Gandolla, A. Gili, A. Lepori

Tra privato sociale e carità
ripensare a nuovi modelli di welfare

E. Corecco, P. Donati, C. Marazzi, R. Respini
E. Bressan, G. Contri, J. Petrovic, M. A. Sergé, J.L. Trouillard
H. Bausch, M. Lepori Bonetti, R. Noris, G. Pasini

In memoria di Monsignor Angelo Jelmini
Vescovo, Amministratore Apostolico dal 1936 al 1968,
fondatore di Caritas Ticino nel 1942.

Riconoscenti a Monsignor Corrado Cortella
già direttore di Caritas Ticino,
che ne scrisse la storia dal 1949 al 1980.

DIOCESI DI LUGANO
E CARITÀ: DALLA STORIA
UNO SGUARDO AL FUTURO


Parte prima


SGUARDO AL PASSATO


Contributi per una storia
dell’azione caritativa e assistenziale
dei cattolici nel Canton Ticino


Parte seconda


SGUARDO AL FUTURO


Tra privato sociale e carità
Ripensare a nuovi modelli di welfare

Comprende gli atti del convegno del cinquantesimo
di Caritas Ticino del 21.11.1992 a Lugano:
“Diocesi di Lugano e carità: sguardo al futuro”


INDICE GENERALE


Parte prima

SGUARDO AL PASSATO
Contributi per una storia dell'azione caritativa e assistenziale nel Canton Ticino


CARITÀ ED ASSISTENZA NELLA STORIA E NELLA CULTURA
di Antonio Gili p 11

ATTIVITÀ CARITATIVE CATTOLICHE IN TICINO NEI PRIMI CINQUANT'ANNI
DI VITA DELLA DIOCESI p 34
di Aldo Abächerli

NOTE SULL'EVOLUZIONE DELL'ASSISTENZA E DELLA LEGISLAZIONE
SOCIALE NEL CANTON TICINO
di Antonio Lepori p 71

50 ANNI DI STORIA DI CARITAS TICINO (1942 1992)
di Alberto Gandolla p 81

Parte seconda

SGUARDO AL FUTURO
Tra privato sociale e carità ripensare a nuovi modelli di welfare


A. Atti del convegno del 50esimo di Caritas Ticino tenuto a Lugano il 21 novembre 1992


DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ: SGUARDO AL FUTURO
di Mons. Eugenio Corecco p 107

CARITÀ E SOLIDARIETÀ NELLA SOCIETÀ POST MODERNA: il punto di vista
della dottrina sociale cristiana
di Pierpaolo Donati p 112

DOTTRINA SOCIALE: UNA RISPOSTA POLITICA?
di Renzo Respini p 134

DOTTRINA SOCIALE E MERCATO
di Christian Marazzi p 139

DALLA CARITÀ AL WELFARE STATE
di Edoardo Bressan p 147

LA SOCIETÀ HA BISOGNO DEI SOCI
di Giacomo Contri p 153

Tavola rotonda: "I CATTOLICI E LA CARITÀ: RUOLO E MODELLI D'INTERVENTO" p 157

Partecipanti: Mons. Juraj Petrovic Caritas Rijeka (Croazia), J. Luc Trouillard
Caritas Europa, Marie Alice Sergé Secours Catholique (Francia), Mons.
Giuseppe Pasini Caritas Italia, Hubert Bausch Caritas Svizzera.
Moderatore Pierpaolo Donati.


B. Privato sociale e carità, modelli e esperienze

IL PRIVATO SOCIALE COME SOGGETTO ATTIVO
di Mimi Lepori Sonetti p 177

CARITAS TICINO VERSO IL 2000: LA TRANSIZIONE
di Roby Noris p 185

PREFAZIONE


Il cinquantesimo di vita di Caritas Ticino, dal quale è scaturito il presente volume, offre validi spunti di riflessione, impulsi all'azione, motivi di speranza per una vita impegnata, "spesa" al servizio della carità nella nostra Chiesa locale, diocesana.

Se la comunità cristiana si radica su tre elementi fondamentali, inscindibilmente congiunti per costituzione naturale, quali sono l'annuncio della Parola, la liturgia con tutta la sua preziosa realtà sacramentale e la carità, espressione insostituibile dell'ascolto della Parola, della vita sacramentale vissuta e della credibilità della fede che proclamiamo, è ovvio che la carità occupa un posto decisivo nella costituzione della Chiesa e nella edificazione della vita cristiana.

Così è mediante la carità che la Chiesa fa veramente realmente, operosamente "memoria" di Gesù e ognuno di noi diventa capace di donare se stesso totalmente e personalmente per il bene dei fratelli.

Perciò Caritas può e deve costantemente emergere come uno dei tre "pilastri" fondanti la nostra Chiesa!

Chi si accosta al "libro del cinquantesimo" non solo con intelligenza, ma anche con cuore (buon volontà!...), spassionatamente e senza condizioni avverte l'importanza della sua chiamata al servizio della Chiesa nella carità.

Ovviamente la storia della carità, in diocesi, non si può scrivere tutta, come pure la storia di Caritas Ticino i cui atti del convegno non intendono andar oltre una finalità: essere luce, efficace spunto di riflessione sulla carità in diocesi, sulle capacità attuali e sulle possibilità di domani di esprimere tutta la potenziale ricchezza non ancora scoperta della Caritas diocesana.

Il libro non è quindi la storia della carità in diocesi, ma vuol essere uno strumento di lavoro e una occasione di riflessione e di dibattito sul sociale e sulla carità. Un dibattito che deve esser portato avanti oggi più che mai sia all'interno della comunità cattolica sia con la società in generale, cioè con tutti coloro che credono nell'urgenza di trovare nuovi modelli di solidarietà.

L'auspicio che formula è che di fronte alle sfide della povertà materiale e morale che si esprime a livello mondiale nei tragici squilibri con i quali siamo confrontati (guerre, fame, miseria, migrazioni,...) e nel nostro piccolo con forme di egoismo, chiusura e nuova povertà (disoccupazione strutturale), l'esperienza e l'insegnamento della Chiesa, la sua dottrina sociale siano sempre più accolti come il "luogo" dove attingere la forza di creare e vivere segni di solidarietà e di speranza per tutti gli uomini.

Questo libro, modesto contributo, sia un tassello del lungo e difficile cammino di riflessione e di concretezza operativa.

Un ringraziamento vero, sincero esprimo ai direttori di Caritas, a tutti i Vescovi che l'hanno voluta e sostenuta, agli operatori e volontari che hanno fatto la storia di Caritas Ticino.

Grazie agli storici Aldo Abächerli, Antonio Gili e Antonio Lepori coordinati in questo lavoro di ricerca da Alberto Gandolla.

Grazie ai relatori del convegno del cinquantesimo, del 21 novembre 1992 a Lugano: Mons. Eugenio Corecco, Pierpaolo Donati, On. Renzo Respini, Christian Marazzi, Edoardo Bressan, Giacomo Contri, Mons. Juraj Petrovic, Jean Luc Trouillard, Mons. Giuseppe Pasini e Hubert Bausch.

Grazie a Mimi Lepori Bonetti e Roby Noris, di Caritas, per i loro contributi.

E grazie a tutti gli operatori, volontari e amici (sono tantissimi...!) che hanno reso possibile sia il convegno che la realizzazione di questo libro e che continuano a portare avanti l'opera della nostra Caritas diocesana perché sempre più sia il fermento di espressioni di carità che segnano la comunità e tutta la comunità nel solco della carità evangelica.

Concludo con un augurio ripreso da un passaggio dell'enciclica "Veritatis splendor" (nr.88): "Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non quando viene messa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta l'esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita (cf.Gal.2,20), ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli."

Né posso non ricordare almeno una delle preziose esortazioni sulla carità di Papa Paolo VI: "... la carità ha in sé una grande forza evangelizzatrice. Nella misura in cui sa farsi segno e trasparenza dell'amore di Dio, apre mente e cuore all'annuncio della parola di verità. Desideroso di autenticità e concretezza, l'uomo di oggi apprezza di più i testimoni che i maestri e, in genere, solo dopo esser stato raggiunto dal segno tangibile della carità si lascia guidare a scoprire la profondità e le esigenze dell'amore di Dio", come spesso ricorda il nostro Vescovo Eugenio: "la fede passa attraverso la carità!"


Mons. Giuseppe Torti

Presidente di Caritas Ticino

Diocesi di Lugano e carità:
dalla storia uno sguardo al futuro

Parte prima


SGUARDO AL PASSATO


Contributi per una storia dell’azione caritativa e assistenziale
dei cattolici nel Canton Ticino


Parte prima: SGUARDO AL PASSATO


Contributi per una storia dell’azione caritativa e assistenziale
nel Canton Ticino

CARITÀ ED ASSISTENZA NELLA STORIA E NELLA CULTURA
di Antonio Gili p 13

ATTIVITÀ CARITATIVE CATTOLICHE IN TICINO NEI PRIMI CINQUANT’ANNI
DI VITA DELLA DIOCESI
di Aldo Abächerli p 59


NOTE SULL’EVOLUZIONE DELL’ASSISTENZA E DELLE LEGISLAZIONE
SOCIALE NEL CANTON TICINO
di Antonio Lepori p 131


50 ANNI DI STORIA DI CARITAS TICINO (1942-1992)
di Alberto Gandolla p 151

INTRODUZIONE


Ci è subito piaciuta l'idea di partire dall'occasione contingente, i cinquant'anni di Caritas Ticino (1942 1992), per cercare di allargare il discorso e tentare di studiare e mettere in valore le esperienze e le azioni caritative e assistenziali provenienti dal mondo cattolico nel nostro cantone. È noto infatti che fino agli anni Cinquanta e Sessanta l'assistenza alle persone bisognose era attuata quasi esclusivamente da enti e associazioni private, in buona parte di ispirazione cattoliche, ma queste generose iniziative sono oggi poco conosciute. Nel medesimo tempo però siamo stati immediatamente consapevoli del fatto che gli studi di storia sociale sulla carità, sulla povertà e sull'assistenza nel Ticino sono finora molto scarsi e che quindi si tratta di un campo storiografico molto interessante ma ancora ben poco indagato (altro problema: finora non esiste ancora una nostra storia diocesana, utile per vari riferimenti). Inoltre la presente pubblicazione (anche la sua prima parte) non vuole essere certo un'opera storica specialistica ma invece tenta di offrire una serie di elementi di riflessione soprattutto agli operatori sociali e alle persone interessate alla questione.
I quattro presenti contributi storici vogliono dunque costituire semplicemente un primo contributo a una storia della carità e dell'assistenza nel Ticino, con particolare riferimento all'impegno dei cattolici, ancora quasi tutta da scrivere; non abbiamo avuto evidentemente nessuna pretesa di essere esaurienti e completi.

Questi contributi mettono in rilievo, in modi e anche con "stili" diversi, alcuni aspetti della questione. Antonio Gili fa un interessante discorso di ampio respiro sull'assistenza a partire dal medioevo, con una serie di riflessioni generali sul tema. Aldo Abächerli, inoltrandosi in un campo sostanzialmente inesplorato, illustra nel particolare il complesso e differenziato intervento dei cattolici nel campo assistenziale durante i primi cinquant'anni (1885 1935) di esistenza della nostra Diocesi. La nascita di Caritas (avvenuta per un bisogno preciso avvertito in tempo di guerra, per iniziativa di monsignor Jelmini) e il suo sviluppo sono descritti dal sottoscritto, mentre Antonio Lepori traccia un utile riferimento sintetico dell'evoluzione della legislazione sociale del nostro cantone.

Restano così fuori molti e importanti altri aspetti di tutta la problematica legata all'assistenzialismo ma, come già detto, la nostra preoccupazione non è stata quella di costruire un quadro storico esaustivo. Va da sé, per concludere questa breve nota introduttiva, che i responsabili dei singoli giudizi storici espressi in questi contributi sono gli autori stessi e non i dirigenti di Caritas Ticino.


Alberto Gandolla


CARITÀ ED ASSISTENZA NELLA STORIA E NELLA CULTURA

di Antonio Gili

Preliminari critici per una storia dell'assistenza ticinese dal Medioevo all'età moderna e contemporanea

Parlare di carità significa parlare della "cultura della sofferenza", una cultura particolarmente viva nella tradizione sociale dei cattolici. Quando cinquant'anni or sono la nostra autorità religiosa decise di creare un'opera assistenziale diocesana, le diede significativamente il nome "Caritas", la grande virtù teologale esaltata da una celebre epistola di san Paolo. L'anima, il cuore di questa cultura marcata dalla carità è la partecipazione gratuita alla sofferenza e agli infiniti bisogni da essa suscitati.

L'epoca nostra ha cercato di trasformare la "cultura della sofferenza" in statalizzazione, in sindacalizzazione, finendo spesso non solo per non saper risolvere i problemi assistenziali, ma addirittura per non saperli più affrontare nella loro dolorosa complessità d'evento totalmente umano. L'assistenza statalizzata o sindacalizzata si è tragicamente privata del suo cuore, la carità, quasi vi si è costretta; si è a volte persino vantata di abbandonarla. Se è vero che senza un'efficiente struttura assistenziale la carità finisce con il cadere in una spinta puramente sentimentale, emotiva e inerte, è altrettanto vero e sotto gli occhi di tutti che senza carità l'assistenza diviene una fredda, cieca e cinica utopia di potere.

La ricognizione storica mostra in modo incontrovertibile che ad ogni epoca carità ed assistenza sono inseparabili: l'assistenza trova la sua origine e il suo alimento nella carità, così come la carità trova il suo compimento nell'assistenza (1). Lungo i secoli i due termini hanno costituito un inscindibile connubio, le cui motivazioni ideali hanno conosciuto rotture, mutamenti, ma anche permanenze, da un'epoca all'altra.

Il dibattito sugli interventi assistenziali che negli ultimi due secoli ha occupato i politici e gli operatori sociali è stato spesso viziato da un'insufficiente conoscenza, se non addirittura ignoranza, dei presupposti storico culturali che sorreggono oggi la concezione dei rapporti tra pubblico e privato, tra campo laico e campo religioso. Questo ha permesso l'instaurarsi di un certo schematismo entro il quale i termini suddetti sono stati completamente ideologizzati mettendoli in assoluta contrapposizione. Chi crede di illuminare senza la necessaria consapevolezza storico culturale, ignaro degli schemi ideologizzati ereditati dal passato, in realtà non getta luce alcuna sulle questioni aperte del presente, non le chiarisce affatto ma tutto abbaglia.

Sono grato ai promotori di questa pubblicazione che si sono con accortezza preoccupati di offrire agli operatori sociali, cui questo volume principalmente si rivolge, una dimensione anche storica dei problemi che si pongono oggi all'intervento assistenziale. Riandare al passato nell'individuare i nodi epocali e le motivazioni ideali che hanno caratterizzato carità ed assistenza nel corso dei secoli, darà scampo dagli schemi angusti e spero contribuirà ad una maggiore consapevolezza culturale dei non facili problemi posti dalla nuova e vecchia povertà della nostra epoca.


1. L'assistenza come parametro storiografico degli orientamenti ideali di una società

Chi ha avuto modo di scorrere quelle più o meno ingiallite pubblicazioni d'epoca riguardanti opere di beneficenza e carità ed istituzioni assistenziali ha certo in mente i termini di glorie municipali, civili o religiose, che caratterizzano quasi sempre la letteratura memorialistica e cronachistica locale. La storiografia erudita e tradizionale, municipalistica o agiografica, celebrativa nel suo approccio, teneva a richiamare alla memoria la cura e le attenzioni degli avi verso i bisognosi, interessata ad elogiare la generosità dei fondatori, dei promotori e del campanile, all'ombra del quale era sorta una determinata opera. Merito della più recente storiografia è stato quello di abbandonare l'angusta ottica "araldico genealogica" e "municipalistica" tradizionale, per situare la singola opera di carità, il singolo istituto d'assistenza, dentro la molteplicità degli interventi in quel campo e dentro la più vasta storia del pauperismo, fenomeno di così ampie dimensioni nelle società pre industriali. Analizzando l'atteggiamento istituzionale della società di fronte al fenomeno della povertà e le strutture assistenziali che le sono proprie, la letteratura storica ha sempre più tenuto conto delle interrelazioni tra l'aspetto giuridico formale dell'istituzione esaminata, l'aspetto tipologico economico nel quadro dei diversi sistemi di assistenza e l'aspetto storico sociale inteso a cogliere il rapporto tra la struttura assistenziale e i gangli vitali dell'organizzazione demica e umana, le relazioni tra l'ambito territoriale dei rapporti sociali e i caratteri storici del singolo insediamento assistenziale. Questi metodi di analisi hanno contestualizzato la singola realtà assistenziale nel più generale quadro di riferimento costituito dall'organizzazione della società, dai suoi moduli mentali, dalle concezioni generali, dai valori e dagli orientamenti ideali che l'hanno percorsa alle varie epoche.

La storiografia ticinese ha finora poco studiato il tema dell'assistenza, integrandolo quale capitolo di opere di storia sociale più generale (2) ed esaminandolo soltanto per quel che concerne l'intervento legislativo pubblico e statuale. La stessa storiografia legata al filone del movimento cattolico ticinese (3) pur chiamata largamente in causa per le numerose opere caritative sorte in ambito religioso e "privato" non si è mai molto interessata alla storia dell'assistenza, privilegiando piuttosto gli aspetti del movimento sociale relativi al complesso di dottrine e di realizzazioni pratiche immediata mente influenti sugli equilibri politico istituzionali. Gli storici di tendenza cattolica si sono infatti occupati prevalentemente dei partiti politici o dei sindacati. Gli aneliti di riforma sociale volti all'eliminazione delle ingiustizie sociali e degli abusi economici prodotti dal capitalismo e dall'industrialismo e al miglioramento materiale e morale delle classi lavoratrici e più sfavorite, attraverso l'attività dei gruppi politici e sindacali hanno infatti una diretta ripercussione sugli equilibri di potere.

Gli aneliti caritativi e assistenziali non hanno invece come fine immediato gli equilibri e le riforme politico istituzionali, ma nascono dall'urgenza umana del sollievo di certe miserie inevitabili, quali la vecchiaia, la vedovanza, l'orfanezza e la malattia, fermo restando che questi stessi mali traggono indubbi rimedi da una riforma sociale. Questo spiega in parte la grande rilevanza data dalla storiografia ticinese al movimento sociale di partiti e sindacati, a scapito dell'azione assistenziale e caritativa, settore altrettanto importante e significativo per una conoscenza più esauriente degli sviluppi storici e culturali complessivi della società ticinese. I contributi a carattere storico presenti in questa pubblicazione possano essere di stimolo nell'incentivare l'interesse per future e più compiute ricerche storiche sull'assistenza nel nostro paese.


2. Il Medioevo cristiano: l'assistenza come accoglienza

Nel Medioevo l'attività assistenziale è definita dalla hospitalitas, concetto cui concorrono l'eredità romana e quella cristiana. Nella concezione romana prevale l'utilitas publica: plebi e fanciulli vengono nutriti ed assistiti per le evenienze belliche, preparati a soddisfare le esigenze eminentemente politiche e militari dell'impero. Nella concezione cristiana, di carattere morale e non semplicemente giuridico, viene esaltata la dignità della persona umana, così che il servizio reso al povero e al sofferente viene esemplato sul modello del servizio reso al Cristo stesso. La carità cristiana, oltre ai suoi aspetti teologicamente vincolanti attraverso cui si concretizza l'amore tra Dio e l'uomo, è vista anche come metodo di vita per una più compiuta realizzazione dell'uguaglianza sociale tra gli uomini.

La storia ha divulgato ad esempio dell'innesto cristiano nella cultura romana la famosa Villa languentium, l'ospedale romano della patrizia Fabiola. L'hospitalitas è però soprattutto prerogativa di vescovi, monaci, canonici e, col tempo, anche di laici. La chiesa del primo Medioevo sancisce attraverso diverse disposizioni il dovere del vescovo di ben amministrare i beni destinati ai poveri e agli ammalati, prevedendo l'istituzione presso lo stesso episcopio di strutture idonee allo scopo e prescrivendo di destinare un quarto delle decime all'esercizio dell'ospitalità. A partire dal X secolo intervengono altre istituzioni, sia religiose, sia laicali, nell'esercizio dell'attività ospedaliera, mentre il ruolo diretto del vescovo scompare gradualmente. Agli episcopi subentrano sempre più i monasteri, le canoniche regolari e singole iniziative laicali.

Sul modello delle grandi regole, benedettina o agostiniana, applicate alle esigenze proprie dei poveri e degli ammalati, l'attività assistenziale del monaco si delinea, accanto a quella del culto, a quella lavorativa e contemplativa volta alla santificazione personale, come una consacrazione religiosa, con ruoli (minister, fratres, conversi) che corrispondono realmente ad un servizio prestato. Esemplare al riguardo è la spiritualità benedettina. La Regola di san Benedetto detta infatti precise norme circa il dovere dell'ospitalità: la cura degli ospiti è affidata ad un monaco e un apposito edificio d'accoglienza è adibito nel complesso del monastero. L'attività assistenziale negli ospedali monastici è fondata sul principio dell'accoglienza di chiunque. L'ospite è tale alla stessa stregua di Cristo, per cui non è fatta alcuna distinzione sociologica, ponendo sullo stesso piano sia colui che accoglie, sia colui che dell'accoglienza è destinatario. La struttura ospedaliera medievale va intesa nel senso più ampio del termine, dagli xenodochia alle diaconie, dai nosocomi agli ospedali veri e propri. Hospitale, hospitium derivano infatti dalle radici latine di hospes e hospitalitas, dove l'ospite non è solo colui che è accolto ma al contempo anche colui che accoglie: l'ospedale è dunque istituto che significa molte cose. Identificato con Cristo stesso, per la pietà cristiana medievale il povero è "signore". Di conseguenza il povero, fuori da rigide categorie, è chiunque si trovi nel bisogno, sia esso fisico o spirituale: poveri e pellegrini, nei quali si ritrova con maggiore aderenza il Cristo; dove i poveri possono essere ammalati, vecchi, infermi, bambini abbandonati, prostitute, viaggiatori e indisposti d'ogni sorta cui dover dare alloggio gratuito, attenuando la loro solitudine, anche con la cura medica e con il soccorso di viveri, vestiti, legna e altro presso la loro dimora, preguardando nel limite del possibile la loro indipendenza ed autonomia. Questi riferimenti benedettini, almeno come ispirazione originaria, ricorrono in tutti i testi di consuetudini monastiche.

Molto vicina allo spirito dell'ospitalità monastica è pure quella esercitata dal movimento canonicale nei secoli XI e XII, anche se con diverse motivazioni, tenuto conto del diverso rapporto con il mondo e la società. Mentre la hospitalitas monastica rientra tra le forme attraverso le quali vivere compiutamente l'ideale monastico in quanto tale, l'hospitalitas dei canonici facenti vita in comune è uno degli aspetti della cura animarum e rientra quindi tra i compiti pastorali della comunità sacerdotale che, attraverso di essa, cerca di sviluppare un'azione sacramentale nei confronti degli uomini del mondo.

Accanto all'attività assistenziale svolta dalle strutture ospedaliere rispettivamente di vescovi, monasteri e canoniche, si affianca quella laicale, indipendente dagli ordini religiosi tradizionali. Si tratta di uomini e donne, liberi dall'impegno dei voti, uniti dal desiderio di manifestare il proprio attaccamento religioso ed ecclesiale, seguendo semplicemente la regola di vita evangelica degli apostoli, che danno vita ad associazioni ospedaliere per il servizio di carità ad ammalati, mendicanti, pellegrini, neonati abbandonati, orfani, vecchi, infermi, vedove, meretrici, tutti pauperes Christi (poveri di Cristo), immagini del Signore che danno occasione anche a queste persone laiche di esercitare la carità pro remedio animae (a salvezza della propria anima). L'esempio di Cristo, sempre pronto ad aiutare e guarire, guida la vita apostolica di questi movimenti laicali, che prendono le mosse dalla riforma ecclesiastica gregoriana del secolo XI, tesi al rinnovamento religioso di una Chiesa, alla cui vita vogliono avere parte più attiva. I secoli XI e XII sono un'epoca di ripresa economica e sociale, segnata dalla feconda esperienza comunale e dall'intensificarsi degli scambi commerciali e dei traffici, la cui scena è dominata dalle città.

Il nuovo ordinamento comunale, la crescente domanda di inurbamento delle classi provenienti dal contado, i nuovi ceti emergenti dei mercanti, dei commercianti e dei nuovi proprietari terrieri, sono tutti fattori che concorrono a trasformare profondamente l'assetto cittadino. Sorgono allora nuovi ospedali, la cui fondazione non è più dovuta o non soltanto all'iniziativa vescovile o a quella degli altri enti ecclesiastici (monasteri, canoniche), ma a laici facoltosi (artigiani e commercianti), corporazioni e fraternità laicali.

L'ospedale di Lugano, la cui fondazione risale allo scorcio del XIII secolo (4), è un esempio a noi vicino, che rispecchia pienamente quanto descritto finora. Esso è aperto da una fraternità di Umiliati, il movimento laicale allora fiorente di iniziative ospitaliere in tutta la Lombardia fino ai valichi alpini e attivissimo nel commercio della lana (5). L'ospedale luganese, intitolato a Santa Maria, dava ospitalità ai poveri e ai pellegrini. La sua gestione, un po' dopo la metà del XV secolo, passa infine nelle mani dell'amministrazione borghigiana stessa, rappresentata da suoi delegati nel governo dell'istituto.

A Lugano, come dappertutto, questo fenomeno di corporativizzazione e di privatizzazione laicale delle strutture ospedaliere porta all'esplodere di tensioni con il vescovo, al quale per l'ordinamento canonico o comunque per tradizione di riconoscimenti statuali spettava sempre il controllo degli enti ospedalieri.

D'altro canto lo stesso fenomeno prelude alla politica di concentrazione, di controllo e di gestione diretta della rete ospedaliera, specialmente urbana, condotta tra la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna, dalle realtà di potere incarnate vuoi dai nuovi Stati monarchici e regionali, da noi in primis il ducato di Milano e, più tardi, i Cantoni svizzeri sovrani cui i nostri territori sono sottomessi a partire dal XVI secolo.


3. L'assistenza come controllo sociale: rotture, mutamenti e permanenze nel concetto di povero tra Medioevo ed età moderna

Il passaggio dal Medioevo all'età moderna segna, nel campo assistenziale, mutamenti profondi e durevoli, che per molti versi costituiscono il presupposto stesso dell'attuale tipo di civiltà. Cambiano infatti la concezione e la modalità dell'assistenza, con l'effetto tanto di una maggiore durezza nei confronti dei poveri quanto di un crescente controllo statale nei riguardi degli istituti benefici. Nel XIV secolo l'intervento dei poteri civile ed ecclesiastico si dispiega sempre più nelle grandi concentrazioni ospedaliere e si pongono così le basi istituzionali nuove dell'età moderna che sta per cominciare.

Parallelamente la situazione sociale conosce allora un rapido deterioramento, con l'accentuarsi degli squilibri sociali prodotti da un processo di accumulazione primitiva del capitale: i poveri assumono le caratteristiche di un ceto definibile in rapporto alla sua mancata partecipazione alla distribuzione della ricchezza. Peggiora la qualità della vita, cresce l'insicurezza delle popolazioni in un'Europa preda di ricorrenti crisi alimentari e di epidemie devastatrici. I ceti dirigenti avvertono la pericolosità di questa situazione esplosiva e la conseguente esigenza di un controllo sociale, che trova un primo e significativo riscontro nell'immediata ristrutturazione degli interventi assistenziali. Le autorità pubbliche concentrano le loro preoccupazioni più sui pericoli della miseria che sulla miseria stessa, individuando nei poveri un fattore decisivo di stabilità e di equilibrio politico, sociale ed economico. Accanto a un problema di "soccorso", si pone un problema di ordine pubblico, di "polizia", come dimostrano i provvedimenti che accompagnano o che comunque seguono la riorganizzazione assistenziale del XV secolo. In questo mutato orizzonte di valori, entro cui assumono un ruolo anche l'importanza attribuita al denaro e il culto dell'attività umana, il povero non è più il "povero di Cristo" della precedente respublica christiana, al quale era dovuto assistenza e ospitalità per il fatto stesso di essere nel bisogno, ma un soggetto potenzialmente pericoloso, da reprimere o da internare, oggetto di crescente sospetto e di attenzione poliziesca. Gli intenti di globalità, uniformità e segregazione si affiancano a quello di assistenza, e sempre più spesso si usa il sostantivo "carcere" come sinonimo di ospizio e il verbo "rinchiudere" come sinonimo di "soccorrere". Il povero ha diritto all'assistenza solo se la sua povertà è incolpevole, provocata cioè da vecchiaia, malattia o invalidità; in caso contrario, scatta per lui il meccanismo dell'internamento coatto con il lavoro obbligatorio. La parola d'ordine è l'assistenza per mezzo del lavoro; sembra diventi obsoleto il precetto di Sant'Agostino: "L'elemosina cancella il peccato come l'acqua spegne il fuoco", si cita invece più volentieri quello di san Paolo: "Chi non vuol lavorare stia a digiuno". La maggior parte degli ospizi settecenteschi epoca in cui giunge al culmine quella che Michel Foucault (6) ha definito politica della "grande reclusione" sembra basarsi sulla definizione usata da Montesquieu nell'Esprit des Lois: "Un uomo non è povero perché non possiede niente, ma perché non lavora" (7). La nuova linea di condotta, chiaramente attestata dalle varie legislazioni sui poveri che si susseguono in Europa dal XVI al XVIII secolo, è dettata principalmente da esigenze di conservazione sociale, di equilibrio fra dominanti e dominati, che, all'interno di un contesto in rapido sviluppo, si pongono con assai maggiore urgenza che non nella "statica" società medievale. Dalla rinascita comunale in poi, all'interno di questo processo, viene realizzandosi sempre più compiutamente il tentativo, da parte delle nuove classi in ascesa, di controllare a proprio vantaggio l'aumento del benessere: chi ne è forzatamente escluso, resta emarginato a poco a poco dalla stessa vita civile. Nei bandi contro i poveri emanati dai capitani reggenti (lanfogti) nei baliaggi ticinesi durante l'antico regime (8), analoga mente a quanto avviene allora in tutti gli altri paesi europei, scompare, in un certo senso, il povero e nasce la figura dell'"ozioso", del "pitocco", del "vagabondo" o del "pazzo", con risultati analoghi a quelli ottenuti agli albori della stessa età moderna dalla lotta contro le streghe o dalla persecuzione nei confronti degli ebrei. Questi provvedimenti contro la mendicità da parte dei Cantoni svizzeri sovrani si inquadrano tanto nel contesto europeo cui si è fatto cenno, quanto nell'ambito delle preoccupazioni morali e religiose del periodo post tridentino.

Il punto di rottura tra amore cristiano, così come l'aveva avvertito il Medioevo, e la filantropia dell'età moderna, sta nella concezione dell'assistenza. Si può affermare che fino alla controriforma la funzione di riequilibrio sociale era svolto dalla carità medievale nelle sue molteplici espressioni cittadine o borghigiane associative, solidaristiche: ospizi, ospedali, confraternite. Dopo tale epoca, specie a partire dal XVII secolo, a tali espressioni subentrano forme di aiuto gerarchizzate e centralizzate, nelle quali l'ideale non è più tanto la salute dell'anima di chi offre assistenza, di chi da, ma quella di chi riceve l'assistenza, di chi, in quanto peccatore, deve essere accolto e mutato nel carattere. La cesura storica fra carità cristiana da una parte e filantropia moderna dall'altra, trova affermazione in una nuova concezione dell'assistenza in epoca moderna, in cui non è più tanto in gioco la "santificazione personale" nell'aiuto recato all'altro, quanto piuttosto un progetto di controllo sociale, di natura ideologica. Il povero è gradualmente privato di ogni connotato sacrale e diviene sempre meno il bisognoso che la carità cristiana accoglie, mossa dall'esperienza suscitata dall'avvenimento dell'Incarnazione. Il povero diviene piuttosto l'individuo socialmente pericoloso che l'organizzazione costituita preoccupata di salvaguardare l'immagine sempre più ideologizzata e moralizzatrice che ha di se stesa intende in vario modo emarginare e, in un secondo tempo, se possibile, reinserire nella vita attiva della società.

Naturalmente bisogna stare attenti a non cadere in uno schematismo forzato nel distinguere la carità come accoglienza (come hospitalitas), propria del Medioevo cristiano, dalla carità come controllo sociale, che caratterizza invece l'età moderna. Nonostante le forme apertamente repressive di assistenza, maturate con i moderni stati assoluti e gestite direttamente da organismi pubblici in un'ottica di polizia, persiste nel tempo una mentalità ancora legata ai tradizionali valori della charitas: i pauperes Christi, formula cara alla tradizione medievale, cosi ricca di contenuto etico e religioso, non è del tutto debilitata dall'idea di assistenza dell'età moderna. La linearità percorsa dalla nuova immagine del povero in età moderna, con la "grande reclusione" che caratterizza gli interventi del potere, al di là delle dichiarazioni teoriche, incontra infatti anche ostacoli, resistenze, o anche soltanto lentezze, dovute al permanere del riferimento alla tradizione medievale nella concezione della povertà. La società medievale non è soltanto una determinazione temporale, ma anche un riferimento ideale, che, come tale, riesce a sopravvivere. Ogni città europea, ogni paese, presenta caratteri nel rapporto con il pauperismo che possono essere assai specifici, per situazione, per mentalità, per cultura, per l'organizzazione economica. Occorre dunque evitare semplificazioni e generalizzazioni, vero che alla fermezza repressiva verso i poveri del potere sul piano nazionale, contrastano le difficoltà incontrate in ambiti locali nel realizzare pienamente e con successo le intenzioni delle autorità centrali, per la complessità delle opinioni e delle dottrine ivi esistenti sulla povertà e di tradizioni benefiche peculiari di una determinata comunità regionale.

4. L'istituzione ospitaliera ed assistenziale a Lugano nel Medioevo e in età moderna: un'esperienza storico giuridica utile ad una più feconda interpretazione del rapporto tra "pubblico" e "privato"

Le comunità medievali non conobbero i conflitti tra società civile e società religiosa, così come li ha conosciuti la cultura di derivazione illuministico borghese dopo la rivoluzione francese: la vita dell'uomo medievale si caratterizza per la sua integrità, immersa in una cultura che vive in unità ciò che è umano e immanente, con ciò che è religioso e trascendente. L'età moderna rivendicò la distinzione tra sfera religiosa e sfera civile; non si tratta però ancora di un conflitto culturale e ideologico tra comunità religiosa e comunità civile, ma di una semplice distinzione sociologica. Il conflitto germinò durante il secolo dei lumi, caratterizzando poi l'età contemporanea. Con il pensiero razionalista si passò da una concezione unitaria della distinzione tra religioso e civile, tra ecclesiastico e temporale, ad una concezione dualistica del rapporto tra i rispettivi ambiti. Lo stesso pensiero religioso moderno, attraversato dalla riforma protestante, riflette questo dualismo sul piano sociale e culturale e, più in generale, nella separazione tra fede e ragione nell'uomo.

Una delle conseguenze di questa evoluzione fu il conflitto di competenze sorto tra autorità civile ed autorità religiosa a partire dalla riforma e dalla controriforma. Se nel Medioevo la distinzione tra civile e religioso aveva indicato soltanto una diversità di origine e di provenienza, dal XVI secolo essa connota invece un conflitto di competenze: una conflittualità però ancora solo di natura politica e giuridico amministrativa, che non comporta ancora quelle tensioni etico culturali e ideologiche d'epoca illuminista e rivoluzionaria. Durante l'antico regime rimase infatti radicato nella sostanza e largamente diffuso il sentimento religioso con i suoi referenti simbolici nella vita sociale e istituzionale.

Il rifiuto del fatto religioso col suo relativo misconoscimento da parte dell'istituzione civile maturò solo più tardi, alla caduta dell'antico regime. Fino ad allora l'istituzione civile riconobbe il fatto religioso ed ossequiò le istituzioni religiose. Per l'istituzione civile il fatto religioso, la tradizione cristiana, erano accettate e integrate come elementi capaci di rafforzare attraverso vincoli sacrali l'unità del gruppo sociale; unità del resto già in atto naturalmente a partire dai bisogni e dalle urgenze materiali e terrene, propri della stessa comunità civile. Il potere civile partecipava alla vita religiosa con gesti di devozione pubblica, vissuti per se stessi o meno, comunque in funzione di un'unità sociale e politica che se non aveva necessariamente sempre il suo fondamento reale nell'autentica fede, l'aveva perlomeno nei gesti comunitari imposti dalla necessità della sopravvivenza del corpo sociale e della salvaguardia del potere costituito.

Gli interventi delle autorità borghigiane di Lugano attraverso le sue istituzioni ospedaliere ed assistenziali nel corso dei secoli, alla luce di quanto si è detto, dimostrano come sarebbe insensato applicare alle società del passato le nostre odierne categorie di "religioso", di "civile", di "laico", di "privato", di "pubblico", fondate come sono su pregiudizi di derivazione illuministico borghese che hanno largamente determinato la prassi politica storicamente egemone del nostro Cantone.

La storia settecentenaria dell'ospedale di Lugano (9) cui si è già fatto cenno per l'epoca medievale in un precedente capitolo illustra assai bene come, fuori dalle consuete contrapposizioni ideologizzate contemporanee, tanto schematiche, si possano trovare ben più aperte e feconde interpretazioni del rapporto tra "pubblico" e "privato" nel campo assistenziale, come pure in tutti gli aspetti della società civile.

La vita di una comunità borghigiana come quella di Lugano, segnatamente e in un modo del tutto esemplare la storia del suo ospedale di Santa Maria, antenato dell'odierno Ospedale Civico, riflettono la reciprocità tra società civile e società religiosa, tra sfera pubblica e sfera privata, tipica dell'età medievale e che perdura per tutta l'epoca moderna fino alla rivoluzione francese.

Non deve destare meraviglia che a Lugano, come ovunque nell'Europa dell'antico regime, si costruiscano o si ingrandiscano e adornino tante belle chiese, ricche di opere d'arte, nella maggior parte dei casi ancor oggi oggetto della nostra ammirazione. Le autorità dell'antico borgo, interpretando i sentimenti religiosi delle comunità locali, prendono spesso l'iniziativa direttamente oppure ne assumono il patronato, approvano i progetti degli ordini religiosi residenti (francescani, cappuccini, somaschi) e delle locali confraternite, contribuendo con cospicue elemosine, cessioni di terreni. Gli atti del Consiglio del Borgo, come pure quelli del Consiglio della Comunità di Lugano consesso che riuniva le quattro pievi di Lugano, Riva S. Vitale, Capriasca e Agno , infarciti d'invocazioni a Dio Onnipotente e alla Santissima Vergine, rivelano, insieme al disbrigo degli affari amministrativi politici, militari ed economici, anche avvenimenti, episodi, singoli o collettivi, della vita religiosa luganese, seguita e protetta, talora in un certo qual modo diretta dalle stesse autorità costituite, le quali, in ossequio alla gerarchia ecclesiastica (vescovo di Como e Capitolo di S. Lorenzo), sapevano convenientemente tutelare i diritti e le ragioni della comunità nei confronti dei Cantoni sovrani svizzeri e del limitrofo Stato di Milano. Non c'è pertanto da stupirsi se certe iniziative d'impronta religiosa non siano proprie delle autorità religiose medesime. I rappresentanti delle autorità civili borghigiane, come i fabbricieri delle chiese (addetti al buon esercizio dei luoghi di culto) o i "Deputati dell'Hospitale", partecipano puntualmente alle funzioni religiose. I suoi membri, spesso membri influenti dell'una o dell'altra confraternita, le vogliono decorose e solenni, con musica e bel canto, portano a turno il baldacchino nelle processioni, fanno offerte e legati.

Il Consiglio Generale della Comunità del Borgo, dal 1590 divenuto il Consiglio dei XXXVI, dal numero dei suoi membri, deputato a stabilire la distribuzione delle messe al Capitolo di S. Lorenzo e ai conventi, fissa pure le elemosine alle case religiose dei frati conventuali, dei frati riformati e dei cappuccini luganesi; provvede alla nomina del predicatore per l'annuale Quaresima, designa una propria delegazione ai ricevimenti del vescovo di Como, dell'arcivescovo di Milano, del nunzio a Lucerna; ordina le funzioni devozionali straordinarie nei tempi di siccità, di carestia o di epidemie; elargisce offerte per messe, tridui e benedizioni da celebrarsi in onore della Madonna o di santi e patroni; dispone per l'esecuzione dei voti fatti in contingenze calamitose e in tempo di peste; cura, accanto all'istruzione generale, quella religiosa, con l'insegnamento della dottrina cristiana nelle chiese; salaria i maestri e i "pescatori" (addetti alla raccolta dei fanciulli nelle piazze per avviarli alle pratiche religiose in chiesa); nomina l'"anziano" (sovrintendente ai funerali), il campanaro, l'organista di S. Lorenzo e di S. Maria (la chiesa dell'ospedale).

Questa correlazione tra società civile e religiosa, che contraddistingue nel passato un rapporto peculiare tra "pubblico" e "privato", tra istituzione statuale e società, trova applicazione anche nel campo che qui interessa, quello dell'assistenza, insieme alla cura medica e sanitaria, allora compresa nell'attività dell'istituto ospedaliero borghigiano.

Le sorti dell'ospedale di S. Maria di Lugano riflettono il processo di "comunalizzazione" già ricordato per tutti gli ospedali e le città europee ad opera della nascente borghesia urbana (10). Nel corso del XV secolo i "vicini" (patrizi) del Borgo, il gruppo di famiglie autoctone più antiche, acquista potere, tanto da sovrapporsi poco a poco agli Umiliati (la fraternità laicale medievale all'origine della prima casa ospitaliera di Lugano) nell'amministrazione dell'ospedale borghigiano, cogliendo occasione anche dal perdurare di un periodo di gestione dell'istituto poco rigoroso e affatto oculato. Nel 1479 (11) il Consiglio Generale nomina quattro persone, dette "Deputati dell'hospitale", ognuno rappresentante le quattro più antiche contrade di Lugano (Nassa, Cioccaro, Verla e Canova), appartenenti alle famiglie locali più influenti, per le quali intervenire nella gestione dell'ospedale significa mettere le mani nell'amministrazione di un patrimonio non indifferente e partecipare delle sue rendite. Per gli alti valori da esso rappresentati e per l'importante funzione sociale da esso svolta, l'ospedale concorre all'ascesa sociale della borghesia luganese, le cui facoltà economiche le permettono di intervenire nel sanare i crescenti bisogni di una popolazione impoverita dalle guerre intestine tra i Rusca e i Sanseverino (investiti dal Duca di Milano dei territori luganesi), dal malgoverno, dai disordini, dalle discordie, vendette, ruberie, rapine, come pure dai cattivi raccolti, dalle carestie ed epidemie di peste che sconvolgono il XV secolo in tutto il Sottoceneri. Le famiglie borghesi cominciano a prendersi cura delle opere di beneficenza, risolvendo i problemi di spazio causati dal continuo aumento demografico e dalle poche stanze che dovevano allora costituire l'edificio ospedaliero borghigiano. Questo processo di "comunalizzazione" tardomedievale non lo si può ancora intendere nel senso di una secolarizzazione e laicizzazione degli interventi assistenziali e ospedalieri. L'organismo civile, incarnato dal potere statuale, sul piano locale espresso dalle famiglie borghigiane di commercianti, artigiani e mercanti, si limita a svolgere soltanto un ruolo di coadiutore nell'amministrazione dell'ospedale, la conduzione dell'istituto restando sempre d'impronta nettamente religiosa, con la garanzia dell'assistenza religiosa e spirituale da parte delle componenti laiche borghigiane. Permane la finalità religiosa e lo specifico compito pastorale del vescovo di Como alla cui giurisdizione era allora sottoposto il Luganese come giustificazione dell'intervento della componente ecclesiastica nella gestione dell'ospedale, alla stessa stregua di tutti gli altri enti diocesani di interesse pubblico spirituale.

Il carattere peculiare di questo modo di governo dell'ospedale sta nel fatto che i suoi amministratori non sono privati, ma membri delle famiglie più influenti e più addentro alla cosa pubblica del Borgo: elemento assai significativo di un'avvertita coscienza del carattere di interesse pubblico riconosciuto ad una fondazione come l'ospedale. Non si tratta ancora di conflitti con l'autorità ecclesiastica di tipo giurisdizionale, quanto di una più avveduta consapevolezza del carattere di ente di pubblico interesse che l'istituto ospitaliero, pur soggetto alla giurisdizione del vescovo e riconosciuto nelle sue finalità religiose, va assumendo.

L'ospedale, inteso come "luogo pio", viene così costituendo, dalla fine del XV secolo in poi, un'unità amministrativa autonoma, dipendente dal "Consiglio Generale della Comunità del Borgo" che deve render conto alla corona del duca di Milano nella persona del Capitano ducale. Con gli inizi del XVI secolo i territori ticinesi passano sotto il dominio svizzero, diventando baliaggi dei tredici Cantoni elvetici, i quali inviano a governarli un capitano reggente (lanfogto) nelle rispettive circoscrizioni sotto e sopracenerine. È a partire da quell'epoca che agisce la "Congregazione del Venerando Hospitale di Lugano" (12), quale unità amministrativa autonoma, composta dai quattro "Deputati dell'Hospitale" otto, due per contrada, dalla fine del XVI secolo fino al 1757 sotto la cui direzione operavano un "fattore" ("minister" all'epoca umiliata) e un "caneparo" (tesoriere). I Deputati dell'ospedale siedono al contempo nel Consiglio Generale della Comunità del Borgo, più tardi consiglio dei XXXVI, l'autorità borghigiana che deve rendere conto al lanfogto di Lugano rappresentante i Cantoni sovrani nel baliaggio. Deputati, fattori, canepari, cappellani, medici, chirurghi, "barbitonsori" (cerusici) dell'ospedale, nominati dal Consiglio borghigiano, portano i più bei nomi della borghesia patrizia luganese, composta da attivi ed intelligenti operatori economici e validi professionisti, cui si deve riferire l'origine della beneficenza "laica" ed il suo potenziamento finanziario per mezzo di lasciti e donazioni lungo i secoli; si tratta dei Riva, Bellasi, Somazzi, Laghi, Castagna, Castoreo, Quadri, Rovelli, Torricelli, Pocobelli e altri ancora.

La "Congregazione del Venerando Hospitale" di Lugano è una congregazione civile, quasi sovrana, che determina la configurazione dell'ospedale, dalla sua gestione interna allo svolgimento esterno delle molteplici forme di elemosina svolte alle porte dell'antico borgo, fra le quali la più importante è la questua fatta dagli stessi Deputati dell'ospedale nelle occorrenze natalizie. L'"Hospitale di Santa Maria" di Lugano gode così a quei tempi, grazie all'interesse del potere costituito dalle locali famiglie borghesi per la sua funzione sociale, di una particolare condizione di favore e di privilegio nell'ambito dell'ordinamento civile, così come è stato delineato nel diritto milanese per hospitalia e pia loca lombardi (13). Il modello è quello di ente "ecclesiastico laicale", ente cioè che gode di esenzioni religionis causa, ma che non è soggetto ad alcuna limitazione nella sfera civile e può dunque operare a pieno titolo nella realtà sociale. L'ospedale si situa all'incrocio della giurisdizione ecclesiastica e di quella civile, conservando i diritti garantiti dalle leggi statuali dei Cantoni svizzeri e godendo nello stesso tempo di numerosi privilegi ed esenzioni di natura ecclesiastica. Se da un lato l'ospedale deve considerarsi come un'integrazione dell'ordinamento ecclesiastico propriamente detto, per il fatto di perseguire uno scopo pio e di esplicare delle attività religiose, di culto e caritative, dall'altro il suo essere privo dell'erezione canonica a causa della sua origine laicale benché religiosa la fraternità di Umiliati e successivamente il suo essere composto e diretto esclusivamente da persone fisiche laiche, il non mai rivestire il carattere di elemento strettamente indispensabile alla vita e al funzionamento della Chiesa, ce lo fa apparire come ente intermedio e quasi di collegamento tra l'ordinamento ecclesiastico e quello statuale, tra la società religiosa e quella civile.

La sua posizione amministrativa, sottoposta al controllo delle due autorità, il vescovo di Como da una parte, dall'altra i Cantoni svizzeri sovrani, rimane largamente autonoma, mentre l'intervento del potere politico attraverso il Consiglio del Borgo si configura soprattutto in termini di coordinamento legislativo. Il vescovo di Como rivendica soltanto il diritto di vigilanza e di visionare i conti annuali, limitandosi, specialmente nei secoli di dominazione svizzera, a un riconoscimento susseguente che non comporta le restrizioni tipiche delle persone ecclesiastiche, grazie al fatto che l'esistenza di un siffatto ospedale come persona giuridica, capace di possedere ed agire, nella dottrina e nella prassi, non dipende dall'erezione canonica o da una formale approvazione da parte dell'autorità ecclesiastica, ma ha nello stesso fine perseguito dall'ospedale, e cioè nella causa pia o nella causa religionis, il proprio fondamento e la propria giustificazione. Su queste basi giuridiche e, in fondo, culturali viene del resto a fondarsi a quell'epoca la stessa vitalità delle confraternite, scholae in età medievale, che per secoli animano la vita borghigiana, assumendo in proprio l'iniziativa di venire incontro a bisogni e situazioni particolari, nel contesto di una civitas gelosa delle sue prerogative e della sua libertà. Vediamo così la Confraternita della Buona Morte, già Scuola dei Disciplinati di Santa Marta nel Medioevo, occuparsi dell'assistenza ai carcerati, ai condannati a morte e ai moribondi, provvedendo al loro accompagnamento al patibolo, rispettivamente al seppellimento dei defunti nel borgo (14), la Confraternita di San Rocco, dal canto suo prender cura degli orfani (15).

Si tratta chiaramente di un equilibrio giuridico istituzionale non facile, destinato a incrinarsi nel nuovo clima post tridentino, ma che evidenzia una modalità particolare di gestione dell'assistenza, per così dire "laica" e "civile", non ecclesiastica e non statale, eppure non certo lasciata all'arbitrio di forze individuali o degli interventi politici; con ciò non si vuole minimizzare il fatto che a fruire di tale libertà ed autonomia sia una parte dei borghigiani luganesi, né sottacere l'esistenza di rigide gerarchie sociali, quantunque nella fattispecie meno chiuse delle oligarchie di altre città svizzere e pur sempre vincolate da un rapporto di sudditanza politica al potere dei Cantoni svizzeri. È giusto però indicare nell'esperienza ospitaliera e benefica luganese un modello che è alla base di una lunga stagione di libertà ed insieme efficienza dell'attività assistenziale.

Dopo il Concilio di Trento, come reazione alla controriforma, sfera statuale e sfera ecclesiastica assumono una loro spiccata distinzione, avviandosi verso un processo di marcata autonomia, che sfocia in conflitti di competenza tra foro secolare e foro ecclesiastico a riguardo della gestione dell'ospedale: a partire dal XVII secolo l'autorità ecclesiastica tiene a rivendicare con più forza i propri diritti negli affari dell'ospedale di Lugano, costretti dalla politica sempre più intervenzionistica dei Cantoni svizzeri sovrani. I conflitti non sono ormai più assorbibili nella più ampia realtà concettuale e culturale della societas christiana medievale, ma si inaspriscono e si acutizzano man mano il potere secolare riacquista coscienza del proprio ruolo nei confronti di quello religioso della Chiesa.

Nel 1616 i Cantoni svizzeri sovrani danno istruzioni nei baliaggi ticinesi che riflettono lo spirito secolarista proprio dei paesi di fede riformata che avevano secolarizzato gli antichi istituti religiosi di pubblica beneficenza, secondo i dettami dell'ordinanza luterana del 1522 per la chiesa di Wittemberg e specialmente di quella del 1525 per l'istituzione di una Cassa Comune di Lipsia: da esse derivano i principi fondamentali nei Cantoni protestanti dell'organizzazione della beneficenza. Questa politica di secolarizzazione incontra però resistenze nei Cantoni cattolici, segnatamente nei baliaggi ticinesi rimasti attaccati all'antica fede.

Nel 1632 i Deputati dell'ospedale di Lugano sono confrontati con l'intervenzionismo sempre più marcato dei Sindacatori svizzeri rappresentanti dei Cantoni sovrani per il disbrigo annuale a Lugano degli affari nei baliaggi ticinesi tanto da dover rifiutare, a causa delle sovrane pressioni, il consueto diritto al vescovo di Como, nella circostanza a Lugano in visita pastorale, di esaminare il bilancio annuale del locale ospedale. Il vescovo minaccia allora la scomunica ai Deputati dell'ospedale nel caso intendano perseverare nel rifiuto dei conti. La Dieta di Baden del 1638, che riunisce i Cantoni svizzeri, arriva a diffidare la scomunica. Monsignor Lazaro Carafino, allora vescovo di Como, respinge la proposta del Consiglio del Borgo di Lugano, disposto a sottoporgli segretamente i conti, a condizione che egli si esima da ogni ordine o direttiva sull'amministrazione dell'ospedale. Il vescovo non accetta il compromesso dei borghigiani luganesi e dà corso alla scomunica comminandola ai Deputati in carica dell'ospedale. I sudditi luganesi chiedono allora l'intervento dei Cantoni sovrani, i quali interpongono i loro uffici presso il Nunzio apostolico. Nel 1641 l'inviato vaticano comunica a Lugano di avere l'autorizzazione da Roma a levare la scomunica. Una delegazione luganese, il 2 aprile 1642, si reca a Lucerna per l'assoluzione, così che la scomunica è tolta.

I conflitti tra i due fori continuano senza che le parti arrivino a un accordo con la Santa Sede, mancando il quale i Luganesi, vincolati da ordini tassativi e da comminatorie di pene da parte dei Cantoni sovrani, rendono i conti soltanto al Sindacato annuo di Lugano. Nel 1653 di nuovo Monsignor Carafino presenta alla Dieta dei sette Cantoni cattolici il postulato che non gli si impedisca l'esercizio della tradizionale giurisdizione sull'ospedale di Lugano. Per non turbare la pace religiosa, raggiunta dopo dolorosi conflitti, quei Cantoni rispondono di voler attenersi a quanto stabilito dai dodici Cantoni alla Dieta di Baden del 1638. Quando nel 1675 il nuovo vescovo Ambrogio Torriani avanza la stessa rivendicazione, il Consiglio del Borgo di Lugano si proferisce di sottoporre l'affare ai Cantoni (16).

La pendenza non ha però seguito e sarà de facto risolta soltanto alla caduta dell'antico regime, con la proclamazione nel 1798 dell'indipendenza ticinese e nel 1803 dell'autonomia cantonale. Sul piano istituzionale l'approfondimento della distinzione tra ospedali "laici" ed "ecclesiastici", con gli inevitabili contrasti sulla natura di un istituto come quello ospitaliero di Lugano, distinzioni sorte nel clima post tridentino e ideologizzate in età illuministica, apre la strada all'ingerenza dei governi e al processo di laicizzazione in età contemporanea, culminate nell'estromissione della Chiesa dai principali ospedali, avvenuta quasi ovunque nel corso del XIX secolo, e che a Lugano ha il suo punto d'inizio nel 1801, alla cui data la Municipalità di Lugano avoca a sé direttamente l'amministrazione dell'ospedale di S. Maria.

I decreti d'età napoleonica, i mutamenti culturali, i perfezionamenti tecnici, il rinnovamento legislativo e strutturale delle istituzioni che avvengono nel secolo scorso, cui accenniamo al prossimo capitolo, portano a distinguere la funzione ospitaliera di cura agli ammalati e agli infermi, da quella generale di ricovero ed assistenza, di ente di beneficenza. Le due funzioni, quella medico sanitaria e quella assistenziale, da sempre contestualmente esercitate nel medesimo istituto ospitaliero e poste al servizio non solo dell'ammalato ma dell'uomo nei suoi complessi bisogni, vengono definitivamente separate nel corso dell'Ottocento, contemporaneamente alla necessaria specializzazione imposta dal progresso medico sanitario: gli ospedali di Lugano e Bellinzona si trasformano in tal senso durante gli ultimi decenni di quel secolo. Per la stretta relazione nel passato tra pratica sanitaria e pratica assistenziale, tra settore medico sanitario e socio sanitario con attinenza al pauperismo, qualsiasi indagine sui nosocomi in senso moderno è costretta a dilatare il proprio occhio in un orizzonte più comprensivo e a proporre l'interrogativo circa il significato culturale e ideale di quella preesistente unità d'intervento assistenziale sulla persona ammalata accanto alla persona socialmente in difficoltà: l'odierno dibattito in tema di politica sanitaria e sociale può trarre stimolo da questo interrogativo. Le caratteristiche giuridico amministrative, descritte in questo capitolo, sollevano importanti questioni anche per il dibattito odierno sull'assistenza e le sue istituzioni.

La cultura contemporanea, se ne avesse avuto una maggiore cognizione col riprenderle e approfondirle, chissà che non avrebbe evitato quegli eccessi in fatto di progetti statalizzatori o di difese privatistiche insieme a quella dell'assistenza si pensi alla questione scolastica di cui sono ricche la pubblicistica storica e l'azione politica nel nostro Cantone. Certo se "privato" deve per forza significare "non pubblico" peggio essere confuso con "lucro" e "pubblico" unicamente ciò che è "statale", l'equivoco, tanto nella storia quanto nella politica, appare inevitabile (17).


5. Note sull'assistenza nel Canton Ticino agli inizi dell'età contemporanea: laicizzazione, pauperismo, ordine pubblico e legislazione (1803 1903)

La storiografia ticinese tradizionale, debitrice della cultura storica romantico liberale ottocentesca, dipingeva i secoli di sudditanza del Ticino ai Cantoni elvetici, come un'epoca buia, dura e amara. La più recente storiografia, pur riconfermando le tipiche contraddizioni e gli indubbi abusi del regime d'epoca lanfogtesca, senza arrivare a pagare lo scotto ad una cultura come quella dell'antico regime ancor priva delle libertà repubblicane, ha mitigato i giudizi della vecchia storiografia, riconoscendo la relativa autonomia politico amministrativa di cui poterono tutto sommato godere i baliaggi ticinesi sotto il governo sovrano dei Cantoni svizzeri in settori come la sanità e l'assistenza, dove le secolari ed esperimentate consuetudini delle comunità locali continuarono ad essere rispettate e riconosciute. I Cantoni sovrani avevano tutti i vantaggi nel delegare agli organismi locali il provvedimento dei poveri, fermo restando il loro diretto intervento per l'ordine pubblico, attraverso disposizioni sovrane contro il vagabondaggio.

L'autonomia è caratteristica peculiare come si è già visto dell'ospedale S. Maria di Lugano, ma avremmo facilmente la stessa situazione indagando la storia degli altrettanto vetusti ospedali di Locarno (S. Carlo) e di Bellinzona (S. Giovanni), e di vari altri ospizi ticinesi sorti in epoca medievale (Pollegio, Biasca, Mendrisio, ecc.) (18). L'autonomia è tratto saliente anche delle opere pie e delle confraternite. Esse si attestano non solo nei borghi ticinesi ma anche nel contado, dove vigono con persistente continuità, sopravvivendo agli stessi rivolgimenti politici epocali, strutture comunitarie di radicata solidarietà come le parrocchie e organismi civili di proprietà e di produzione come le vicinanze (patriziati).

Ospedali, opere pie, confraternite, mancando un progetto governativo di controllo politico e sociale unito a esigenze di razionalizzazione dell'assistenza da parte dei Cantoni sovrani, rimangono nel tempo libera espressione popolare, laica, senza divenire un organismo statale e senza inserirsi nell'ordinamento ecclesiastico. I grandi mutamenti avvengono in seguito alla Rivoluzione francese, all'epoca dell'espansione napoleonica in Europa, durante la quale è attuata una massiccia e accentuata laicizzazione dell'assistenza. Le armate del Direttorio occupano anche la Svizzera e i territori ticinesi. È il periodo della Repubblica Elvetica e dei moti per l'Indipendenza ticinese che vedono a Lugano l'instaurarsi di un Governo repubblicano provvisorio (1798 99) e per il Ticino la conquista (1803) della sovranità cantonale svizzera. La politica rivoluzionaria e giacobina fa della laicizzazione dell'assistenza un cardine del suo programma politico sociale, trasferendo nella prassi le istanze illuministiche: l'interesse della repubblica nella sua concreta attuazione non tollera più la presenza di obiettivi di tipo religioso morale e l'intervento di strutture ecclesiastiche nell'approccio alla povertà. Questo processo di laicizzazione dell'assistenza va messo in relazione con l'azione avversa alla Chiesa spiegata da alcune forze intellettuali fin dal secolo dei lumi. Durante e dopo la Restaurazione, terminato il periodo rivoluzionario con la sconfitta di Napoleone nel 1814, il processo di laicizzazione dell'assistenza va messo invece in relazione con l'evoluzione complessiva dell'assistenza stessa in senso "borghese", all'interno della quale resta certamente l'aspetto anti ecclesiastico senza però essere il più importante (19). Benché la più spiccata intransigenza laico liberale del Ticino politico contemporaneo, di fede illuministica e giacobina, sostenga l'opportunità di una gestione pubblica delle opere assistenziali, sottratta alla dispersa iniziativa privata e soprattutto al prevalente indirizzo religioso, di fatto gran parte delle opere caritative resta in qualche misura legata alla Chiesa, non fosse altro che per i problemi del personale e per il volontariato di cui è capace l'associazionismo cattolico. L'assistenza ticinese, fino a Novecento inoltrato, rimane con un carattere misto, laico ed ecclesiastico, solo apparentemente contraddittorio rispetto alla indubbia laicizzazione che l'investe e nonostante il laicismo che caratterizza l'ala più intransigente del partito politico egemone nel Cantone.

Prescindendo dagli aspetti ideologici e culturali che caratterizzano il dibattito politico ottocentesco, è indubbio che fin dal suo sorgere il nuovo Stato cantonale ticinese è confrontato con problemi oggettivi e strutturali, fra i quali quello del particolarismo istituzionale, riscontrabile nel caso nostro, nell'eccessiva frammentarietà degli interventi assistenziali d'età lanfogtesca. L'assunzione diretta da parte del Municipio di Lugano, nel 1801, dell'amministrazione dell'ospedale cittadino, ha certamente ragioni politico ideologiche ma è pur anche dettata dalla prospettiva di un intervento complessivo nel settore ospitaliero ed assistenziale: il Municipio, organo esecutivo del nuovo comune politico, dove la fazione borghese legata ai principi democratici mira all'estromissione della vecchia dirigenza patrizia, scalza dal suo posto la "congregazione dell'Ospedale", organismo legato a quella classe patrizia borghigiana che fino ad allora aveva saputo garantire i lasciti e le donazioni dei benefattori luganesi, ma che ora non poteva più garantire un'amministrazione appropriata al nuovo indirizzo politico. Filippo Ciani, fondatore nel 1844 dell'Asilo infantile di carità a Lugano (20), è insigne rappresentante, insieme a tanti altri bei nomi di famiglie luganesi, di quella nuova borghesia ticinese, la quale, all'interesse per lo sviluppo economico e imprenditoriale del Cantone, non disgiunge quello per la pubblica beneficenza, conscia del ruolo sociale della filantropia laica.

Gli intenti di razionalizzazione degli interventi assistenziali nel paese non danno alcun risultato nella prima metà del secolo scorso, epoca in cui il giovane Stato cantonale è ancora minacciato nelle sue istituzioni da successivi rivolgimenti politici e costituzionali, e durante la quale il problema fondamentale resta quello dell'ordine pubblico, alle preoccupazioni per le sommosse politiche sovrapponendosi quelle persistenti per il vagabondaggio nomade. Sarà soltanto con il consolidamento politico istituzionale della seconda metà dell'Ottocento che lo Stato cantonale ticinese riuscirà a muovere i primi passi nel settore dell'assistenza pubblica, attraverso quella razionalizzazione graduale in senso borghese che caratterizza l'intera vita sociale ticinese, tra il tardo Ottocento e il primo Novecento.

Con un sistema di vita quasi patriarcale, dedita in massima parte ancora all'agricoltura, commista alla pastorizia, la popolazione ticinese dell'Ottocento non va soggetta al depauperamento delle masse lavoratrici e al conseguente latifondismo, conosciuti dai grandi paesi europei del tempo, alcuni dei quali già in fase di avanzata industrializzazione: l'unica industria, eccezione che conferma la regola, è quella serica, che può fare capo alla tradizionale bachicoltura ticinese.

Nel secolo scorso l'economia ticinese resta quella tipica di un paese di piccole proprietà, con una ripartizione assai grande della ricchezza. La vasta suddivisione della proprietà agricola, la mancanza di grandi industrie e di veri agglomerati urbani, l'esistenza di non indifferenti ricchezze patriziali di cui gli autoctoni sono partecipi, infine i proventi dell'emigrazione sono gli elementi strutturali che contribuiscono a fare del pauperismo ticinese un fenomeno essenzialmente di nomadi fuoriusciti dal vicino regno, assai contenuto nella sua componente autoctona. Non essendovi grandissimi centri, la popolazione vivendo in massima parte nei villaggi o in piccole borgate, le relazioni di buon vicinato, ordinariamente fra parenti stessi, grazie al ricorso ai beni patriziali e alla solidarietà della comunità parrocchiale locale, a lungo tengono ancora conto facilmente di ufficio di beneficenza. I beni patriziali, malgrado la stessa legge patriziale del 1835 che scinde formalmente il comune politico dal comune patriziale, continuano ancora ad essere considerati nella prassi, almeno nella prima parte dell'Ottocento, anziché di una speciale corporazione, come un virtuale patrimonio del Comune, in un certo qual modo, dunque, come il naturale fondo dei poveri; benché non più ripreso in nessuna delle immediatamente successive, l'articolo 4 della Costituzione del 1803, aveva d'altronde previsto l'istituzione di una cassa dei poveri, alimentata dai patrizi del Comune: "mediante la somma pagata annualmente alla cassa dei poveri (o il capitale di questa somma) si diviene co-proprietario dei beni appartenenti al Patriziato e si ha il diritto ai soccorsi assicurati ai patrizi della Comune" (21).

Le costituzioni del 1814 e del 1830 si mantengono mute sulla questione dell'assistenza ai poveri. Per lungo tempo è consuetudine il loro sostentamento da parte dei parenti stessi o il loro mantenimento focolarmente per turno nelle famiglie. Benché l'assistenza corrente ai poveri sia da tempo immemore affidata ai patriziati, disponendo di beni e rendite destinati allo scopo, essi tendono però a scaricarne gli oneri sulle finanze comunali . Durante tutta la prima metà del secolo scorso eccetto un articolo 31 della legge comunale del 1832 che accenna all'assistenza ai poveri il legislatore ticinese si occupa di pauperismo unicamente nei termini di polizia degli stranieri, emanando durissimi, ripetuti decreti contro l'accattonaggio dei forestieri sul territorio ticinese.

Un "Decreto riguardante i mendicanti e vagabondi" del 5 dicembre 1804 ordina a tutti i comuni per la durata di tre giorni una perlustrazione di questi soggetti forestieri, prescrivendo per i mendicanti "riconosciuti nazionali del Cantone e che daranno notizie certe dalla Comune cui appartengono" la loro consegna alla municipalità del luogo "perché vi siano mantenuti a spese della propria Comune, o colle private elemosine degli abitanti, restando loro interdetto l'accattare fuori della propria Comune sotto pena di essere arrestati e rimandati" (22).

Il governo ticinese si lamenta più tardi, a più riprese, della dimenticanza cui vanno incontro le sue ordinanze sui vagabondi e mendicanti stranieri, per i quali è sempre prevista l'espulsione dal Cantone, se non muniti dei regolari permessi. "Se non avranno mezzi di sussistenza" si legge all'articolo 5 del decreto del 12 luglio 1819 "contro li vagabondi e mendicanti esteri" "saranno alimentati a spesa del comune e quindi scortati di Comune in Comune alla frontiera più vicina alla nazione cui appartengono, ed espulsi". Analoghe misure del 6 luglio 1822 "contro li vagabondi, mendicanti ed oziosi malviventi", stabiliscono agli articoli 3 e 4 che "li cittadini e li domiciliati saranno pure assoggettati a quelle misure che il Governo crederà necessarie tanto per la loro correzione che per la sicurezza della società", fra le quali quella del servizio militare forzato. Il principio dell'obbligatorietà dell'assistenza ai poveri da parte del Comune, fissato nel già ricordato decreto del 1804, viene ribadito in una legge del 1823 che mette il mantenimento dei nazionali divenuti inabili al lavoro a carico del Comune di attinenza, quando l'iniziativa privata si dimostri insufficiente nel Comune di domicilio.

Vale la pena citare, tanto è significativa degli atteggiamenti mentali del legislatore ticinese durante il regime dei landamani, una circolare governativa inviata a tutti i municipi del Cantone in data 2 marzo 1825, all'atto di giustificare la "replicata vigilanza sui vagabondi e mendicanti esteri". "Dai rapporti de’ Commissarj e de’ Giudici di Pace vi si legge siamo informati che girano nel Cantone molti vagabondi e mendicanti esteri in forma di venditori d'esca, di canestri, d'ombrelle e simili, o come esercitanti altra mecanica industria, ma privi di carte che giustifichino le loro persone. Sotto il pretesto di tali arti s'introducono francamente nelle case e s'appropriano con destrezza di ciò che trovano di loro convenienza; senza parlare dei furti con rottura e violenza. Il minor male che fanno è il saccheggio dei frutti pendenti nelle campagne per pascere la numerosa bastarda prole che le loro donnaccie si traggono dietro, e accanto, e in grembo, e in dosso. La presenza di costoro, sempre gravosa e molesta e pericolosa ai cittadini, provoca le loro lagnanze, ma l'Autorità Comunale vi provvede forse? Essa che vede davvicino il disordine, e che in virtù de’ suoi attributi dovrebbe rimediarvi, non se ne prende, in molti Comuni, il minimo pensiero. Alcuni per falsa idea di religione, credono di farsi un merito della facile carità colla quale alimentano tali vagabondi, e della tolleranza imprudente per la quale espongono se stessi e gli altri alle più sinistre conseguenze d'un'ospitalità sconsigliata. Quelli che hanno mezzi per soccorrere il loro prossimo bisognoso non trovano forse l'occasione di impiegarli nel proprio Comune, o in sollievo d'altri concittadini conosciuti degni di pietà, senza abusarne in odio delle leggi e delle regole di prudenza, a nutrir l'ozio di forestieri pericolosi? Che privati cittadini coltivando false idee di pietà, o piuttosto assecondando la loro infingardagine, sopiscano l'attività necessaria onde allontanarne i pitocchi forestieri, nemici d'ogni ben regolata società, è cosa trista, è debolezza biasimevole (...). Ci duole che in molti Comuni, dopo il fervore dei primi mesi, siasi quel Decreto del 12 luglio 1819 diggià dimenticato... Noi dobbiamo dunque esigere... che questo disordine finisca una volta e che scompajano dal Cantone queste schifose turbe che offendono la vista, disturbano il riposo, scemano la proprietà, minacciano la sicurezza personale... genia ladra di professione e capace per indole viziosa d'ogni altro delitto" (23). Il legislatore cantonale interviene nell'unico intento di reprimere la mendicità e prevede un fondo di beneficenza solo per i casi di disgrazie eccezionali (alluvioni, incendi, valanghe). La repressione mira a colpire i mendicanti professionali e gli accattoni esteri, contro i quali si organizzano retate periodiche per accompagnarli alla frontiera. La circolare citata rispecchia un'opinione allora assai diffusa, secondo la quale la carità troppo benevola e mal indirizzata accresce il male invece di estirparlo, foraggiando accattoni d'"indole viziosa", parassiti sociali, propagatori di epidemie e delinquenti potenziali ed effettivi. Bisogna però credere che le misure poliziesche risultino piuttosto inefficaci, se addirittura nella seconda metà del secolo, nel 1870, il commissario governativo di Lugano ritiene la mendicità "una piaga insanabile" (24). Poco oltre il 1850, durante gli anni del blocco economico austriaco, che tanto duramente colpisce la popolazione ticinese, il numero dei mendicanti è a tal punto elevato da far temere che anche da noi la miseria possa divenire un'inevitabile piaga sociale. Il periodico ticinese d'utilità pubblica "L'Amico del popolo" interviene allora sostenendo la necessità di una legge sui poveri (25). Non è casuale che in quelle contingenze il legislatore cantonale intervenga nel settore specifico della povertà emanando, nel 1855, la prima legge ticinese sull'assistenza.

Assistenza e ordine pubblico restano tuttavia ancora a lungo due aspetti di un medesimo problema, come dimostra l'articolo 73 della legge comunale del 13 giugno 1854. Il paragrafo 2, che stabilisce virtualmente l'obbligatorietà dell'assistenza da parte del Comune di attinenza, è incluso insieme ad un paragrafo 1, nel capitolo sulla "polizia interna": "La Municipalità deve avere speciale cura di non tollerare nel Comune il vagabondaggio e la mendicità. Presentandosi individui accattoni, ovvero sospetti, se sono di un Comune circostante, li farà accompagnare e rimettere al sindaco del medesimo; se sono di un comune lontano o forestieri, o d'incerta origine, li farà rimettere al Commissario distrettuale. Ricomparendo nel Comune un individuo accattone o sospetto come sopra, la Municipalità, previo un arresto da 12 a 48 ore, lo farà ricondurre come è detto nell'antecedente paragrafo, a spesa del Comune cui appartiene di attinenza , al quale incombe inoltre l'obbligo di provvedere alla sua assistenza".

La legge sull'assistenza del 27 novembre 1855 abolisce la consuetudine del mantenimento focolarmente per turno delle famiglie, la cui pratica, già vituperata da Stefano Franscini nella sua Svizzera italiana, denunziava le carenze e inadempienze avute fino ad allora dallo Stato in materia di assistenza. La stessa legge ribadisce il principio dell'obbligatorietà dell'assistenza da parte dei Comuni di attinenza, decretando tuttavia il diritto di rimborso delle spese per il Comune di residenza, nel caso in cui il povero sia colpito da malattia che impedisca il suo trasporto al Comune di attinenza. Nonostante la legge, Comune di attinenza e Comune di domicilio continuano come nel passato e per parecchio tempo ancora in cavillosi litigi, nel tentativo di addossare le spese all'altra parte; diversi comuni perseverano poi ancora nei decenni seguenti nella pratica del mantenimento dei poveri a turno da parte delle famiglie, nonostante la proibizione governativa, con risultati spesso umilianti e indecorosi. Malgrado la legge del 1855 l'assistenza è ristretta alle competenze dei municipi senza una sufficiente vigilanza cantonale, esercitata in genere con una grettezza tanto esosa e umiliante, che il povero si guarda bene dal domandarla: è significativo che ancora nel 1870 l'assistenza pubblica, su un totale di 263, possa fare affidamento sul fondo per i poveri in soli 43 comuni (26).

L'assistenza, nella legislazione successiva, è sempre più subordinata a esigenze politiche e produttivistiche: il comune può diminuire infatti il soccorso a scopo di spronare l'attività, al bisognoso abile al lavoro che si abbandoni all'accidia (27).

Il processo di industrializzazione e di urbanizzazione toccano il Ticino ad Ottocento già inoltrato. È a quest'epoca che vede un certo sviluppo economico, limitato nel secondario ma incidente nel terziario, favorito dalla comparsa delle ferrovie nel periodo 1872 1882 che si assiste ad un mutamento nel guardare al fenomeno pauperistico, non più visto come una mera questione di ordine pubblico. È nella zona di Lugano che le profonde trasformazioni che altrove le congiunture delle grandi industrie capitalistiche e l'incremento della popolazione nei centri urbani recavano al proletariato, hanno un effettivo riverbero sociale in relazione al fenomeno pauperistico, pur nelle dimensioni limitate di provincia. Se da una parte il commissario di governo sorveglia rigorosamente l'immigrazione massiccia della mano d'opera estera reclutata per i cantieri ferroviari, d'altro canto matura una sensibilità sociale nuova: il 6 novembre 1873 il Municipio di Lugano e la "Gottardbahn" stipulano una convenzione per il ricovero e la cura degli operai ferroviari ammalati o infortunati presso l'ospedale cittadino (28); altro esempio, sempre a Lugano, dove nel 1887 è costituito un comitato Opere Pro Cura Marina per gli scrofolosi poveri (29).

L'orizzonte del pauperismo è in profonda trasformazione e vi sono dati di fatto che pongono in modo diverso il problema dell'assistenza: la laicizzazione e l'insicurezza sociale è del 1890 la legge federale contro gli infortuni del lavoro e le malattie non vedono più tanto il "povero indigente" quanto piuttosto il "lavoratore povero", quale tipica figura della crisi di ristrutturazione produttiva causata dallo sviluppo industriale, al centro delle attenzioni delle prime società operaie di mutuo soccorso (1860 1890) e, più tardi, delle prime organizzazioni sindacali.

Con l'incremento demografico e il rafforzamento dei legami con gli altri Cantoni e con gli Stati vicini, si fa strada la necessità di interventi legislativi più appropriati nel campo dell'assistenza. Nel 1870 il Consiglio federale affida ad uno studioso un'analisi sul pauperismo in Svizzera (30). Nel 1882 l'istituto di Locarno per i sordo muti beneficia di una legge che istituisce dieci borse per la loro istruzione col metodo orale. Lo stesso anno due deputati in Gran Consiglio (Respini e Soldati) presentano una mozione sull'assistenza (rinnovandola ancora nel 1890). Nel 1883 è presentato un progetto legislativo cantonale in materia, mentre nel 1888 il Dipartimento Cantonale dell'Interno prende l'iniziativa di una statistica nel settore. Nel 1894 Brenno Bertoni, costituzionalista e uomo politico lungimirante, dà alle stampe un suo studio sull'assistenza nel Cantone Ticino, pubblicando in appendice il pendente progetto di legge sull'assistenza (31). La classe politica ticinese più conservatrice non nasconde però le proprie resistenze ad un'apertura sociale da parte dello Stato. Il governo stesso si distanzia dal predetto progetto di legge, contestando, nel messaggio che l'accompagna del 2 aprile 1894, il diritto del povero al soccorso che a suo dire equivarrebbe a un "diritto all'ozio" o ad un cedimento al comunismo (32). A queste resistenze supplisce il nascente movimento sociale ticinese nelle sue diverse componenti ideali e culturali: i primi gruppi sindacali d'ispirazione socialista e le associazioni operaie d'ispirazione cristiano sociale, quest'ultime coadiuvate dall'azione sociale che pur matura poco a poco nell'associazionismo cattolico, soprattutto con l'inizio del Novecento.

Una nuova legge sull'assistenza, che abroga quella vecchia del 1855, diventa però realtà solo sullo scorcio del nostro secolo. Il 26 gennaio 1903 il legislatore ticinese emana infatti la nuova legge sull'assistenza pubblica. Questa legge ha l'indubbio merito di ovviare alle croniche carenze del sistema assistenziale, rendendo meno aleatori e gretti i soccorsi ai poveri, eliminando le interminabili dispute ottocentesche tra comune di attinenza e comune di residenza (di domicilio); l'articolo 9 riconferma l'obbligo dell'assistenza dei cittadini per il comune di attinenza, devolvendo però tale obbligo "a carico del Comune ove l'indigente o la famiglia di cui fa parte, ha il domicilio, se questo dura da almeno vent'anni" ininterrottamente.

La legge del 1903 non mira certo a edificare lo Stato assistenziale o lo Stato sociale. Riflesso della graduale e generale razionalizzazione e laicizzazione delle istituzioni e della società in senso "borghese", la nuova legge del 1903 costituisce tuttavia un primo abbozzo dell'intervenzionismo del potere politico cantonale nel campo dell'assistenza, pur continuando nel rispetto delle autonomie politiche, a fondare il suo esercizio sui Comuni: "L'assistenza pubblica è esercitata dai Comuni sotto la sorveglianza dello Stato " (articolo 1); "Le Autorità preposte all'assistenza pubblica sono: le Municipalità, il Dipartimento dell'Interno, il Consiglio di Stato" (articolo 3). Si tratta chiaramente di un intervento legislativo allo scopo di assicurare un maggiore controllo politico istituzionale, senza però impegno alcuno (33) per le finanze del Cantone: "Al servizio della pubblica assistenza... si provvede: colle contribuzioni dei parenti, colle rendite di qualunque provenienza destinate ai poveri... e in genere alla beneficenza" a condizione "che non siano già dotazione speciale di un ospedale, di un ricovero o di un istituto d'educazione"; infine "colle prestazioni dei Comuni" (articolo 6). Lo Stato legifera in materia mosso soprattutto dalla volontà di legittimare il proprio controllo politico attraverso la vigilanza del Dipartimento cantonale dell'Interno (articolo 4) insediandovi un vero e proprio ufficio di beneficenza tenuto a sorvegliare l'azione dei Comuni, a sua volta sorvegliato dal Consiglio di Stato (articolo 5). L'unico impegno finanziario (articolo 13) "a carico dello Stato, salvo regresso verso chi di ragione", è l'assunzione delle spese per il soccorso ai forestieri o ai confederati (trasporto fuori Cantone, spese di malattia e di inumazione nel Ticino).

La grande depressione economica degli anni trenta rende però più tardi insostenibile un disimpegno finanziario da parte dello Stato. Il Gran Consiglio, con decreto legislativo del 20 dicembre 1928, replicato il 29 dicembre 1930, accorda in via straordinaria un contributo di franchi centomila ai Comuni "sproporzionatamente aggravati dalle spese per l'assistenza pubblica". Questo sussidio straordinario è mantenuto, anche se sceso a franchi settantacinquemila, nella nuova legge sull'assistenza pubblica, emanata dal governo ticinese il 19 settembre 1931, che modifica e aggiorna in parte la vecchia legge del 1903.

Rimangono invariati e basilari gli articoli 1, 3 e 4 sulla "sorveglianza dello Stato" sulle autorità preposte all'assistenza, con il ruolo sempre più rilevante del Dipartimento Cantonale dell'Interno. Resta l'obbligo per il Comune di assistenza, quello per il Comune di domicilio se questo dura non più da 20 anni ma da 10 soltanto (articolo 1); se la persona soccorsa è patrizia, la sua eventuale quota di proventi patriziali è assegnata al Comune che lo soccorre (articolo 9 paragr. 2). Il Comune di domicilio deve provvedere (articolo 11) per i primi 30 giorni i ticinesi non attinenti. La grande novità è però il sussidiamento del Cantone nella misura del 50% delle spese sopportate dai Comuni (articolo 16), relativamente al ricovero al manicomio cantonale di Mendrisio (sorto nel 1898), all'assistenza degli orfani di padre minori di 18 anni, al ricovero al sanatorio cantonale di Ambrì Piotta (sorto nel 1921), all'assistenza ai figli illegittimi e abbandonati minori di 18 anni, al ricovero e all'assistenza a domicilio degli anziani con più di 65 anni di età. Per avere il sussidio, versato semestralmente, i comuni dovranno fornire tutti i documenti comprovanti (articolo 17). Il sussidio straordinario ai comuni (articolo 18) è devoluto soprattutto nei casi d'assistenza a persone domiciliate in altri Cantoni o all'estero, le cui spese erano nella vecchia legge a carico direttamente dello Stato. L'altra importante novità è l'istituzione di un fondo d'assistenza pubblica in ogni comune e di un fondo cantonale per l'assistenza pubblica e per le assicurazioni sociali (articoli 20 e 21). In quello comunale vengono versati le tasse di attinenza, le tasse comunali di successione, le multe tributarie e varie incassate ed eventuali contributi straordinari votati dal legislativo del Comune. Nel Fondo cantonale, creato con la dotazione allo Stato della successione della fu Corinna Steger, sono versati annualmente i proventi delle lotterie e un contributo, l'ammontare del quale è lasciato alla decisione del Gran Consiglio. L'articolo 19 della legge demanda al Consiglio di Stato il relativo Regolamento d'esecuzione, che viene decretato il 21 settembre 1931: esso mette ulteriormente in evidenza il ruolo sempre più subordinato dei Comuni al Dipartimento Cantonale dell'Interno, le cui decisioni per l'assegnazione dei sussidi ordinari sono vincolanti, con facoltà al Municipio che ne contesta l'operato, di appellarsi al Consiglio di Stato, il cui giudizio è definitivo (articolo 14); l'assegnazione del sussidio straordinario deve essere invece sottoposta alla ratifica del Consiglio di Stato (articolo 15).

Sia la legge del 1903, sia quella del 1931, riconoscono virtualmente l'utilità pubblica dell'assistenza privata; i rispettivi articoli 8 recitano infatti: "Dove esistono o sorgono stabilimenti di ricovero, per i vecchi e per gli infermi, per gli orfani e per i fanciulli abbandonati, si dovrà, possibilmente, ricorrere a dette istituzioni". Se da una parte matura l'impegno sussidiario del Cantone col coprire per la metà le spese dei Comuni, dall'altra lo Stato, nonostante il carattere "privato pubblico" di non pochi istituti d'assistenza laici e religiosi, attribuendo alle sole istituzioni statali il titolo pubblico nega sul piano concreto ogni sostegno all'assistenza "privata".

Pur giustificato sul piano pratico amministrativo, resta tuttavia sintomatico l'articolo 5 del Regolamento del 1931 di applicazione alla legge sull'assistenza, inerente l'ospitalizzazione dei tubercolotici: le domande di contributo per il ricovero di questi ammalati "in un istituto che non sia il Sanatorio Cantonale di Ambrì Piotta, saranno ammesse soltanto se il ricovero sarà stato preventivamente autorizzato dal Dipartimento dell'Interno; per ottenere tale autorizzazione il Municipio dovrà inoltrare al dipartimento dell'Interno una istanza motivata e corredata da un certificato medico dal quale dovranno risultare la natura della malattia ed i motivi per i quali il tubercoloso non è stato ricoverato nel Sanatorio Cantonale; il Dipartimento dell'Interno potrà praticare un'inchiesta sui casi sopraccennati, servendosi dell'opera del Medico cantonale; se il Dipartimento dell'Interno non ha accordato l'autorizzazione, il Comune non riceverà il contributo dello Stato". La progressiva statalizzazione dell'assistenza ticinese prelude l'avvento dello Stato sociale moderno, il walfare state (34), che caratterizzerà la seconda parte del nostro secolo: si esce però qui dalla storia per entrare nella cronaca.


6. I cattolici tra istituzione e profezia: l'iniziativa "privata pubblica" come esperienza autonoma dell'istituzionalizzazione statale dell'assistenza

Abbracciando le tendenze interpretative marxiste, fino a qualche tempo fa hanno prevalso nella letteratura storica letture assai sbrigative e spesso sommarie a riguardo dell'azione svolta dalla Chiesa e dalle sue istituzioni o da singole persone pie nel campo dell'assistenza. Il giudizio più diffuso e dominante ha insistito sul paternalismo degli interventi caritativi di parte cattolica, quale atteggiamento ispiratore della classe borghese, che dalla carità e beneficenza traeva occasione per una propria ostentazione pubblica, utile al mantenimento del proprio potere sociale. Questo è certamente un dato di fatto dal profilo storico e sociologico. Si tratta però di un giudizio parziale e ideologicamente interessato, là dove omette di prendere in considerazione altri aspetti, storicamente altrettanto importanti, che come tali l'indagine scientifica e il rigore culturale non possono ignorare.

Studi più recenti, più liberi dagli schemi interpretativi dominanti, hanno invece saputo recuperare tutto lo spessore storico della carità, evitando di sminuirla col considerarla alla stregua di una copertura ideologica degli assetti di potere, secondo quella logica cara alla cultura storico politica più ideologizzata, che per lungo tempo ha confuso, non si sa quanto volutamente, la "vernice" religiosa della società dell'antico regime con la reale consistenza di un'esperienza religiosa.

Si è insomma cominciato a capire l'eccessiva rigidità di una contrapposizione meccanica tra un'"ideologia della carità" da una parte, tesa al mantenimento dell'ordine costituito ed individuata nelle istituzioni ecclesiastiche, e dall'altra le "tensioni ideali e concrete esperienze" vissute "nella profondità del popolo di Dio e dei suoi profeti" (35). Pur non misconoscendo le collusioni storiche tra istituzioni ecclesiastiche e potere, si è cominciato a capire che la ricchezza e l'operosità caritativa del popolo cristiano si è pur sempre svolta entro l'ambito ecclesiale: dal che occorreva dedurre una maggiore prudenza evitando di separare manicheamente "le ragioni dell'istituzione" e quelle "dei diseredati", probabilmente più saldate insieme di quanto creduto (36).

Lungi quindi dall'incensare in modo semplicistico le opere certo valide d'ambito religioso e cattolico, mirate ad aiuti concreti e disinteressati per i bisognosi, è importante sottolineare in sede storiografica che le forme di assistenza non rappresentano un unicum indistinto, di cui fare apologie o denigrazioni a seconda delle propensioni ideologiche, bensì uno sviluppo storicamente determinato di differenti ragioni ideali e realizzazioni pratiche.

L'idea medievale del povero immagine di Cristo diventa in età moderna una figura sempre più retorica e letteraria; ciò non significa tuttavia che il campo dell'assistenza sia unicamente occupato dopo il Medioevo dalle sole iniziative del potere politico, con i suoi atteggiamenti repressivi e le sue preoccupazioni di ordine pubblico, coloratesi di finalità mercantiliste. Accanto e contemporaneamente a quelle iniziative, tra i fedeli del cattolicesimo post tridentino, si sviluppa una nuova sensibilità, dovuta probabilmente anche all'enorme aumento del pauperismo dalla fine del XVI secolo in poi: i più attivamente impegnati a favore dei poveri, avvertono la necessità di uno specifico intervento diversamente ispirato, da affiancare a quello pubblico. Nascono infatti nuovi ordini religiosi e nuove confraternite, il cui scopo non è più solo quello di "fare la carità", ma quello di promuovere uno sforzo complessivo nei confronti del pauperismo, nello spirito della Riforma cattolica, che si traduca in un'opera di assistenza sistematica, materiale e spirituale, il cui fine sia il recupero del bisognoso ad un'operosità cristiana e la di lui evangelizzazione. Il parziale fallimento degli ospedali generali e l'affermarsi di questa nuova sensibilità dei fedeli nei confronti della povertà, stimolano iniziative collaterali da parte di privati, compagnie di carità, confraternite, volte a coprire i vuoti e le inadeguatezze istituzionali. Restano certamente la drasticità nel caso degli oziosi, che non vanno incoraggiati con la carità, l'intolleranza nel caso dei questuanti e dei finti poveri; affiora tuttavia uno spirito più benevolo, non più solo punitivo, non "criminalizzante", da cui traspaiono la preoccupazione per il benessere degli assistiti, un'affettuosa incitazione a preoccuparsi anche della loro solitudine e del loro abbandono morale.

Le figure di San Vincenzo o di San Camillo, ad esempio, non sono certo accostabili con la loro opera ai rigori repressivi della "reclusione" cinque secentesca, così come l'opera del Cottolengo o di Giovanni Bosco nell'Ottocento ha poco a che spartire con la concezione liberal borghese del lavoro e con le sue gerarchie sociali, quasi a documentare la continua presenza di una "modalità religiosa" di operare nel campo assistenziale, antitetica ai modelli dominanti. I promotori destinano la loro opera di carità non a governanti o ad altri pubblici poteri, ma a privati, per sollecitarli all'amore del prossimo, nel nome di un esplicito invito alla virtù della carità, il cui merito sarà riconosciuto da Dio, e nel nome di un non dichiarato, ma sempre presente, spirito di solidarietà umana, più o meno avvertito a seconda delle personali capacità psicologiche e filantropiche. Lungi dalla preoccupazione di porsi in opposizione con le iniziative del potere pubblico, ma semplicemente tesa ad intervenire là dove questo non può arrivare, l'iniziativa dei fedeli demanda per il resto ai legislatori i controlli polizieschi sui veri e finti poveri, sui poveri autoctoni o su quelli forestieri. Sono iniziative che si rivolgono soprattutto alla povertà occulta (poveri saltuari e periodici), composta da persone che non necessitano di essere riunite facendole affluire verso le fonti dell'elemosina, ma per le quali ci si propone proprio il contrario, lasciandole nelle loro case, alla loro attività, andando a visitarle, a portar loro conforto. Invece di riunire tutti i poveri in ospizi manifatture, come avviene nell'ottica degli interventi pubblici e mercantilisti, si aiuta il più possibile chi si trova in situazione di crisi, senza sconvolgere l'ordine di vita della persona povera con la sua chiusura in un ospizio, contribuendo piuttosto a farle superare il momento difficile. Il cattolicesimo post tridentino non si confonde sempre con gli interventi coercitivi propri del potere pubblico, proponendo modelli in cui sono avvertibili una nuova consapevolezza dell'umanità dolente dei poveri vecchi ed ammalati e della maggiore efficacia di una carità temporanea, rispetto alle soluzioni di internamento coatto.

L'intervento assistenziale del potere statale, che mira ad una regolamentazione integrale, ad una società statica e ordinata attorno a un polo centralizzatore, comporta quei limiti insiti allo Stato stesso, quali lo scollamento permanente che in esso si produce tra singoli provvedimenti e legislazione complessiva, tra ideologia e risorse finanziarie, tra direttive politiche ed efficacia amministrativa, tutti elementi che concorrono a rendere spesso illusorie le soluzioni statali. Di conseguenza svolgono una funzione importante quelle strutture assistenziali che non fanno diretto riferimento al potere pubblico, ma che attraverso molteplici varianti locali sono alimentate dalle diverse articolazioni istituzionali della società civile, perché contribuiscono a tutelare le prerogative di forze sociali dotate comunque di potere, che nel campo dell'assistenza equilibrano le proprie resistenze all'accentramento statale con le garanzie di ordine che derivano dal loro impegno a reintegrare nella società costituita fasce non piccole di popolazione povera. All'interno di queste strutture sopravvivono in età moderna tendenze certamente diverse della pietà cristiana, della riflessione morale, della cultura politica, per le quali l'interesse verso i poveri è spesso occasione di percepire le debolezze dell'assolutismo che caratterizza i poteri statali del tempo.

Prestando attenzione a non cadere in uno schematismo forzato e distinguendo, di conseguenza, singole figure e momenti, si può affermare che l'assistenza, nell'età moderna e contemporanea, è attraversata da profonde lacerazioni, che vertono, più ancora che sui metodi da seguire, sulla natura e il significato dell'intervento benefico in quanto tale. Al tempo stesso sono riscontrabili esiti diversi a seconda della prevalenza, in un determinato ambito, di un'ispirazione a preferenza di un'altra. La vicenda assistenziale ticinese, di primo acchito, appare emblematica in tal senso: coesistono iniziative autonome, comunque non immediatamente assimilate dagli organi statali del Cantone, non solamente di marca cattolica, come si è inclini sempre a pensare, ma anche di marca laica, come potrebbe facilmente dimostrare anche una rapida scorsa allo studio altrove già ricordato di Brenno Bertoni, che elenca disparati istituti di carità ed iniziative benefiche da lui identificati col termine di "assistenza libera" (37); le numerosissime menzioni fatte da Abächerli in questo stesso volume di "libere" iniziative benefiche, d'ispirazione religiosa o laica, confermano una varietà di elementi nella vicenda assistenziale ticinese che non può essere ricondotta a interpretazioni univoche. Gli interventi assistenziali nel Cantone Ticino sembrano muoversi lungo due linee di fondo: la prima si rifà all'assistenza pubblica, la seconda alla carità privata.

Quella che si richiama prevalentemente alla tradizione dell'intervento pubblico, raccoglie le indicazioni del periodo napoleonico per un'assistenza organizzata in un sistema cantonalizzato, imperniato sul comune politico ma gradualmente burocratizzato e subordinato attraverso la dipartimentalizzazione allo Stato; questa linea pubblica addita fin dal tardo Ottocento forme varie, nuove ed importanti di tutela sociale e previdenziale per i lavoratori. La crisi degli ospedali e dei ricoveri ottocenteschi mette in evidenza la necessità di garantire il minimo di sussistenza alla radice, ossia per mezzo del lavoro o di sussidi personali si vuole sollecitare il povero a farsi protagonista del proprio riscatto e del risanamento del suo ambiente, evitando nel limite del possibile il ricovero. Le critiche già così diffuse nel secolo scorso contro il bere, il gioco ed il vizio e al contempo i tanti calcoli del fabbisogno per gli alimenti, la casa, il vestiario, la malattia, hanno alla loro radice una presunzione moralistica laica di dissuadere il lavoratore povero dal dissipare il proprio guadagno e di indurlo all'opposto ad incarnare un tipo umano dai guadagni, risparmi, consumi e bisogni già prefigurati.

L'altra linea di tendenza, complementare alla prima ed anch'essa improntata ad un tipo di ideale che il povero dovrebbe incarnare, convoglia le rinnovate spinte della carità privata, animata dalle nuove aperture del cattolicesimo sociale di fine Ottocento, inizio Novecento. Le conferenze di San Vincenzo di Paoli (38) la prima sorge a Lugano nel 1884 tendono soprattutto al rapporto diretto con il povero, il contatto con il suo ambiente, dando completezza ed umanità alla conoscenza dei veri bisogni, fornendo un aiuto completo, paternalistico ma saldamente costruttivo, mobilitando e aprendo in tal modo agli orizzonti sociali i ceti borghesi e abbienti. L'antica beneficenza privata, fatta anche a domicilio, ma per conto di una confraternita o di una compagnia di carità, si personalizza: il visitatore del povero, mediatore privilegiato fra la società e il misero, mentre partecipa alla tensione per il riscatto globale, materiale e spirituale fruisce egli pure dei benefici effetti della visita.

L'Ottocento è un secolo di vasta rinascita religiosa, che trova proprio nella carità un modo privilegiato di esprimersi, di riflettersi concretamente nella società. Accanto a interventi animati da preoccupazioni di segno paternalistico se non conservatore, ravvisabili nelle iniziative della borghesia liberale moderata e nella borghesia di sentimento cattolico, convivono iniziative animate da un'urgenza morale consapevole che una risposta di tipo istituzionale da sola non può appagare le coscienze: da qui nasce fa Otto e Novecento una fioritura di iniziative spontanee dal basso, dalla società civile ticinese o dalla Chiesa diocesana, per impulso di singoli o di gruppi, destinata a venire incontro alle nuove esigenze sociali e agli squilibri provocati dall'industrializzazione.

La progressiva laicizzazione della beneficenza è accompagnata da un significativo risorgere di nuove forme d'intervento assistenziale, a impronta laica o religiosa, dentro o accanto alle istituzioni ufficiali comunali o cantonali. Lo stesso "movimento cattolico" ticinese, di cui si è sottolineata in genere la sola dimensione politica (39), muove da questa ricca tradizione d'unione dell'attività assistenziale e dell'attività sociale, nel tentativo di offrire un aiuto concreto al bisogno dell'uomo e di realizzare un assetto economico in cui la carità possa esprimersi anche in termini di giustizia. L'atteggiamento caritativo della comunità ecclesiale diocesana, negli ultimi due secoli, conosce certamente, per così dire, un momento profetico e un momento istituzionale: il primo volto a sottolineare l'importanza di un'antica tradizione di solidarietà umana e sociale nel segno della fede cristiana, senza la quale scema drammaticamente nell'azione pratica la concreta assistenza alle esigenze reali e immediate di chi è nel bisogno; l'altro si concreta nel partecipare da parte dei cattolici ticinesi alle forme di beneficenza da tempo consolidate (ospedali, ricoveri) o a quelle che mano mano si vengono formando, con il proprio impegno responsabile e personale nella società laica, consapevoli che l'esperienza cristiana non può sopravvivere solo grazie alla tradizione e all'autorità.

Antonio Gili, nato nel 1952, licenziato in storia moderna e contemporanea all'università di Friburgo. È direttore dell'Archivio storico della città di Lugano.
Note

1. Cfr. le stimolanti osservazioni di Giovanni Testori, La carità che i "milanesi accampa", nel catalogo della mostra La Cà Granda. Cinque secoli di storia e d'arte dell'Ospedale Maggiore di Milano, Milano, 1981, pp. 15 20.

2. Si veda nella Bibliografia al testo: CESCHI R., TALARCO R. e LORENZETTI L., quest'ultimo autore di uno studio interessante ma che non si è avuto il tempo di consultare al momento della redazione, perché non era ancora stato presentato.

3. Cfr. PANZERA F., Gli studi sul movimento cattolico nella Svizzera italiana, in "Bollettino dell'Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino", X, 1992, pp. 3 10

4. Per la storia dell'ospedale cfr. CHIESA V., L'Ospedale civico di Lugano; dati storici e notizie, Bellinzona Lugano, 1944; per il periodo di fondazione cfr. CRIVELLI A., L'Ospedale civico di Lugano, in "Rivista storica ticinese", 39, (1944), p. 929. L'archivio dell'antico ospedale di S. Maria è conservato e catalogato presso l'Archivio storico comunale di Lugano: cfr. qui anche alla nostra nota 12.

5. MORETTI A., Gli umiliati, le comunità degli ospiti della Svizzera italiana, Helvetia Sacra, sez. IX, vol.I, Basilea/Francoforte sul Meno, 1992; cfr. in particolare per l'ospedale di Lugano alle pp. 125 142.

6. Cfr. nella Bibliografia in chiusura a questo testo: FOUCAULT M., Storia della follia ... cit., qui p. 67.

7. Cfr. nella Bibliografia al testo: BALDELLI CELOZZI P., Gli ospizi... cit., qui p. 88.

8. Per questi aspetti cfr. GILI A., L'uomo, il topo e la pulce. Epidemie di peste nei territori ticinesi... (XV XVII s.), in "Pagine storiche luganesi" (Riv.), 2, (1986), pp. 155 171.

9. Cfr. qui alle nostre note 4 e 5.

10. Cfr. GILI A., Lugano da borgo medioevale a città terziaria e d'affari, in "Pagine storiche luganesi " (Riv.), 1, (1984), pp. 31 34.

11. Per questa data cfr. MORETTI A., Gli umiliati ... cit., p.130 con le note dalla 84 alla 89.

12. Rinvio alle scritture d'archivio dell'ospedale (cfr. qui alla nostra nota 4); è a questa "Congregazione dei Deputati" che sono intestati i libri ms. (8) con i verbali concernenti l'amministrazione dell'ospedale, che decorrono dal 1611 in poi.

13. Cfr. nella Bibliografia in chiusura a questo testo: PROSDOCIMI L. e NASALLI ROCCA E., Il diritto ecclesiastico ... cit.

14. BORDONI B., Lugano; l'Arciconfraternita della Buona morte ed Orazione sotto il titolo di Santa Marta e il San Salvatore, Bellinzona Lugano, 1971; MORETTI A., Gli umiliati ... cit., p.131 con la nota 92.

15. VEGEZZI P., La chiesa e la confraternita di San Rocco in Lugano. I benefattori degli orfani della Pieve di Lugano, Lugano, 1902.

16. Per i conflitti tra foro secolare e foro ecclesiastico a riguardo dell'amministrazione dell'ospedale di Lugano cfr. CODAGHENGO A., Storia religiosa del Cantone Ticino, Lugano, 1942, vol II, pp. 295 297 e anche MORETTI A., Gli umiliati... cit., p.131 con la nota 93.

17. Cfr. BRESSAN E., L'"Hospitale" e i poveri... cit. nella Bibliografia al testo, qui p. 28.

18. GILARDONI V., I monumenti d'arte e di storia del Canton Ticino, vol. I, Locarno e il suo Circolo, Basilea, 1972, pp. 88, 89, 94, 95, 150, 171, 206, 243, 244, 250, 257, 260; MONDADA G., Locarno e il suo ospedale dal 1361 ai nostri giorni, Locarno, 1971; per l'ospedale di Bellinzona cfr. Inventario delle cose d'arte e di antichità. II. Distretto di Bellinzona, a cura di GILARDONI V., Bellinzona, 1955, p. 60; per altri ospizi cfr. MORETTI A., Gli umiliati... cit.

19. Cfr. nella Bibliografia in chiusura a questo testo: NASALLI ROCCA E., Il diritto... cit., qui alla p. 207.
20. AUSENDA G., Per la festa d'inaugurazione del primo asilo di carità aperto in Lugano. Sacro sermone del sacerdote G'À milanese recitato il 6 aprile 1845 seguito da un cenno storico dell'asilo medesimo, Lugano, 1845.

21. Le citazioni nel testo sono ricavate dalle raccolte delle Leggi e Decreti del Cantone Ticino ("Bullettino Officiale della Repubblica e Cantone del Ticino") alle rispettive annate.

22. Ibid.

23. Ibid.

24. Cfr. nella Bibliografia al testo: CESCHI R., Ottocento... cit., qui alla p. 134.

25. Ibid.

26. Ibid., p. 137 con la nota 19.

27. Cfr. nella Bibliografia in chiusura a questo testo: BERTONI B., Della pubblica... cit., qui alla p. 51.

28. L'atto è ordinato presso l'Archivio storico comunale di Lugano, fondo comunale, cartella 333, doc. 302.

29. MAESTRINI V., Sole, mare, luce per migliaia di bambini luganesi. Centenario (1877 1977) della Colonia luganese di cura marina, Lugano, 1977.

30. Cfr. nella Bibliografia al testo: NIEDERER G., cit.

31. Cfr. nella Bibliografia...: BERTONI B., cit.

32. Cfr. nella Bibliografia...: CESCHI R., Ottocento... cit., qui p. 140.

33. Questo disimpegno è stigmatizzato da Giorgio Casella, in un suo articolo (cfr. nella Bibliografia al testo), qui p. 246.

34. Cfr. in questo stesso volume i contributi di M. Lepori Bonetti e di A. Gandolla, passim.

35. Cfr. BRESSAN E., L'"Hospitale"... cit. nella Bibliografia al testo, qui pp 107 108.

36. Ibid.

37. Cfr. nella bibliografia al testo, BERTONI B., cit., p. 131 (legati sul sale) e pp. 132 134.

38. Rinvio al contributo di A. ABÄCHERLI in questo stesso volume.

39. Cfr. con quanto espresso al cap. 1 del testo.

Bibliografia

Le indicazioni che seguono non sono da intendere in senso stretto come bibliografia sul tema trattato (del resto vastissima), bensì come referenze di opere utilmente consultate, in genere esse stesse munite di ricchi apparati bibliografici cui rinvio. Nelle note al testo, dove peraltro ricorrono anche alcune delle opere sotto menzionate, sono poi citate anche altre pubblicazioni non indicate qui sotto. La lista elenca in un primo gruppo le opere a carattere generale e in un secondo gruppo le opere che vertono più specificatamente sul Cantone Ticino.

• BALDELLI CELOZZI P., Gli ospizi negli stati italiani, in Monticone A. (a cura di), La storia dei poveri. Pauperismo e assistenza nell'età moderna, Roma, 1985.

• BECK H. G. cfr. Wolter H.

• BRESSAN E., Azione caritativa e sociale nell'età moderna e contemporanea, in A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro (a cura di), Storia religiosa della Lombardia. Chiesa e società. Appunti per una storia delle diocesi lombarde, Brescia, 1986, pp. 293 304.

• IBID., L'"Hospitale" e i poveri. La storiografia sull'assistenza: l'Italia e il "caso lombardo", presentaz. di G. Rumi, Milano, 1981.

• CATTAUI DE MENASCE G., L'assistenza ieri e oggi, in "Studium" (Riv.), Roma, 1963.

• FAVA A., Organizzazione o libertà? Scelte di lungo periodo tra Cinque e Seicento, in MONTICONE A.(a cura di), La Storia... ,cit.

• FONSECA C. D., Forme assistenziali e strutture caritative della Chiesa nel Medioevo, in CAPRIOLI A., RIMOLDI A., VACCARO L. (a cura di), Storia religiosa... , cit., pp. 275 291.

• FOUCAULT M., Storia della follia nell'età classica, Milano, 1977.

• GREMECK M. D., Importanza degli archivi ospedalieri alla luce dei nuovi orientamenti della storiografia, in M. Galzigna e H. Terzian (a cura di), L'archivio della follia; il manicomio di San Servolo e la nascita di una fondazione, Venezia, 1980, pp. 13 15.

• IMBERT J., Les hôpitaux en France, Paris, 1958.

• MENOZZI D., Chiesa, poveri, società nell'età moderna e contemporanea, Brescia, 1980.

• MONTICONE A. (a cura di), La storia dei poveri. Pauperismo e assistenza nell'età moderna, Roma, 1985.

• IBID., Lavoro, risorse e nuova società nell'età della Restaurazione, in ID.(a cura di), La storia... ,cit.

• MOROZZO DELLA ROCCA R., Il potere, la sicurezza, l'ordine, in Monticone A. (a cura di), La storia... ,cit.

• IBID., Vecchio e nuovo nell'immagine della povertà agli inizi dell'età moderna, in Monticone A. (a cura di), La storia... cit.

• NASALLI ROCCA E., Il diritto ospedaliero nei suoi lineamenti storici, Milano, 1956.

• PENCO G., Storia della Chiesa in Italia, Milano, 1977, vol. II, pp. 257 264 e 451 462.

• PROSDOCIMI L., Il diritto ecclesiastico nello Stato di Milano dall'inizio della signoria viscontea al periodo tridentino (sec. XII XVI), Milano, 1941.

• WOLTER H. BECK H. G., L'ospedale in Occidente durante l'alto Medioevo, in JEDIN H. (a cura di), Storia della Chiesa, Milano, 1976, vol. V/1, pp. 160 166.
• ZANINELLI S., L'azione sociale dei cattolici, in TRANIELLO F., CAMPANINI G. (a cura di), Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860 1980, Torino, 1981, vol. I/1, pp. 320 358.
• BERTONI B., Della pubblica assistenza nel Cantone Ticino. Memorie pubblicate per cura della Società degli Amici dell'Educazione del Popolo e di Utilità Pubblica, Bellinzona, 1894.

• CASELLA G., L'assistenza della vecchiaia indigente nel Cantone Ticino, in "Pagine nostre" (Riv.), III (1923 24), 6, pp. 242 247.

• CESCHI R., Il "mortifero vomito orientale". Epidemie, condizioni sanitarie, medici e "volgo" nel Ticino dell'Ottocento, in "Archivio storico ticinese" (Riv.), 83 (1980), pp. 407 454.

• IBID., Legislazione sociale, in "Scuola Ticinese" (Riv.), 102, (1982), pp. 20 23.

• IBID., Sanità e assistenza, in ID., Ottocento ticinese, Locarno, 1986, pp. 119 140

• CODAGHENGO A., L'attività caritativa ed assistenziale delle comunità religiose nel Ticino, in ID., Storia religiosa del Cantone Ticino, Lugano, 1942, vol II, pp. 351 375 (cfr. anche pp. 321 350 e 395 401).

• LORENZETTI L., Pauvreté et marginalité: aspects du contrôle sociale au Tessin au XIX siècle, Ginevre, memoire de diplome, 1993, dattil.

• NIEDERER G., Le paupérisme en Suisse. Législation en matière de secours publics et statistique de l'assistance officielle et de l'assistance libre, Zurigo, 1878.

• TALARICO R., Il Cantone malato. Igiene e sanità pubblica nel Ticino dell'Ottocento, Lugano, 1988.


ATTIVITÀ CARITATIVE CATTOLICHE IN TICINO NEI PRIMI CINQUANT'ANNI DI VITA DELLA DIOCESI

di Aldo Abächerli

1. Caratteri generali

1.1. Una storia ancora da scrivere

La Direzione di questa rivista mi ha rivolto l'invito di far conoscere, sia pure in breve, l'opera che la Chiesa e specialmente le Congregazioni religiose hanno svolto e vanno svolgendo nel Cantone Ticino, per il ricovero e l'assistenza dei nostri poveri vecchi. (...) E devo dire subito che fu per me stesso una sorpresa, la constatazione, alla quale prima d'ora non feci caso, che tutti i Ricoveri, esistenti pei vecchi nel Cantone Ticino, sono affidati alle cure delle Religiose. Sono 18 Case, dove oltre 100 Suore assistono quasi 500 vecchi! (1).

Lo stupore manifestato da don Emilio Cattori nel 1931 quando, per rispondere ad un invito della rivista Pro Senectute, dal suo osservatorio privilegiato nella Curia vescovile di Lugano si accinse a redigere un elenco degli istituti per anziani assistiti da religiose è doppiamente significativo. Da una parte esso attesta la grande importanza, anche quantitativa, che l'azione caritativa della chiesa cattolica rivestiva nell'ambito dell'assistenza sociale nel cantone. Dall'altra esso testimonia come questa opera si fosse diffusa in modo autonomo tanto che la stessa autorità religiosa non ne aveva che una cognizione assai vaga (2).

Esattamente nello stesso anno 1931 il prevosto di Lamone don Sarinelli dava alle stampe una guida della Diocesi di Lugano (3) che, se si ha la costanza di superare le aridità del testo, rivela ancor meglio quale fosse l'ampiezza dell'attività caritativa cattolica in diocesi negli anni immediatamente precedenti alla fondazione della Caritas diocesana. Dalle pagine del Sarinelli che pur si limita a realtà strettamente istituzionali emergono oltre un centinaio di istituzioni caritative, di enti o di associazioni cattoliche dediti ad attività di assistenza nella Diocesi di Lugano.

Lo stupore manifestato da mons. Cattori è quindi anche il nostro perché di tutta questa varietà di interventi non possediamo ancora né una coscienza precisa, né una visione complessiva. Non esistono studi che si occupino in modo organico delle vicende della carità cattolica in Ticino nei primi decenni della Diocesi: la storia della carità cattolica è partecipe del ritardo accumulato dagli studi di storia religiosa della nostra diocesi, ritardo che sono in questi ultimi anni ha iniziato a colmarsi (4). A titolo di parziale consolazione si può constatare che anche in ambito sovranazionale si riconosce la difficoltà di quantificare l'attività assistenziale della Chiesa in epoca contemporanea, data la dispersione e la mancanza di coordinamento che caratterizzarono le innumerevoli iniziative (5). La storia più generale dell'assistenza sanitaria e sociale in Ticino soffre del resto di ritardi analoghi (6). Conseguentemente è impossibile pretendere, soprattutto in una sede come questa, di redigere non solo una "storia" della carità cattolica nei primi cinquant'anni della diocesi di Lugano, ma anche solo un elenco dell'attività caritativa che abbia qualche ambizione di esaustività. Troppo vasto è infatti il materiale documentario che attende di essere esaminato. Rinunciando parimenti a ogni ambizione di sintesi o di periodizzazione, ci limiteremo qui a fornire una semplice traccia, forzatamente incompleta, dell'attività caritativa cattolica con qualche precisazione bibliografica di modo che il lettore possa formarsi un'immagine del carattere multiforme e complesso dell'impegno cattolico nel campo caritativo in diocesi.

Occorre quindi avere presente i limiti del presente studio. Cercando di ricostituire, seppure grossolanamente, un quadro complessivo piuttosto che approfondire singole realtà si è volutamente rinunciato ad ogni ricerca di tipo archivistico, che si rivela enormemente dispendiosa in quanto la documentazione è dispersa tra le varie istituzioni, le sedi delle associazioni, le case madri o generalizie delle congregazioni religiose, le parrocchie, le autorità ecclesiastiche (7) e civili (8). La ricerca si è basata unicamente su fonti a stampa dell'epoca, quali il Monitore ecclesiastico, i repertori del Borrani (9) e del Codaghengo (10), la guida del Sarinelli (11), o la monografia pubblicata in occasione del 50o anniversario della Diocesi di Lugano (12). Si è fatto inoltre capo ad un buon numero di testi celebrativi e numeri unici riguardanti singoli enti o istituzioni. Questi numeri unici (13) costituiscono una fonte insostituibile per la storia della carità e dell'assistenzialismo cattolico, ma devono essere valutati con cautela perché inesattezze e contraddizioni non mancano in pubblicazioni celebrative che a pochi anni dagli eventi spesso denotano già una perdita di memoria storica (14).

Esamineremo dapprima, in modo assai sintetico, quali sono gli aspetti salienti della attività caritativa cattolica nello spazio temporale che va dalla prima sistemazione amministrativa della diocesi di Lugano (1885) agli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Si tratta di affermazioni basate su una lettura informata delle fonti che abbiamo menzionate, completate con una lettura più generale della storia diocesana così come è nota dai repertori correnti. Si tratta quindi di affermazioni che dovranno essere puntualmente verificate. Nella seconda parte identificheremo quali sono i soggetti principali dell'azione caritativa, secondo un modello generalmente accettato dalla storiografia corrente. Nell'ultima parte infine presenteremo alcuni ambiti ove la carità cattolica si è espressa, limitandoci ad opere di carattere materiale e senza alcuna pretesa di organicità. E evidente che altro dovrà essere l'approccio e altri i valori presi in esame da chi vorrà realmente scrivere la storia della carità cattolica in Ticino.


1.2. Il campo della carità cattolica

La definizione del campo della carità cattolica a prima vista sembra scontata. In realtà la definizione dell'attività caritativa così come era percepita dal mondo cattolico diocesano tra Ottocento e Novecento è sicuramente complessa, e richiederebbe uno studio condotto con una metodologia assai elaborata. Ma per situare almeno sommariamente la carità cattolica dell'epoca nel suo contesto, ci sembra di poter condividere nelle sue linee fondamentali una definizione che Romano Amerio ha dato presentando l'Opera pia Maghetti di Lugano (15):

La fondazione Maghetti appartiene a quelle opere pie che, in tempi in cui la religione informava di sé l'intera vita, erano prescritte come opere di misericordia, tutte in beneficio del prossimo e tutte aventi per fine soggettivo la propria salute spirituale. Tali opere pie sono lo scopo di molti ordini religiosi. Quasi infinite confraternite di laici si proposero le opere di misericordia. Le opere pie furono però la sollecitudine non solo di consorzi, ma anche di persone private (...).

I fondamenti teologici della carità sono assai più ampi della dottrina relativa alle opere di misericordia. La carità, essendo "accanto all'annuncio della buona novella, funzione fondamentale della chiesa" (16) è oggetto di una dottrina che partendo dalle virtù teologali trae alimento da diverse fonti, tra cui dall'interpretazione del Decalogo (17). Ma dal punto di vista pratico è indubbio che proprio il concetto di opere di misericordia, nella sua linearità precettistica, fosse quello che maggiormente operava nelle coscienze dei fedeli in un'epoca a cavallo tra XIX e XX secolo in cui anche nella nostra diocesi l'istruzione catechistica era in pieno sviluppo. Rammentiamo qui quali fossero le opere di misericordia, traendo la definizione da un testo dell'epoca (18):

Le opere buone delle quali ci sarà domandato conto particolare nel dì del Giudizio sono le opere di misericordia. Opera di misericordia è quella con la quale si soccorre ai bisogni corporali o spirituali del nostro prossimo.

Le opere di misericordia corporali sono: 1. Dar da mangiare agli affamati. 2. Dar da bere agli assetati. 3. Vestire gli ignudi. 4. Alloggiare i pellegrini. 5. Visitare gli infermi. 6. Visitare i carcerati. 7. Seppellire i morti.

Le opere di misericordia spirituali sono: 1. Consigliare i dubbiosi. 2. Istruire gli ignoranti. 3. Ammonire i peccatori. 4. Consolare gli afflitti. 5. Perdonare le offese. 6. Sopportare pazientemente le persone moleste. 7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Da qui deriva la vastità d'azione della carità cattolica dell'epoca, che comprendeva sia opere materiali che opere spirituali. Per valutare la carità cattolica occorre quindi abbandonare l'immagine sostanzialmente assistenziale di oggi ed accettare ad esempio che per un fedele dell'inizio del secolo non vi era sostanziale differenza tra il soccorso agli infermi portato negli ospedali o la preghiera per quegli stessi infermi tenuta al proprio domicilio. Vi è di più. Spesso ma anche all'epoca vi era chi disgiungeva le cose risulta difficile secondo gli attuali parametri di giudizio separare quella che era un'azione di carità ed assistenza da ciò che a noi sembra opera di apostolato o, per alcuni, proselitismo, poiché in alcuni casi le opere di misericordia corporali non erano se non un mezzo per mettere in atto opere spirituali.

Riassumendo si può quindi sommariamente dire che il campo della carità cattolica all'epoca era un molto ambito vasto e dai confini incerti: ogni opera, ogni azione che in qualche modo potesse essere rapportata anche in senso lato a una delle opere di misericordia che abbiamo qui sopra citate rientrava nell'ambito della carità. Il fine ultimo della carità tendeva ad essere il fine salvifico personale. La carità cattolica comprendeva aspetti prettamente spirituali che al giorno d'oggi non si assocerebbero con immediatezza al campo caritativo. Era carità ad esempio l'attività di certe pie unioni che applicavano preghiere a favore di realtà o categorie di persone particolari, era parimenti carità l'appoggio dato alle vocazioni spirituali, e così via. Per fare un ulteriore esempio, era definita "istituzione di carità e d'apostolato" la cosiddetta "crociata dei ciechi", di origine belga, che venne introdotta in Diocesi nel 1929, di cui uno degli aspetti consisteva nel recarsi mensilmente da un cieco e leggergli un apposito pensiero edificante scritto dal papa (19). Risulta talvolta difficile separare in un'azione caritativa la parte propriamente spirituale da quella materiale. Quella che a molti potrebbe sembrare un'azione utilitaristica di apostolato, era all'epoca parte integrante del concetto cattolico di carità. L'esempio più evidente di quanto andiamo dicendo è costituito dall'azione del vescovo Molo, alla fine del XIX secolo, in favore dell'istituto dei sordomuti di Locarno. L'appoggio dato dall'autorità religiosa all'istituto era motivato sia dalla volontà di soccorrere una categoria di fanciulli particolarmente sfavorita, sia dalla necessità di dare un'istruzione a questi fanciulli affinché potessero partecipare alla vita sacramentale della Chiesa e non rimanessero esclusi dalle normali attività parrocchiali come invece era avvenuto fino ad allora. Il campo stesso della carità "materiale" poi era molto largo, comprendendo tra l'altro oltre all'assistenza sociale e sanitaria ad esempio anche il campo dell'istruzione, sia per l'opera delle scuole cattoliche, sia per l'insegnamento dato da congregazioni religiose nella scuola pubblica (20). Pure l'attività missionaria, intesa come missione civilizzatrice o "antischiavistica", rientrava appieno nell'ambito caritativo. La carità cattolica insomma conteneva in sé qualcosa di globalizzante, tanto che ogni istituzione, anche laica, che si basasse sull'apporto di personale religioso o comunque cattolico era considerata appartenere alla sfera della carità cattolica. Ciò a dire il vero è una caratteristica che prende a manifestarsi negli anni tra le due guerre mondiali, quando lo sviluppo degli istituti religiosi nel cantone porta lentamente ad identificare in un rapporto dialettico con l'autorità civile la carità cattolica con quelle iniziative ospedali, istituti, ecc. fondate sul mattone o comunque concretamente quantificabili (21).


1.3. Caratteristiche della carità cattolica in Ticino

L'azione caritativa dei cattolici in Ticino nell'epoca presa in esame rientra pienamente nelle linee di sviluppo più generali della carità cattolica della Chiesa universale. Essa partecipa inoltre alle tendenze espresse dall'assistenzialismo laico, più che essere un reale elemento di contrapposizione con esso. Nel presente capitolo presenteremo con una serie di enunciati alcune delle caratteristiche che a nostro modo di vedere denotano la carità cattolica nei primi decenni di vita diocesana.

Non ci soffermeremo sul quadro legislativo in cui la carità cattolica si espresse poiché altri autori lo hanno già fatto all'interno di questa opera (22). Ricordiamo solo che il Ticino nel campo assistenziale si trovava in una situazione di grave ritardo. Le leggi del 1854 e del 1855 avevano sancito che l'obbligo dell'assistenza pubblica spettava ai comuni i quali però, per ragioni economiche, non vi provvedevano che in maniera largamente insufficiente. La situazione legislativa migliorerà nettamente solo negli anni Trenta del nostro secolo (23).

Per quanto riguarda gli aspetti comuni tra le concezioni laiche della beneficenza in Ticino e quelle della carità cattolica, constatiamo che entrambe non ritengono come una questione urgente un intervento specifico in Ticino a favore della povertà, al di là di qualche richiamo generico. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che mentre in altre nazioni o in altre realtà con il processo di industrializzazione e la trasformazione delle campagne questo fenomeno era esploso in maniera drammatica, in Ticino esso, pur manifestandosi, ebbe un'incidenza meno forte. Come all'epoca venne osservato da più parti, malgrado uno stato generalizzato di relativa povertà della popolazione, essa conservava ancora un carattere definito "benigno", grazie anche al ruolo svolto dall'emigrazione. In Ticino non si constatavano insomma quelle sacche di miseria tipiche di molte aree urbane del XIX secolo, aree prescelte dalla beneficenza civile e dal volontariato cattolico per interventi specifici. Ne conseguiva che l'azione caritativa si rivolgeva piuttosto a due precise categorie: quella della fanciullezza abbandonata, e quella delle persone che per infermità o per invalidità erano impedite di lavorare o necessitavano di cure e assistenza speciali, categoria quest'ultima nella quale, come avremo modo di vedere più innanzi, a partire dal XX secolo gli anziani occuperanno un ruolo predominante. In questi atteggiamenti è ravvisabile una tipica concezione dell'epoca, che riteneva la povertà sostanzialmente una colpa, poiché coloro i quali possedevano la salute potevano sicuramente provvedere al proprio sostentamento. Se l'autorità religiosa non condivideva il concetto secondo il quale la povertà non poteva essere che frutto di "depravata indolenza", ma anzi cercava di recuperare l'immagine di Cristo nascosto sotto le sembianze del povero, è indubbio che, come traspare anche da alcuni lasciti testamentari a favore di istituzioni cattoliche, l'equivalenza tra povertà e colpa aveva credito anche negli ambienti cattolici. Un altro aspetto comune tra l'attività assistenziale laica e quella cattolica è il fatto che nel XIX essa nasce spontaneamente, dal basso. In entrambi i campi poi si ritiene che l'assistenza privata sia preferibile a quella pubblica poiché più vicina alle esigenze della gente e meno burocratizzata. Il campo cattolico forse fu il primo ad abbandonare questo concetto, poiché essendo maggiormente impegnato sul fronte assistenziale riconobbe per primo che oltre un certo limite l'intervento privato non poteva più sopperire ai grandi bisogni emergenti.

Per contro la beneficenza laica riconobbe per prima la necessità di un azione organizzata nel campo assistenziale che andasse oltre l'intervento individuale, organizzazione che in campo cattolico non solo suscitava, come fu ad esempio il caso in molte nazioni per le organizzazioni di Caritas, il sospetto dell'autorità religiosa, ma era tradizionalmente estraneo al concetto profondamente radicato di azione caritativa come gesto individuale destinato alla propria "salute spirituale". Parimenti la carità cattolica, si mantenne fedele, pur relativizzandolo di fronte alle nuove insorgenze poste dalla questione sociale, al concetto di elemosina, aborrito invece al motto di "fare elemosina non è carità" dall'assistenzialismo laico in quanto ritenuto fonte di abiezione. Un ulteriore punto di divergenza, e di peso, riguardò le modalità di intervento. Mentre gli ambienti laici si dichiararono risolutamente contrari alla creazione di istituti, preferendo tranne in casi speciali che gli orfani, i poveri o i vecchi fossero accolti presso famiglie private, la carità cattolica, e più precisamente le congregazioni religiose, fece dell'istituto" un suo mezzo privilegiato d'intervento. In ciò è da vedersi anche il concetto tipicamente ottocentesco che riteneva preferibile che la carità e l'assistenzialismo cattolico si manifestassero entro un vissuto ascetizzato.

Continuando ad esaminare le caratteristiche proprie alla carità cattolica in Ticino tra XIX e XX sec., si può facilmente notare che, come è stato rilevato per quasi tutte le nazioni vicine a noi, essa si differenzia molto da quella dei secoli passati e soprattutto, come abbiamo già detto, è promossa dalla "base" più che dalle autorità religiose. In Ticino abbiamo la prova di ciò scorrendo i testi ufficiali emanati dall'Autorità vescovile: si può facilmente rilevare che in oltre cinquant'anni i richiami alla carità, e soprattutto ad un'azione caritativa concreta, sono pochissimi. Si può dunque dire che il grande risveglio caritativo cattolico della seconda metà dell'Ottocento è dovuto essenzialmente a due poli distinti. Da una parte vi sono, le iniziative personali e locali, in genere sviluppatesi nell'ambito parrocchiale, che in molti casi sono promosse da qualche esponente del clero. Dall'altra parte vi è l'attività delle congregazioni religiose, che conoscono un enorme sviluppo e si dedicano ad una molteplicità di attività caritative (24). Solo successivamente un terzo polo, l'autorità ecclesiastica, aumenta la sua presenza e tende ad assumere un ruolo di guida nell'ambito caritativo: in Ticino ciò comincia ad essere manifesto a partire dagli anni Venti del nostro secolo. Nella realtà però, come si può facilmente verificare esaminando ad esempio le procedure di fondazione degli istituti cattolici ticinesi all'inizio del '900, vi è sempre una certa interdipendenza tra i tre soggetti: un caso tipico è costituito dai lasciti beneficiari che singoli testatori legano a salvezza della propria anima, e che poi sono raccolti e indirizzati verso la creazione di istituzioni caritative dall'autorità religiosa, la quale chiama infine una congregazione a dirigere l'istituto mantenendo però un compito di sorveglianza.


2. I soggetti dell'azione caritativa

2.1. Primo soggetto: l'autorità ecclesiastica

Come è emerso dal capitolo precedente, tra i tre soggetti che alla fine dell'Ottocento si fecero carico del rinnovamento e dello sviluppo dell'azione caritativa cattolica, l'autorità religiosa andrebbe citata per ultima poiché la sua azione fu in genere di portata inferiore a quella delle congregazioni religiose o delle iniziative locali. Se qui viene menzionata per prima, è perché malgrado tutto essa poco o tanto inquadrò entro certi limiti l'attività degli altri soggetti cattolici. Due sono gli aspetti da tenere in considerazione. Per quanto riguarda il discorso sulla povertà e sull'assistenza, dall'esame delle fonti a stampa emerge inequivocabile un certo silenzio dei vescovi ticinesi sull'azione caritativa. Questo silenzio può avere diverse motivazioni. La prima potrebbe fare riferimento al fatto che all'epoca il richiamo al dovere della carità non necessitava del magistero vescovile, perché era costantemente presente nell'educazione catechistica di ogni fedele. Ciò può apparire esplicito esaminando ad esempio i discorsi di Mons. Bacciarini, nei quali le tematiche legate alla carità sono poco presenti malgrado l'inequivocabile scelta di vita effettuata dal vescovo (25). La seconda potrebbe invece indicare, almeno nei primi decenni di vita della Diocesi, un notevole ritardo da parte dell'episcopato nel comprendere l'evoluzione dei tempi. In effetti la pastorale ottocentesca riusciva con difficoltà a concepire una civiltà cristiana senza classi giacenti in ordine gerarchico. La condizione subalterna del povero veniva esaltata come evangelicamente beata, mentre il soccorso ai poveri non era che un impegno personale del ricco per ottenere la benedizione di Dio. Si veda ad esempio il seguente passaggio tratto da una lettera pastorale di mons. Eugenio Lachat: "... noi vorremmo far regnare tra voi la pace e la carità... . Noi vorremmo ricordare ai ricchi il dovere di soccorrere i poveri, e ricordare ai poveri la pazienza, e il dovere di sopportare le disuguaglianze sociali, e con nobile rassegnazione i disagi del loro stato... (26)".

Ancora più esplicito si mostra mons. Giuseppe Castelli quando il 14 febbraio 1887 comunica le norme per l'indulto quaresimale di quell'anno (27). Sintetizzando il suo intervento, emerge cosa egli intenda per carità cattolica: i beni terreni elargiti ai ricchi sono un mezzo assai facile per redimere le colpe. Dio ama chi largheggia con i poverelli, cogli infelici: e contraccambierà proporzionalmente con la misericordia. Bisogna però donare non per sola bontà di cuore, non per sola naturale compassione, ma per amore di Gesù Cristo. Ai poveri la penitenza è imposta dalla loro stessa condizione. Devono impreziosirla sopportando con pazienza e rassegnazione, e santificarla unendola in spirito alla passione del redentore. Ricchi e poveri dovrebbero ispirarsi ai nobilissimi insegnamenti della dottrina: così le nazioni non sarebbero preda delle attuali convulsioni. Tutte le classi conglutinate dai vincoli della carità e della gratitudine rinnoverebbero il giocondo spettacolo dei primi tempi della Chiesa. Soprattutto dopo la pubblicazione dell'enciclica Rerum Novarum, nella Chiesa lentamente questa concezione riduttiva e paternalistica tramontò, ma l'autorità diocesana ticinese in questo mutamento di mentalità sembra occupare posizioni non molto avanzate. Particolarmente significative a questo riguardo le posizioni assunte dal Sinodo diocesano del 1910, che riprende in pieno argomenti dei secoli precedenti. Nel capitolo riguardanti i costumi del popolo intitolato "De variis statibus et vocationibus" vengono sviluppate le vecchie tematiche di conservazione dei vari stati sociali, mentre tutta l'azione sociale proposta si riduce ad un attestazione di lode per chi si occupa della sorte dei più sfavoriti. Ancora più evidente appare lo scollamento con la situazione sociale nell'affrontare il tema dell'emigrazione, ridotto dagli articoli sinodali ad una sorta di malsana e vana "febbre dell'oro" (28). I rimedi sociali proposti dall'articolo sinodale successivo sono altrettanto eloquenti: si propone infatti di stimolare l'amore del patrio suolo, assuefare i fedeli ad essere contenti del pane quotidiano, educare a favorire innanzitutto la salvezza dell'anima.

Per quanto riguarda l'azione caritativa diretta promossa dall'autorità ecclesiastica, anche in questo campo non vi fu un particolare attivismo (29). La scarsità di interventi caritativi diretti da parte della gerarchia ecclesiastica è forse in parte spiegabile dal fatto che gravi necessità finanziarie gravavano sulla giovane diocesi (si pensi ai debiti per la costruzione del seminario diocesano, per i restauri della cattedrale di Lugano ecc.), e quindi l'autorità si trovò obbligata ad indirizzare i non rilevanti flussi finanziari provenienti dai fedeli verso queste esigenze. L'unico vero intervento protratto su un lungo arco di tempo e dove l'impegno dell'autorità è netto è quello in favore dei chierici poveri, e quello in favore dei preti poveri. Fino dalla seconda metà dell'Ottocento la diocesi era colpita da una crescente mancanza di clero, e il numero delle parrocchie vacanti continuava ad aumentare. Una delle cause era stata individuata nel sacrificio finanziario che gli studi ecclesiastici comportavano: da qui nacque un particolare impegno dell'autorità ecclesiastica per venire incontro ai bisogni delle famiglie dei chierici favorendo nel contempo il compimento della loro vocazione. La precarietà della situazione materiale colpiva poi anche il clero già formato. Di fronte a parrocchie che possedevano fortune notevoli e potevano garantire una vita dignitosa ai pastori d'anime, vi erano molte parrocchie povere e prive di capitali di dotazione per i propri benefici. Molti parroci vivevano sotto la soglia di povertà, sfavoriti nei confronti di una popolazione altrettanto povera dal fatto che era loro vietato dedicarsi ad altre attività remunerate. Molti parroci anziani o malati, non potendo più officiare, venivano a trovarsi sull'orlo della miseria. Comprensibile quindi che la Curia vescovile, preoccupata per le gravi conseguenze di ordine spirituale che l'indigenza del clero portava con sé, dedicasse particolare attenzione a risolvere innanzitutto questi problemi, lasciando una sorta di delega all'associazionismo laico e alle congregazioni religiose per affrontare il vasto problema dell'assistenza caritativa nella società civile. Il quadro muterà parzialmente con l'elezione ad amministratore apostolico di Lugano di Mons. Aurelio Bacciarini (1917). Proveniente dalla Congregazione dei Servi della Carità, di cui resterà superiore fino al 1925, Bacciarini promuoverà direttamente iniziative in ambito caritativo, nei limiti concessigli dal suo travagliato episcopato.

Per il resto la Curia appoggiò in varia misura iniziative esterne, delegando talvolta l'azione caritativa ad organizzazioni cattoliche o appoggiando iniziativa laiche. Sono da menzionare in primo luogo le iniziative di provenienza nazionale (Opera delle Missioni Interne, protezione della giovane ecc.). Dopo l'appoggio ad iniziative nazionale, particolarmente importante l'appoggio dato alle iniziative cattoliche diocesane, in particolare quelle legate ad associazioni cattoliche (Conferenze di S. Vincenzo, Dame della misericordia, particolarmente seguita da mons. Peri).

La carità cattolica degli anni Venti presenta aspetti interessanti. Ad esempio l'appoggio dell'autorità religiosa andava anche ad iniziative caritative od assistenziali laiche o statali (collette pubbliche organizzate a seguito di catastrofi, associazioni Per la Vecchiaia, lega contro il cancro, associazione a favore dei ciechi, sanatorio cantonale, assistenza ai tubercolosi poveri; cfr. dono Bacciarini). In ciò vi è una rottura con atteggiamenti precedenti. Negli anni venti si verifica anche un mutamento di atteggiamento verso l'associazionismo religioso. A partire da quegli anni sembra esserci un tacita intesa per la quale l'autorità diocesana delega alle forze dell'azione cattolica ed ai cristiano sociali l'attività caritativa pratica. Sarà all'interno dell'Azione Cattolica che, oltre a molti interventi caritativi minori verranno organizzati anche alcuni di maggior respiro: Segretariato ticinese si beneficenza (1925), Opera pro madri bisognose (1928), Associazioni di carità: è forse anche per questo che la Charitas diocesana negli anni '40 prenderà avvio a cavallo tra queste due forze.


2.2. Secondo soggetto: gli individui

2.2.1. I laici

L'azione caritativa dei singoli è la più difficile da quantificare, perché è quella che lascia meno tracce. Un esame della contabilità di singole parrocchie o istituzioni religiose condotta su un certo numero di anni potrebbe dare qualche indicazione, ma non si può dimenticare che la povertà della popolazione di molte parrocchie rurali impedisce che il criterio finanziario serva ad una reale quantificazione dell'azione caritativa. Inoltre, soprattutto nelle regioni rurali, gran parte dell'azione caritativa non passava dall'istituzione ecclesiastica ma veniva fornita nella vita quotidiana con piccoli aiuti diretti, forniti in natura. È nondimeno interessante rilevare la destinazione dei lasciti beneficiari così come emerge dai pochi repertori generali (30), anche se si tratta di gesti caritativi che concernono solo persone di un certo censo. Mentre nei secoli XVII e XVIII sono numerosi i lasciti destinati a cappellanie ecclesiastiche, nel XIX secolo la suddivisione parrocchiale e l'assistenza religiosa ha raggiunto ormai il suo culmine, ed anzi molte cappellanie risultano vacanti. Nel XIX secolo quindi la beneficenza si volge verso la povertà, creando fondi per determinate classi di individui (scolari, chierici, nubende povere...). Ciò è forse segno anche dell'emergere di un nuovo concetto sociale di povero nella società dell'Ottocento. Verso la fine del secolo, e nel XX secolo, i lasciti si indirizzano maggiormente verso istituti parrocchiali o regionali: asili parrocchiali, ricoveri, ospedali. Occorre infine ricordare che nel corso degli ultimi secoli i lasciti beneficiari hanno costituito una delle principali forze propulsive della carità cattolica.


2.2.2. I sacerdoti

Esaminando la realtà ticinese, si può dire che è soprattutto a livello di parrocchia che alla fine dell'Ottocento la carità si sviluppa. Una menzione particolare dev'essere dedicata al ruolo dei singoli sacerdoti, soprattutto dei parroci. Si può indubbiamente affermare che nella nostra Diocesi il ruolo del clero sia stato fondamentale nell'azione caritativa. I parroci hanno avuto un doppio ruolo: da una parte hanno raccolto, organizzato e diretto l'azione caritativa dei propri parrocchiani; dall'altra si non fatti promotori di iniziative parrocchiali o regionali talvolta di vasto respiro. Nell'epoca in esame non vi è praticamente iniziativa cattolica di un certo rilievo concernente la carità che non veda l'apporto determinante di un sacerdote. Si constata d'altra parte un certo parallelismo tra gli interventi di sacerdoti o di unioni di sacerdoti, e un certo regionalismo nell'intervento delle autorità locali.

Quantificare la loro azione dei sacerdoti significa in pratica ripercorrere tutta la storia della carità diocesana. Tra le iniziative particolarmente seguite dai parroci, si segnalano la creazione degli asili parrocchiali, e la fondazione di ricoveri per anziani e di ospedali. La diffusione dell'assistenza sanitaria e agli anziani nelle regioni periferiche del Ticino deve moltissimo all'opera dei parroci locali.

Pure da annoverare tra le opere dei parroci vi è la fondazione degli oratori parrocchiali festivi, ma questo è un campo che, almeno nella nostra diocesi, si situa al limite dell'attività caritativa. Pure al limite dell'attività caritativa si situano le varie iniziative di mutuo soccorso tra il clero. Un campo particolarmente interessante, anche se limitato, riguarda le iniziative che i parroci promossero a sostegno della classe operaia, del benessere sociale o dell'occupazione. Alcune iniziative, come quelle promosse da don Simona nelle Centovalli, o da don Sarinelli a Lamone o da don Ferreguti nel Malcantone, meriterebbero di essere studiate compiutamente.


2.2.3. Dall'azione individuale alle associazioni

2.2.3.1. Le associazioni "tradizionali"

Come abbiamo detto, verso il XX secolo l'azione caritativa degli individui si manifesta sempre più in forme organizzate. In questo senso l'azione caritativa cattolica segue una evoluzione parallela alla beneficenza pubblica, che disprezza l'intervento individuale come tendente ad un assistenzialismo sostanzialmente sterile e perfino controproducente. Nel mondo cattolico non vi è d'altra parte un rifiuto così marcato dell'azione individuale, che anzi resta al fondo di ogni intervento anche collettivo, come non vi è un rifiuto dell'elemosina tanto disprezzata dalla filantropia ottocentesca come fonte di parassitismo. In alcuni ambiti si riconosce però che sia l'uno che l'altra non sono adeguati a risolvere i maggiori problemi sociali.

Anche nei secoli precedenti vi erano forme caritative organizzate. Una delle forme più ricorrenti è stata quella della confraternita laicale. Alla fine dell'Ottocento però in Ticino il mondo delle confraternite è nettamente in declino. L'esame delle relazioni delle visite ecclesiastiche mostra che quelle che hanno ancora vitalità in genere operano nell'ambito di un marcato formalismo. Nell'ambito della carità ne sopravvivono pochissime, in genere dedite all'assistenza spirituale più che materiale dei moribondi.

In luogo delle confraternite nascono nuove associazioni dalla finalità esclusivamente caritativa. È su di esse che per alcuni decenni incomberà il ruolo ufficiale dell'assistenza diocesana, fino allo sviluppo della Caritas. Occorre precisare che però l'organizzazione caritativa cattolica rimane numericamente limitata, forse perché essa è piuttosto legata ad ambienti di tipo urbano. Nei paesi infatti, come ripetono le testimonianze dell'epoca, alla carenza di assistenza sopperiva la solidarietà vicinale spontanea.

L'organizzazione più antica nella storia diocesana è quella della Società di S. Vincenzo de’ Paoli per l'assistenza ai poveri, che con il suo comitato centrale costituisce il primo embrione di associazione caritativa diocesana. Accanto ad esse sono attive le Dame della Carità, che ne costituiscono il pendant femminile.

• La Società di S. Vincenzo si ispira alla Società fondata da Federico Ozanam nel 1833. Ha il suo scopo essenziale nell'azione caritativa, principalmente con l'assistenza diretta degli indigenti, ma anche con opere maggiormente strutturate (scuole cristiane, segretariati sociali ecc. In Svizzera la Società di S. Vincenzo era affiliata al Pius Verein prima, all'Unione Popolare Cattolica Svizzera poi, ma in Ticino questo fatto non ebbe una incidenza particolare. La conferenza ticinese più antica (31) è quella di Locarno, fondata il 26 luglio 1885 da Giuseppe Pedrazzini. Pedrazzini dimorava a Intra ed era membro di quella conferenza. Nel 1885 si adoperò per la creazione di una conferenza anche a Locarno. Molti esponenti del clero (ad esempio i sacerdoti Fonti, Roggiero, Padlina ecc.) ne furono membri. La conferenza prese il nome di "S. Antonio Abate". Ad essa seguì la Conferenza dei SS. Pietro e Stefano di Bellinzona, fondata nel 1896, di cui si sa poco. Dal movimento finanziario reso pubblico nel 1933 se ne deduce che ebbe una notevole attività. I fondi raccolti dalle Suore Infermiere d'Ingenbohl (dal 1902) e di S. Anna (1930) confluivano nelle sue casse. Contemporaneamente sosteneva queste due congregazioni, ed inoltre aveva finanziato i restauri delle case delle S. di Ingenbohl e l'acquisto della casa per le suore di S.Anna. La Conferenza di S. Lorenzo di Lugano venne fondata il 19 febbraio 1898, dietro iniziativa del conte Giuseppe Thun, già socio della Conferenza di S. Nicola degli Incoronati di Roma e della Conferenza di Montreux, in una sala del palazzo vescovile. Il Vescovo ne era presidente onorario. Nei decenni seguenti, e fino al presente, sorsero poi altre conferenze locali.

• Associazione femminile di assistenza popolare, Claro. È citata nel 1935: spesa non precisata di fr. 90.000 a suo favore.

• L'Associazione delle dame della carità, poi Volontarie vincenziane, prendevano a modello l'associazione fondata da Luisa di Marillac in Francia. In Ticino esistono dal 1889 (32). In quell'anno suor Carolina Paletti, della congregazione delle Figlie della Carità, confrontata ad un triste caso sociale, si recò dal Vescovo Mons. Molo e lo convinse della necessità di istituire un'associazione caritativa per l'aiuto ai poveri. Contemporaneamente si rivolse ad alcune signore di Lugano, desiderose di bene, trovando terreno adatto. L'associazione viene fondata il 27 ottobre 1889. Nei decenni seguenti altri gruppi sorsero in Ticino.

Altre associazioni minori meriterebbero forse di essere studiate.


2.2.3.2. Le organizzazioni di azione cattolica

Conferenze di S. Vincenzo e Dame della Carità coinvolgono però un numero assai ristretto di persone, il cui impegno personale è preponderante rispetto ai fattori organizzativi. Di tutt'altro tipo è l'azione caritativa svolta dall'Azione Cattolica, soprattutto a partire dagli anni Venti.

A dire il vero anche le conferenze di S. Vincenzo erano già parte del Pius Verein e dell'UPCS, ma sembra solo formalmente.

L'Azione Cattolica, così come riorganizzata a partire dagli anni Venti, non aveva l'azione caritativa tra i suoi scopi principali: il ramo femminile però (e in misura minore quello giovanile) sviluppò però anche un'attività a favore del prossimo e dei meno abbienti. A partire da quegli anni sembra esserci una tacita intesa per la quale l'autorità diocesana delega alle forze dell'azione cattolica e all'organizzazione cristiano sociale l'attività caritativa pratica. Sarà all'interno dell'Azione Cattolica che, oltre a molti interventi caritativi minori verranno organizzati anche alcuni di maggior respiro: Segretariato ticinese di beneficenza (1925), Opera pro madri bisognose (1928), Associazione di carità. Anche il Fascio della Gioventù Cattolica Ticinese risulta avere a un certo punto della sua storia una apposita sezione di beneficenza, denominata Providentia.

L'attività dell'Azione cattolica entra però in un altro livello di organizzazione rispetto alle associazioni precedenti che, è bene ricordarlo, restano attive anche nei decenni seguenti. Nelle organizzazioni di Azione Cattolica, che sono organizzazioni di massa, l'inquadramento e l'assistenza o controllo da parte dell'autorità religiosa sostituiscono in parte lo slancio volontaristico dei vincenziani.

Al limite dell'azione caritativa si situa l'azione sociale svolta dall'Organizzazione Cristiano Sociale, la cui attività ebbe notevole rilevanza, ma il cui esame esula dal presente articolo.

Scarso rilievo sembra invece avere in Ticino la Charitas svizzera, fondata nel 1901 come commissione interna all'UPCS, per la quale almeno dal 1919 vengono organizzate collette diocesane regolari (33).


2.3. Terzo soggetto: le congregazioni religiose

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, e fino al XX secolo inoltrato, le congregazioni religiose, e in primo luogo quelle di recente creazione e dedite ad attività caritativa, conoscono uno sviluppo esponenziale. Esse contribuiscono oltre che a un rinnovamento della spiritualità all'espansione della attività caritativa dei cattolici e, in ultima analisi, anche ad un mutamento del concetto di carità nella chiesa.

Anche in Ticino le congregazioni religiose occupano, dagli ultimi decenni dell'Ottocento, un posto determinante nello sviluppo dell'attività caritativa. È da notare che lo sviluppo della loro attività avviene con l'approvazione dell'autorità religiosa, ma non è da questa promosso, tranne in qualche caso specifico. La particolarità della Diocesi ticinese, oltre il fatto di non avere a differenza delle regioni finitime congregazioni proprie, è quella di attirare congregazioni sia dal nord che dal sud, così che il panorama diocesano risulta estremamente variato. Non sembra però che le varie realtà si siano incontrate: ogni congregazione costituiva piuttosto un mondo a sé stante, chiuso alle altre realtà analoghe. Per quanto riguarda il campo di attività, le congregazioni attive in Ticino si dedicano prevalentemente all'assistenza sanitaria, all'assistenza degli anziani e all'educazione. Non vi sono pratica mente congregazioni che assistono esclusivamente i poveri. Risulta talvolta arduo identificare le congregazioni minori che fanno sporadica apparizione in Ticino e ripercorrerne la storia. Solo una ricerca archivistica potrà permettere di tracciare un panorama completo. Talvolta è pure difficile identificare i nomi.

Le congregazioni numericamente maggiori attive nell'ambito della carità (ve ne sono pure altre contemplative!) sono però solo quattro, e più precisamente le Figlie della carità di S. Vincenzo de’ Paoli, le Suore della Casa della Divina provvidenza in Como (Guanelliane), le Suore istitutrici di S. Croce di Menzingen, le Suore Teodosiane di S. Croce di Ingenbohl. Facciamo qui seguire l'elenco di tutte le congregazioni, sia maschili che femminili, che svolgono attività caritativa e identificate, avvertendo che dopo il 1935 altre ne sopraggiungono.


2.3.1. Congregazioni femminili

• Figlie della carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Sono attive negli ospedali: civico di Lugano (1845 e 1919) e Beata Vergine di Mendrisio (1860), nel Luogo Pio Rezzonico di Lugano (1897), nel Laboratorio San Vincenzo di Lugano (1881/1889/1 899) assieme a orfanotrofio. Maghetti e Culla Arnaboldi, nel Ricovero Comunale di Lugano (1909), nell'Ospedale di Bellinzona (dal ca. 1920), nel Ricovero Torriani di Mendrisio (1921), nell'Ospedale Italiano di Viganello (dal 1931) con l'Oratorio femm. della Santa, nella Casa dei Bambini S. Marco di Bellinzona (1923/28) con succursale a Faido.

• Figlie di S. Maria della Provvidenza di Como (Guanelliane). Fondate dal Beato Luigi Guanella. Il primo nucleo si formò a Pianello Lario. Divenne regolare congregazione nel 1907. Approvata definitivamente nel 1917. Bellinzona, Ricovero Paganini Rè. Chiamate da mons. Bacciarini, che era a capo della fondazione. Resteranno sino al 1964, quando verranno sostituite dalle Suore del Beato Palazzolo. Capolago, Asilo Rossi, 1902. Castel S. Pietro, Ricovero Don Guanella, 1916. Maggia, Ospedale Ricovero Don Guanella, 1916. Le suore vi dirigevano anche l'asilo S. Filomena. Pollegio, Istituto S. Maria. Riva S. Vitale, Istituto Canisio. Someo, Ricovero Comunale. Tesserete, Ospedale S. Giuseppe.o di educazione.

• Suore della Carità (Divina Provvidenza) Di Baldegg. L'Istituto venne fondato nel 1830 e si stabilì nell'antico castello di Baldegg, dove presto fu aperta una scuola per l'educazione delle ragazze della regione. Le suore insegnanti dirigono inoltre molte scuole comunali e le sue infermiere lavorano negli ospedali. Dirigono anche Asili infantili, Orfanatrofi, Ricoveri per vecchi e invalidi. Faido, Ospedale ricovero distrettuale leventinese. Lugano, Protezione della giovane.

• Suore infermiere dell'Addolorata di Como. Il pio Istituto delle suore dette Infermiere dell'Addolorata di Como ebbe origine nel 1850 per opera di Giovanna Franchi. Le suore oltre il fine generale della propria santificazione si propongono lo scopo speciale della cura degli infermi principalmente i più poveri, sia negli ospedali, sia nelle case private, come anche di assistere i poveri vecchi negli asili. Lugano, Clinica Moncucco. Lugano, Ricovero dei ciechi Ricordone.

• Suore insegnanti della Santa Croce di Menzingen. Fondate da Padre Teodosio Florentini, che voleva preparare maestre per le scuole femminili della Svizzera. Prima professione religiosa nel 1844 ad Altdorf. In Ticino diressero molti istituti di educazione, in particolare: Istituto S. Anna, Lugano, 1881; Istituto S. Giuseppe, Biasca; Istituto S. Maria, Bellinzona, 1884; molte suore erano anche addette alle Case dei Bambini e alle scuole primarie del Cantone. Nel campo caritativo assistenziale erano invece attive nelle istituzioni seguenti: Orfanotrofio femm. Vanoni, Lugano, 1880. Orfanotrofio Von Mentlen, Bellinzona, 1911. Acquarossa, Ospedale Ricovero bleniese, 1909. Bosco V.M., "Casa estiva Pometta" per bambini gracili, 1916. Castelrotto, Ospedale Ricovero Malcantonese (fondazione Rossi), 1928. Cevio, Ospedale Ricovero S.Croce, 1916 e segg. Faido, Ospedale Ricovero S. Croce (1917). Medoscio, Sanatorio dei bambini. Piotta, Sanatorio Cantonale (subentrano nel 1926 alle Infermiere laiche di Friborgo, e vi restano sino al 1941, quando sono sostituite dalle Suore di S. Anna di Lucerna). Sonvico, Opera Charitas e Villa Riposo, 1930. Stabio, Ricovero S. Filomena, 1925.

• Suore Misericordine di San Gerardo di Monza. Fondate da Mons. Dott. Luigi Talamoni di Monza. Si dedicano all'assistenza a domicilio dei poveri infermi. Prestano la loro assistenza nei comuni di Balerna, Biasca, Giubiasco, Locarno, Lugano. Sono presenti anche nel Dispensario antitubercolare e alla Croce Verde di Lugano.

• Suore della Sacra Famiglia di Castelletto. Appartengono al Terz'Ordine francescano. Congregazione fondata nel 1892 da mons. G. Nascimbeni, parroco di Castelletto di Brenzone sul Garda. Loco, Ricovero S. Famiglia. Morcote, Ricovero Caccia Rusca.

• Suore di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, Torino (Vincenzine del B. Cottolengo o della Piccola Casa della Divina Provvidenza). La Piccola Casa venne fondata nel 1827 dal Cottolengo. Bellinzona, Ospedale San Giovanni, fino al 1920. Nel 1920 l'Amministrazione dell'Ospedale per ragioni di opportunità decise di rimandarle. Vennero sostituite con le Figlie della Carità. Locarno, Ospedale della Carità, dal 1871. Prima fondazione delle Suore in Ticino e fuori dall'Italia. Lugano, Opera Maghetti, dal 29 settembre 1903. Lugano, Penitenziario cantonale. Viganello, Ospedale Italiano. Dalla fondazione (1902) fu affidato per qualche tempo alle Suore del Cottolengo. Vi rimasero solo tre anni.

• Suore di S. Croce in Cham. Opera della protezione della giovane a Locarno. Clinica privata Dr. De Maria di Lugano.

• Suore di Sant'Anna di Lucerna. A Bellinzona dal 1930 espletano un servizio, forse di cura a domicilio (o forse di assistenza secondo i loro statuti). Per questo servizio sembra si appoggino alla Conferenza di S. Vincenzo di Bellinzona, che ha provveduto all'acquisto della loro casa. Clinica privata di S. Rocco di Lugano. Sanatorio dei bambini, Medoscio. Sanatorio Cantonale, Piotta: subentrano nel 1942 alle Suore di Sta. Croce di Menzingen.

• Suore Teodosiane (Infermiere) di S. Croce di Ingenbohl. Le suore infermiere di Sta. Croce furono fondate da p. Teodosio Florentini. Furono introdotte in Ticino da Mons. Lachat, che affidò loro l'asilo da lui fondato sotto il titolo di S. Eugenio. Bellinzona, servizio infermiere a domicilio. Per questo servizio, che dovrebbe funzionare dal 1902, sembra si appoggino alla Conferenza di S.Vincenzo di Bellinzona. Gerra Gambarogno, Ricovero. Gordola, Ricovero di vecchi. Prestano la loro opera dal 1925, nel primo ricovero provvisorio, Al 1959, quando sono sostituite da un altro ordine. Locarno, Collegio S. Eugenio e istituto sordomuti, 1885 e 1890. Locarno, ricovero. Mendrisio, Manicomio cantonale, servizio di cucina. Molte suore teodosiane sono inoltre addette alle case dei bambini e alle scuole primarie.


2.3.2. Ordini maschili

• Fratelli francescani terziari del Borghetto in Lugano. Citati da Codaghengo, il quale specifica "che prestano pure le loro cure a domicilio come infermieri".

• Frati francescani della pensione S. Raffaele Edelweiss. Vennero in Ticino dalla Germania nel 1902 per intraprendere la cura degli ammalati a domicilio. Mancando il permesso dell'autorità civile, aprirono una pensione per ecclesiastici della loro nazione. Prestano anche servizio nel Seminario Diocesano.

• Padri Cappuccini di Lugano, Locarno, Bigorio, Faido. Dediti ad attività caritative nello spirito dell'Ordine.

• Servi della Carità (opera Don Guanella) Aprono e dirigono l'Istituto S. Pietro Canisio di Riva S. Vitale per "discoli". Sono pure presenti nell'Istituto S. Maria di Pollegio.

3. Alcuni ambiti di intervento

3.1. Attività caritativa durante la prima guerra mondiale

Per la Chiesa, la prima guerra mondiale fu un occasione per rilanciare l'attività assistenziale. L'impulso venne direttamente dalla S. Sede, che impostò i suoi interventi in modo da riaffermare il carattere universale della propria missione, che non conosceva barriere di nazionalità o d identità religiosa (34). Accanto ad un sostegno per quanto possibile diretto alle popolazioni, la Santa Sede di occupò in special modo dell'assistenza ai prigionieri di guerra e della ricerca dei dispersi. In questa azione anche la Svizzera ebbe un ruolo (35).

Anche in Ticino la prima guerra mondiale fu un'occasione per affermare da parte della chiesa un proprio ruolo attivo nel campo assistenziale e ciò in un modo assai particolare. Infatti per la prima volta l'autorità vescovile entrò in campo direttamente per promuovere iniziative di una certa portata. In ciò è da vedere non solo l'impegno personale del vescovo di allora mons. Aurelio Bacciarini, ma anche la volontà di riaffermare il primato morale e spirituale dell'autorità religiosa dopo che una lunga crisi diocesana, che aveva contrapposto ambienti politici e religiosi cantonale al vescovo Alfredo Peri Morosini, e che aveva gravemente compromessa l'immagine dell'autorità vescovile e dei cattolici tutti (36).

L'iniziativa più originale venne presa da mons. Bacciarini che, ricordiamo, era stato superiore della congregazione dei Servi della Carità, nell'aprile 1917, poco dopo la sua entrata in diocesi. Con lettera del 17 aprile inviata al Clero (37), il vescovo propose per venire incontro alle difficoltà materiali delle classi sociali più povere la messa in atto di una sorta di "Piano Wahlen" ante litteram. I parroci, di concerto con le autorità, avrebbero dovuto creare nelle singole parrocchie dei comitati allo scopo di organizzare la coltivazione di terreni non sfruttati, così da ricavare un raccolto da destinare alla popolazione meno favorita.

A questo progetto, in cui forse si possono identificare reminiscenze di precedenti esperienze guanelliane, Bacciarini offrì il conforto di un appoggio diretto. Non sappiamo quale seguito pratico ebbe l'azione del vescovo. Sappiamo d'altra parte che nel periodo della prima guerra mondiale in molte parrocchie il clero prestò la propria opera a sostegno dell'economia di guerra, con esiti invero non sempre felici dato il delicato ruolo che il parroco veniva ad assumere nella gestione e distribuzione dei beni razionati.

Nell'anno successivo il Ticino fu colpito, come il resto dell'Europa, dalla micidiale epidemia di grippe. Fu l'occasione per Bacciarini per varare un'altra iniziativa, in grande stile, destinata a soccorrere le persone colpite dalla malattia. Dopo essersi già chinato su questo drammatico problema in una serie di lettere inviate al clero, con lettera pastorale datata 29 ottobre 1918 il vescovo annunciava di aver costituito in diocesi una "Associazione di carità" con lo scopo di dare un'organizzazione ordinata ed un indirizzo al volontariato cattolico che si dedicava ad assistere i malati (38). L'associazione era stata posta sotto la presidenza del vescovo stesso. Era organizzata in gruppi parrocchiali composti, secondo le intenzioni, soprattutto da membri delle associazioni cattoliche e posti alle dirette dipendenze dei parroci locali. I volontari prestavano gratuitamente la loro opera di assistenza a beneficio soprattutto delle autorità politiche e sanitarie locali. Potevano però essere chiamati direttamente dal vescovo per essere impiegati in progetti o azioni di più ampia portata. Contemporaneamente il vescovo mise a disposizione delle autorità civili alcune strutture di sua proprietà, come risulta dalla seguente lettera che scrisse al governo cantonale (39):

(...) ho coadiuvate le Autorità sanitarie nel miglior modo; ho concesso il seminario come infermeria militare; ho mandato personale di assistenza nei lazzaretti e nei comuni, anche con mio grave dispendio; ho concesso, con sacrificio rilevante, l'Istituto Riziero Rezzonico al Municipio di Lugano per il Lazzaretto cittadino fornendo al medesimo i letti del seminario; ho offerto al Municipio di Balerna la Villa vescovile come lazzaretto con personale di assistenza; ho sollecitato i parroci perché nulla tralasciassero per l'assistenza degli infermi per la igiene di tutti e attualmente sto organizzando una Associazione diocesana per la assistenza agli infermi, che è il più arduo problema.

Secondo le affermazioni di don Cattori, l'iniziativa dell'Associazione di carità ebbe un buon successo.


3.2. Assistenza sanitaria e assistenza in favore degli anziani

Il campo dell'assistenza sanitaria e dell'assistenza in favore degli anziani è quello dove in Ticino la carità cattolica, a partire dal nostro secolo si è espressa con i risultati più evidenti.

Al termine del XIX secolo in Ticino esistevano cinque case di cura, e inoltre un manicomio sorto proprio negli ultimi anni del secolo. Gli annosi dibatti svoltisi nel cantone attorno alla la creazione di altri istituti specializzati non avevano sortito alcun effetto. Per quanto riguarda le case di cura, tranne l'ospedale di Mendrisio che era sorto ex novo nel 1860, si trattava di strutture che affondavano le loro radici nei secoli passati, e più che case della salute erano ricoveri di mendicità che in qualche misura fornivano prestazioni sanitarie (40). Per queste ragioni ma anche per una tradizione inveterata farsi curare in un ospedale era considerato sconveniente, ed al ricovero generalmente facevano capo unicamente persone sprovviste di mezzi finanziari. La situazione mutò poco dopo il volgere del secolo. I progressi della medicina accelerarono, e giunsero in Ticino grazie a nuove generazioni di medici, come i fratelli Vittorino e Alfredo Vella, che per applicare le nuove tecniche mediche e chirurgiche appena apprese richiesero attrezzature e ambienti adatti. Le nuove realizzazioni, come l'Ospedale civico di Lugano, inaugurato nel 1909, seguirono ormai criteri modernissimi per l'epoca, e i progressi compiuti portarono in pochi anni a rivalutare l'immagine delle cure ospedaliere ed ad abbandonare quelle domiciliari, anche perché le nuove tecniche chirurgiche e la generalizzazione dell'asepsi non ammettevano più interventi a domicilio. In pochi anni una nuova coscienza medica si fece strada in tutto il territorio (41) costringendo anche gli istituti più restii generalmente per ragioni finanziare ad un adeguamento delle prestazioni mediche fornite (42). In questo panorama, non particolarmente avanzato ma in piena evoluzione, le iniziative caritative cattoliche, soprattutto quelle promosse da congregazioni religiose, trovano molti spazi d'azione e vi si inseriscono prepotentemente e in maniera quasi esplosiva. I principali campi che la carità cattolica trovò liberi, oltre a quello degli istituti specializzati che esamineremo in un capitolo successivo, furono quelli dell'assistenza sanitaria nelle regioni periferiche e dell'assistenza alle persone anziane, due esigenze che vennero quasi sempre risolte con la creazione di strutture uniche (43). La mancanza fino allora di queste strutture, soprattutto quelle per anziani, oltre che all'arretratezza dell'impianto assistenziale nel cantone si ricollega forse ad un ritardo dovuto al concetto di una certa beneficenza laica tenacemente contraria alla costruzioni di istituti di ricovero, per privilegiare ma purtroppo solo sul piano teorico l'assistenza presso famiglie private.

Le iniziative assistenziali cattoliche, iniziative di cui forniremo l'elenco più sotto (44), ebbero sostanzialmente uno sviluppo simile tra di loro: nacquero in genere modestamente per la tenace iniziativa di qualche sacerdote o la volontà testamentaria di qualche fedele, iniziarono la loro attività spesso in condizioni di spazi e di mobilio precarie ma quasi subito il loro successo le costrinse ad ampliare ripetutamente le loro sedi, e a modernizzare le loro attrezzature.

Se il successo degli istituti ospedalieri locali, nel momento in cui aumentava la richiesta di assistenza medica anche nelle regioni più discoste, è facilmente intuibile e quindi non richiede che ci si dilunghi ulteriormente, occorre forse spendere due parole sul problema dell'assistenza agli anziani (45). A partire dall'inizio del XX e almeno sino alla seconda guerra mondiale il problema degli anziani in Ticino appare, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la maggiore sfida posta all'assistenza pubblica. Le cause dell'emergenza di questo fenomeno sono molteplici. Ad esso contribuì in primo luogo l'abbandono delle regioni periferiche da parte delle generazioni più giovani partite verso i paesi di emigrazione o verso le regioni urbane. Inoltre il carattere dell'economia agricola locale nella maggior parte dei casi non permetteva di accantonare risparmi per la vecchiaia. A ciò va aggiunto il fatto che l'arretratezza dell'agricoltura rendeva molto gravoso all'anziano di sopravvivere ancora con il proprio lavoro. Cadute le vecchie solidarietà, esse non vennero del resto sostituite da una legislazione sociale che restava carente. Anzi, essa in un certo senso peggiorò perché proprio le condizioni finanziarie dei comuni periferici, a causa della diminuzione della popolazione attiva, degradarono ulteriormente (46). Da qui la nascita di un'infinità di casi sociali colpiti da problemi di alimentazione, di combustibile, di igiene che all'epoca impressionarono particolarmente tutte le persone sensibili alle necessità dell'assistenza pubblica. L'istituzione di ricoveri promossi da privati venne quindi considerata una soluzione adeguata, almeno per risolvere i casi più gravi. Occorre d'altra parte aggiungere che l'estensione dell'istituto del ricovero non fu accettata da tutti, e in primo luogo dai ricoverati stessi. L'allontanamento dall'ambiente familiare e la costrizione di vivere in ambienti promiscui, sottoposti a una vita regolamentata, suscitarono molte resistenze. In questo senso la moltiplicazioni dei ricoveri nelle zone periferiche, vicino agli ambienti di provenienza degli anziani, fu all'epoca considerata preferibile rispetto a progetti più centralizzati. Ma anche sul piano teorico accanto ai sostenitori dell'assistenza a domicilio vi fu chi vedeva nel ricovero una minaccia al senso di famiglia e all'aiuto reciproco. Resta il fatto che in mancanza di altre forme di assistenza, mancanza dovuta anche alle difficoltà oggettive che all'epoca si presentavano per un intervento sul territorio, di fronte ad una vita di stenti il ricovero permetteva almeno agli anziani di godere di una vita ed una alimentazione regolare, nonché di una certa assistenza medica (47).

• Acquarossa (Corzoneso), Ospedale Ricovero Bleniese di S. Maria Ausiliatrice. È il primo ricovero ospedale aperto in Ticino, secondo una formula che sarà adottata in altre regioni del cantone. È anche la prima istituzione ospedaliera aperta fuori dalle zone urbane. È quindi in qualche sorta un precursore di due tendenze che si affermeranno nettamente negli anni successivi. La storia della sua fondazione, assai complessa, è anche paradigmatica delle vie poco lineari che portarono alla creazione di numerosi istituti cattolici in Ticino, e per questo ci soffermeremo su di esso con qualche dettaglio (48). L'ospedale ricovero ebbe origine da due iniziative assai diverse. La prima riguarda gli edifici che accolsero l'ospedale. Don Antonio Del Siro, deciso dopo 35 anni di ministero a ritirarsi a vita privata, nel 1881 anche a seguito di un voto iniziò la costruzione a Corzoneso di un oratorio con annesso una piccolo eremo, dove si ritirò. Successivamente nell'eremo si ritirò un altro sacerdote, don Baldassare Toschini. Accanto a queste costruzioni, il vicario foraneo di Blenio don G. Battista Martinoli aveva fatto costruire un secondo edificio destinato nelle sue intenzioni come luogo dove passare la propria quiescenza. Venuto però a mancare, il fabbricato era stato ceduto all'Unione Apostolica del Clero Bleniese. La seconda iniziativa riguarda la vera e propria fondazione dell'ospedale. Nel 1907, durante la riunione annuale del consiglio direttivo della sezione bleniese della Società di Pio IX, il parroco di Corzoneso don Emilio Bontadina, attento ai problemi posti dall'assistenza propose la creazione di un istituto ospedaliero in Val di Blenio. Malgrado la proposta fosse accolta, difficoltà pratiche ne impedirono la realizzazione immediata. Don Bontadina si rivolse allora a don Luigi Guanella proponendogli di installare un ospizio ricovero negli stabili che erano già serviti da eremo a Corzoneso. Don Guanella acconsentì, ma ulteriori difficoltà lo costrinsero a rinunciare al progetto. Nel 1908 don Bontadina approfittò della presenza in villeggiatura a Corzoneso delle Suore della congregazione di Menzingen dell'Istituto S. Maria di Bellinzona per sottoporre loro il progetto già proposto a don Guanella. Le suore si dichiararono disposte ad assumere l'impegno. Ottenuto il consenso da parte della Madre Generale, il 19 dicembre 1909 l'istituto poté finalmente essere inaugurato. Contava 16 letti (49), aveva indirizzo cattolico dichiarato ma era aperto a tutti senza distinzione, e aveva una gestione autonoma, staccata dall'Unione Apostolica del Clero. Era destinato a svolgere le funzioni di ospedale e di ricovero sia per laici che per sacerdoti soprattutto provenienti dai ceti poveri. La struttura assistenziale, assai semplice, quasi primitiva, ebbe un immediato riscontro. Nel 1910 si estese in un edificio attiguo, ma le domande di ricovero eccedevano ancora il numero di posti disponibili. Nel 1913 quindi, malgrado in notevole impegno finanziario, si procedette ad un ampliamento e i posti letto vennero portati a 35, numero ritenuto assai rilevante. Dopo due anni essi si rivelano però ancora insufficienti, e si dovette occupare in modo precario un altro edificio attiguo e nei casi d'urgenza si dovettero pure utilizzare i letti destinati alle suore. Nel 1921 il ricovero ospedale contava 15 infermi e 27 ricoverati. Negli anni 1922 23, e poi ancora nel 1925 si procedette ad ulteriori ampliamenti. Nel 1931 vi sono impiegate 8 suore. Constatata ancora l'insufficienza di posti disponibili, negli anni 1934 36 si procedette alla costruzione di una nuova ala aumentata a sua volta nel 1942 di un ulteriore piano destinato al nuovo reparto maternità. Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria, nei primi anni l'ospedale offriva un servizio di poco superiore a quello di un medico condotto. Grazie agli ampliamenti del 1922 che l'istituto assunse anche un indirizzo medico ospedaliero più pronunciato, che si affermò definitivamente con le ristrutturazioni degli anni 1934 36.

• Bellinzona, Pio ricovero per gli inabili al lavoro Fondazione Paganini Rè. Il ricovero Paganini Rè di Bellinzona venne creato per volontà di Flora Rè, vedova del Colonnello Severino Paganini (50). Seguendo anche la volontà del suo defunto marito, con testamento del 31 dicembre 1918 essa destinò tutti gli stabili di sua proprietà e la maggior parte del suo patrimonio a beneficio di una fondazione avente lo scopo di creare un istituto a favore delle persone anziane inabili al lavoro e necessitanti di assistenza, purché domiciliate a Bellinzona da almeno cinque anni. Per volontà della testatrice la fondazione doveva essere posta sotto il controllo dell'Amministrazione Apostolica Ticinese, e la direzione affidata ad un ordine di suore. Flora Paganini Rè morì il 28 aprile 1919. L'Ordinario diocesano procedette subito all'esecuzione delle disposizioni testamentarie nominando una Commissione di amministrazione della Fondazione che gettò le basi per la creazione del ricovero. Poiché lo stabile lasciato a tale scopo dalla fondatrice non si prestava allo scopo, la Commissione acquistò l'antico convento di Santa Maria, già appartenuto ai Padri Minori Osservanti ma che allora si trovava in mani private ristrutturandolo grazie anche al contributo della carità privata. Alla direzione del ricovero vennero chiamate le Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che presero possesso dell'edificio nell'aprile del 1921. Il ricovero entrò in funzione nel corso dell'estate successiva. Venne diviso in due sezioni separate, maschile e femminile. Nel 1931 vi erano addette 5 suore e dava ospitalità ad una sessantina di ricoverati, numero inferiore alle effettive richieste di accoglienza. Le suore guanelliane rimasero al ricovero Paganini Rè sino al 1964, quando partirono e furono sostituite dalle Suore Poverelle del Sacerdote Palazzolo di Bergamo.

• Bombinasco, Praeventorium. Il Praeventorium di Bombinasco (frazione di Curio), tipica istituzione anche nel nome del periodo tra le due guerre mondiali, non era una istituzione diocesana, ma era una filiale dell'Opera serafica di Soletta. Aperto nel 1930 accoglieva bambini gracili di Soletta, Argovia e Berna. L'assistenza era fornita dalle Serve della Carità (51).

• Capolago, Asilo Luigi Rossi. Il ricovero di Capolago ebbe origine da una donazione effettuata dal Franceschina Maderni vedova Rossi, madre del Consiglie re di Stato Luigi Rossi che, come noto cade vittima della Rivoluzione del 1890. Franceschina Maderni infatti aveva lasciato una sua proprietà situata a Capolago a don Luigi Guanella il quale vi aprì un ricovero per donne anziane con annesso un giardino d'infanzia (52). L'assistenza fu assunta dalle Figlie di Santa Maria della Provvidenza.

• Castelrotto, Ospedale Ricovero Malcantonese. Sorse a seguito di un lascito testamentario di Giuseppe Rossi di Castelrotto, morto il 16 gennaio 1927 (53). Egli destinò parte dei suoi beni alla creazione di una fondazione avente lo scopo di creare un ospedale destinato agli ammalati dei circoli di Sessa, Magliasina e Breno., fondazione posta sotto il controllo del vescovo di Lugano. L'istituto entrò in funzione nel novembre 1928, accogliendo in un unico edificio sia ammalati che anziani ricoverati. In un secondo tempo in un edificio apposito venne creato un ricovero, basato su un'altra fondazione. Per volontà del testatore la direzione e l'assistenza vennero affidate alle Suore Insegnati di Santa Croce di Menzingen. Nel 1931 risultavano presenti 6 suore, che successiva mente aumentarono di numero.

• Castel S. Pietro, Ricovero Don Guanella. Il ricovero femminile di Castel S. Pietro venne aperto nel 1915 (54) dalle Figlie di S. Maria della Provvidenza di Como. Esso successivamente accolse anche un salone destinato ad Esercizi Spirituali e a riunioni dell'Azione cattolica. Nel 1931 nel ricovero erano impiegate 4 suore.

• Claro, Casa dell'Associazione femminile di assistenza popolare. Secondo un accenno fatto da Mons. Cattori (55), la Casa delle Orsoline al secolo di Claro, aperta nel 1913, funzionò anche come ricovero per anziani.

• Faido, Ospedale Ricovero S. Croce. L'ospedale ricovero venne fondato nel 1917 per iniziativa del clero leventinese. Fu la prima iniziativa benefica appoggiata dal vescovo Bacciarini. La gestione venne affidata alle Suore Insegnati di Santa. Croce di Menzingen. Nel 1931 contava 8 suore. L'iniziativa dell'ospedale S. Croce fin dalla fondazione entrò in concorrenza con un'iniziativa analoga che era stata promossa da enti locali leventinesi. Malgrado tentativi di concilia zione tra le parti per giungere alla costituzione di un istituto unico, tentativi in cui partecipò anche la Curia vescovile in qualità di mediatrice, una composizione non fu possibile e quindi a Faido sorsero due istituti analoghi uno accanto all'altro (56). Fu uno dei pochi casi per l'epoca di un netto conflitto tra un'iniziativa cattolica ed una laica (57).

• Gerra Gambarogno, Ricovero Cinque Fonti. Il ricovero sorse nel 1933 per iniziativa di don Marcellino Sciaroni. Era assistito dalle Suore infermiere di Santa Croce di Ingenbohl.

• Gordola, Ricovero Solarium della Valle Verzasca. Il ricovero di Gordola è una di quelle notevoli realizzazioni dovute alla volontà ed alla tenacia di un sacerdote (58). Promotore dell'iniziativa fu il parroco di Gordola don Giovanni Guggia (59) che aveva tratto il primo stimolo dalle esperienze vissute in parrocchia durante la grippe del 1918. Qualche anno dopo, attorno al 1925, impressionato dalle precarie condizioni in cui continuava a trovarsi la vecchiaia della regione, don Guggia prese l'iniziativa di realizzare un ricovero che permettesse di assistere i vecchi più sfavoriti. Appellandosi alla carità privata don Guggia poté aprire in una casa privata un piccolo ricovero provvisorio che venne affidato alle Suore di Santa Croce di Ingenbohl. Contemporaneamente si dette da fare per la costruzione di un vero ricovero. In meno di due anni, grazie anche all'apporto finanziario dell'emigrazione verzaschese, il ricovero venne costruito. L'inaugurazione avvenne il 17 ottobre 1926. Per volontà del fondatore, pur avendo una connotazione religiosa e assistenza ecclesiastica, il ricovero fu aperto a tutti. Nel 1931 esso ospitava 34 anziani, e quattro suore vi prestavano servizio. Le crescenti richieste di ricovero portarono negli anni 1934 1936 alla costruzione di una nuova ala con la struttura a "Solarium". Parallelamente la casa allargò la propria offerta di ricovero ed assistenza medica anche a persone di ogni età. Le suore di Ingenbohl, che dal ricovero provvisorio erano passate al nuovo istituto, prestarono assistenza fino al 1959, quando furono sostituite dalle Piccole Figlie dei SS. Cuori di Parma.
• Intragna, Ospedale Ricovero S. Donato. A Intragna, in una regione dove il problema dell'assistenza agli anziani era particolarmente grave, Donato Cavalli il 28 agosto 1924 con lascito testamentario legava alcuni stabili di sua proprietà ed una sostanza allo scopo di creare un ricovero per gli anziani bisognosi della regione (60). Per volontà del testatore l'opera avrebbe dovuto essere posta sotto il patronato del vescovo di Lugano. Il testatore venne a mancare il 2 gennaio 1929. Otto mesi dopo, sotto l'impulso di don Stefano Calzascia, dopo lavori di sistemazione degli stabili il ricovero che comprendeva anche alcune strutture sanitarie venne inaugurato. Negli stessi stabili venne pure aperto un asilo infantile. L'assistenza venne assunta dalle Suore Insegnati di Santa Croce di Menzingen, che nel 1931 erano presenti con 3 suore.

• Locarno, Clinica di S. Chiara. Le Suore di S. Chiara aprirono la clinica omonima a Locarno durante l'episcopato di Mons. Bacciarini (61).

• Loco, Ricovero Sacra Famiglia. Il ricovero di Loco venne fondato nel 1929 su iniziativa di don Cesare Nottaris. L'assistenza venne affidata alle Suore della S. Famiglia di Castelletto. Nel 1931 contava 3 suore e 9 posti occupati.

• Lugano, Clinica luganese di Moncucco. La Clinica di Moncucco venne aperta nel 1900 dalle Suore Infermiere dell'Addolorata di Como. Le notizie sulla sua fondazione sono in parte contraddittorie. Secondo una fonte (62), nel 1899 una delegazione di signore e signori di Lugano si recò a trattare con la Superiora delle suore dell'Addolorata, poiché si desiderava aprire in città una clinica per malati benestanti: "Sentitissimo era il bisogno d'una Casa per malati benestanti, che malvolentieri si recavano all'ospedale, e per vecchie Signore desiderose di passare in serenità gli ultimi anni della loro vita; come pure di Suore infermiere disposte a prestare la loro opera a domicilio" (63). Secondo mons. Giuseppe Antognini invece (64) l'iniziativa fu promossa nei primi mesi del 1900 dal vescovo Vincenzo Molo, il quale "avendo constatato il bisogno di avere in Lugano una casa ospitaliera privata, diretta da religiose, le quali si prestassero anche per l'assistenza degli infermi a domicilio, specie se poveri, e non potendo, per mancanza di personale, combinare la cosa con alcune Congregazioni svizzere" si rivolse alle suore di Como. Esaurite le pratiche preliminari, il vescovo incaricò una delegazione di laici di trattare diretta mente con le suore (65). Quale sede della clinica Mons. Molo aveva prescelto una proprietà privata situata sulla collina di Moncucco, acquistata a prezzo vantaggioso. Dopo trattative non facili, le suore acconsentirono ad aprire la clinica, e il 25 giugno 1900 3 suore entrarono nell'edificio riadattato ed ampliato. Originariamente istituzione assai modesta, già nel 1901 si procedette ad ampliamenti, inaugurati l'anno successivo. Difficoltà di ordine giuridico minacciarono in seguito l'esistenza della clinica. Nel 1906 infatti un decreto della confederazione, basato sul divieto di stabilimento in Svizzera di nuove congregazione a norma della legge del 1872, intimò alle suore di abbandonare la Svizzera entro un mese. L'ostacolo fu risolto trasferendo la proprietà della clinica dalle suore ad una Società anonima creata appositamente con il nome Clinica Luganese S.A, formata in gran parte da signori luganesi. Artefice dell'operazione fu Mons. Giuseppe Antognini. Successivamente la clinica, in cui operavano i migliori chirurghi del Ticino quali i fratelli Vella, incontrò uno sviluppo notevole. Negli anni 1920 21 si procedette a nuovi ampliamenti. Nel 1922 contava 22 suore. Nel 1925 la clinica, dal primo nucleo di 10 letti, era ormai passata a 60 camere con 70 letti. Nel 1928 si aggiunse una nuova ala, e un ulteriore prolungamento nel 1942 per avere nuove sale operatorie.

• Lugano, Luogo Pio Riziero Rezzonico. Il ricovero Riziero Rezzonico è considerato il primo ricovero del Canton Ticino esclusivamente riservato agli anziani (66). Fu dovuto alla volontà di Giovanni Riziero Rezzonico, cittadino luganese, il quale con testamento del 7 febbraio 1887 lasciò parte della sua sostanza affinché venisse creato a Lugano un ospizio per vecchi poveri sul modello del Pio Istituto Trivulzio di Milano (67). Per volontà del testatore nel Consiglio di amministrazione doveva essere accolto o l'Arciprete di Lugano, o il Vicario apostolico del Ticino. Il legatario, avv. Massimiliano Magatti, con proprio testamento trasferì successivamente i propri diritti al vescovo Mons. Molo, il quale il 27 novembre 1897 diede compimento all'opera con la costituzione del Consiglio di amministrazione. Nel frattempo, per opera del Magatti, era stato compiuto l'edificio del ricovero, che poté essere aperto nel 1897 (68). Poiché il Magatti conosceva la congregazione delle Figlie della Carità, fu ad esse che venne affidata l'assistenza dell'istituto. Nel 1920 fu aperto in una stanza del ricovero un piccolo Asilo custodia, e annesso a lui, un piccolo Oratorio domenicale. Nel 1931 contava 3 suore e 18 posti occupati.

• Maggia, Ricovero Ospedale. Nel 1915 don Luigi Guanella accettava in via di principio l'offerta fatta dal Comune e dalla Parrocchia di Maggia di rilevare ed utilizzare l'antico Beneficio Martinelli (1695) per aprire in paese un ricovero (69). Fu l'ultima opera posta in atto da don Guanella, che morì poco dopo. La conclusione delle pratiche e la creazione dell'opera vennero condotte dal suo successore alla guida della congregazione dei Servi della Carità, don Aurelio Bacciarini, il futuro vescovo di Lugano. Il legato venne ufficialmente accettato il 1 dicembre 1915 e già pochi mesi dopo, il 7 maggio 1916, il ricovero venne aperto nella sede provvisoria nella casa del legato Martinelli. Contemporaneamente si iniziò la costruzione di un nuovo grande ospizio, che venne inaugurato il 5 maggio 1920. Nel 1940 gli venne riconosciuta dall'autorità cantonale la qualifica di ospedale. L'assistenza era stata assunta dalle suore Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che diressero anche l'asilo S. Filomena. Nel 1931 erano presenti 10 suore.

• Morbio Inferiore, Ricovero S. Rocco. Il ricovero ebbe la sua origine nella volontà emersa nell'ambito parrocchiale di insediare in una casa disabitata del paese, già appartenuta all'ing. Giovanni Catenazzi, un istituto di carità (70). L'impulso decisivo venne però da una suora che, proveniente dall'Umbria, era giunta a Morbio per questuare. Venuta a conoscenza della villa disabitata, pensò dapprima di insediarvi un monastero dedito alla lavorazione della lana e in seguito, caduta la primitiva idea, un ricovero femminile. La suora dovette però abbandonare l'impresa per le difficoltà poste dal proprio ordine religioso. L'idea però non venne lasciata cadere, e dopo molte trattative con diverse Congregazioni, le Suore della Sacra Famiglia di Castelletto (lago di Garda) accettarono di prende a carico il futuro ricovero destinato "a favore delle povere donne vecchie ed inferme". La fondazione relativa venne creata nel mese di ottobre 1935: si procedette immediatamente all'acquisto dell'edificio e all'apertura del ricovero senza particolari cerimonie. Nel 1936 l'edificio del ricovero venne interamente ristrutturato. Nel 1937 il ricovero, che aveva posto per 20 persone, era assistito da 4 suore.

• Sonvico, Opera Charitas e Villa Riposo. L'ospedale ed il ricovero di Sonvico ebbero origine da un'iniziativa del dinamico parroco don Giovanni Rovelli il quale il 27 dicembre 1929 creò una fondazione apposita con l'approvazione dell'Ordinario diocesano (71). L'idea iniziale di don Rovelli era quella di aprire un ricovero per gli anziani e per gli invalidi della regione, ma l'opera si configurò quasi subito come ospedale ricovero. La prima pietra dell'edificio venne posta il 25 maggio 1930, e lo stesso fu inaugurato il 31 maggio 1931. La direzione venne affidata alle Suore insegnanti della Santa Croce di Menzingen, che erano già giunte a Sonvico durante i lavori di costruzione. Successivamente il carattere sanitario dell'Istituto venne ulteriormente sviluppato. Il 7 luglio 1934 gli scopi della fondazione venivano mutati, comprendendo l'esercizio di un ospedale, di un ricovero e di un preventorio per la lotta antitubercolare. L'istituto conobbe ampliamenti nel 1938 e negli anni 1946 47. Con l'ampliamento delle strutture sanitarie, l'Opera Charitas perse in parte il carattere regionale, per assumere quello di casa di cura generale grazie anche all'accordo con casse malattie d'oltralpe. Ebbe modo di accogliere "personalità illustri" principalmente nel campo ecclesiastico, soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale. In anni più recenti accolse anche con il nome di casa Pro Infanzia un nido d'infanzia con annessa una scuola ortottica per fanciulli ed adulti, scuola successivamente trasferita a Sorengo negli stabili dell'OTAF.

• Sorengo, Clinica di S. Anna. La Clinica appartiene alla Società delle Suore infermiere di Sant'Anna di Lucerna. Venne aperta nel 1933 (72) con l'incoraggia mento del vescovo Bacciarini.

• Stabio, Ricovero Santa Filomena. Il Ricovero di Stabio sorse nel 1925 per iniziativa privata di Pietro Realini, Cavaliere Pontificio, interessante e discussa figura di notabile e industriale locale. Il ricovero era considerato opera cattolica. Nel 1931 era assistito da 3 suore appartenenti alla congregazione di Santa Croce di Menzingen e dava ospitalità a 18 ricoverati.

• Tesserete. Ricovero Ospedale S. Giuseppe. Nel 1934 la fondazione per il ricovero distrettuale di Tesserete era fallita (73). Il prevosto di Tesserete don Modini e il canonico Quadri intervennero presso il vescovo diocesano mons. Bacciarini affinché si interessasse della cosa (74). Mons. Bacciarini pregò le Figlie di S. Maria della Provvidenza di rilevare l'istituto, e le suore accettarono. Il vescovo acquistò a loro nome lo stabile (75), e le suore lo riaprirono nello stesso anno sotto forma di ricovero ospedale impiegandovi 5 sorelle. Nell'Ospedale aprirono pure un reparto di maternità a favore specialmente delle madri povere.


3.3. Istituti assistenziali per la gioventù

Sotto il titolo un po' forzato di "Istituti assistenziali per la gioventù" abbiamo riunito alcune istituzioni, diverse da quelle di tipo sanitario assistenziale (76), che hanno in comune tra loro due aspetti: il primo è quello di essere destinate sotto forme diverse alla gioventù; il secondo è quello di sopperire nella maggior parte dei casi a carenze dell'assistenza pubblica. Istituti quali quello dei sordomuti di Locarno, o quello per "discoli" di Riva San Vitale, per non fare che due esempi, si inserivano in uno spazio che malgrado anni di dibattiti le autorità non erano state in grado di colmare.


3.3.1. Culle e orfanatrofi

• Bellinzona, Culla S. Marco. L'istituzione ebbe come origine l'opera intrapresa dalla Superiora dell'Ospedale S. Giovanni di Bellinzona suor Invernizzi, che fino dal 1923 aveva iniziato in forma privata un Nido d'Infanzia destinato ad accogliere i bambini nati presso l'ospedale da madri ammalate o nubili (77). Per dare una base più solida all'iniziativa la suora ottenne l'intervento a titolo caritativo dei coniugi Bonzanigo i quali dapprima sussidiarono l'iniziativa, e successivamente la dotarono nel 1928 di sede propria, sempre assistita dalle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Nel 1932 la culla si staccò giuridicamente dall'Ospedale per diventare istituto a sé stante. Contemporanea mente iniziò a ricoverare madri nubili bisognose di assistenza. Nel 1938 l'ing. Bonzanigo acquistò a Faido un albergo per servire da residenza estiva alla culla: ben presto, a causa dell'aumento del numero di fanciulli ricoverati a Bellinzona, la sede di Faido funzionò come culla aperta sull'intero arco dell'anno.

• Bellinzona, Ricovero Erminio von Mentlen. La fondazione dell'orfanotrofio von Mentlen è dovuta alla volontà testamentaria di Valentina von Mentlen nata Bonzanigo (78). La testatrice, che in pochi anni era restata vedova e aveva perso tutti i figli, con atto legale del 20 agosto 1907 aveva destinato tutte le sue sostanze "alla creazione di un istituto o ricovero per l'infanzia abbandonata e ciò onde adempiere all'ultima volontà del mio carissimo figlio Erminio. Per l'infanzia abbandonata intendo i bambini poveri, orfani, od abbandonati dai loro genitori, ed anche quelli che per miseria o disgraziate condizioni dei genitori si trovassero esposti a sofferenza o pericoli". Nello stesso atto aveva stabilito che la direzione dell'orfanotrofio fosse affidata ad una congregazione religiosa, preferibilmente alle Suore della Carità. Valeria von Mentlen morì nell'agosto 1910. Il 27 agosto 1911 il Ricovero venne aperto in un edificio dei von Mentlen, in piazza Indipendenza. Contrariamente a quanto voluto dalla fondatrice la direzione non poté essere affidata alle Suore della Carità. Al loro posto operarono le Suore insegnanti di S. Croce di Menzingen. Nel 1925, poiché il numero dei fanciulli assistiti era aumentato sino a raggiungere il numero di 140, si dovette procedere alla costruzione di un nuovo edificio che trovò posto sulla collina di Ravecchia e fu inaugurato nel 1927. Nel 1934 il Ricovero ebbe una sede estiva in Leventina, a Rodi.

• Lugano, Opera Maghetti. La Fondazione Maghetti di Lugano ebbe origine da due distinti lasciti testamentari, di Angiolina Pizzagalli n. Maghetti (1828) e dei suoi genitori Antonio Maria e Maddalena Maghetti (1830) (79). Come legatario i testatori costituirono il canonico Giovanni Battista Torricelli, con il solo e vago obbligo di convertire gli ingenti beni in opere pie e di beneficenza: indeterminazione che all'epoca suscitò l'indignazione di Stefano Franscini (80). Il canonico Torricelli procedette quindi alla creazione negli stabili appartenuti ai Maghetti dapprima di un collegio per l'educazione delle fanciulle, che venne affidato alle Dame del Sacro Cuore, e successivamente di un orfanotrofio (1844) destinato ai fanciulli del Comune di Lugano ed affidato ai Somaschi di San Gerolamo (81). Malgrado successivamente il legato Maghetti contribuì a diverse opere di carattere caritativo, esso venne in special modo applicato all'assistenza degli orfani, e come tale è restato impresso nella memoria collettiva. Per volontà testamentaria del Torricelli, alla sua morte subentrò come legatario con le medesime facoltà il canonico Bernardo Solari (82). A sua volta questi nominò suo successore il canonico Andrea Primavesi. Nel frattempo l'assistenza degli orfani era passata alle suore Vincenzine del Beato Cottolengo (83). Il canonico Primavesi nel 1911 modificò la struttura amministrativa dell'Opera, abbandonando la formula dell'amministratore unico e creando un consiglio di amministrazione che comprese però unicamente propri familiari. Nel 1937 infine un successore del canonico, Davide Primavesi, rinunciò ad ogni diritto in favore dell'Amministratore Apostolico del Ticino mons. Angelo Jelmini, il quale divenne presidente dell'Opera. Nel 1939 Mons. Jelmini, per dare un nuovo assetto agli stabili Maghetti di Lugano, prese la decisione di trasferire l'orfanotrofio nella villa Turconi di Loverciano (Castel S. Pietro) di proprietà della Curia vescovile (84). Alla villa venne aggiunta una colonia agricola destinata agli orfani. In tempi più recenti l'orfanotrofio di Villa Turconi venne trasformato in un Istituto di educazione speciale posto sotto la direzione delle suore di Ingenbohl.

• Lugano, Orfanotrofio Vanoni. Prende il nome da Antonia Vanoni di Lugano la quale nel 1867 aveva cominciato ad ospitare nella propria abitazione di Via Nassa un piccolo orfanotrofio femminile (85). Nel 1871, poiché l'assistenza delle orfanelle richiedeva un impegno sempre maggiore, la signora Vanoni affidò il piccolo istituto alle Suore di S. Giuseppe di Saronno, che però lo abbandonarono pochi anni dopo essendo stata sciolta la loro congregazione. Nel 1880 la direzione dell'orfanotrofio, che assisteva 16 ragazze, venne assunta dalle Suore insegnanti di Santa Croce di Menzingen e l'anno successivo l'istituto si trasferì in un altro edificio nel centro di Lugano (86). Fu nel 1888 che l'orfanotrofio venne eretto in fondazione autonoma, e questa è generalmente ritenuta la data di costituzione dell'Orfanotrofio Vanoni. Per volontà della fondatrice la nomina dei membri del Consiglio di Fondazione doveva essere approvata dall'Ordinario diocesano. Nel settembre 1892 l'orfanotrofio trovò la sua definitiva sistemazione in un edificio del quartiere della Madonnetta.

• Lugano, Pio Istituto Arnaboldi. La Culla Arnaboldi di Lugano venne inaugurata nel 1912 (87) come opera annessa al Laboratorio di San Vincenzo. Prese il suo nome dai fondatori, i coniugi Arnaboldi, i quali desiderarono creare un istituzione che assistesse quelle madri che, per ragioni di lavoro o sociali, non potevano prendersi cura dei propri fanciulli. La culla era assistita dalle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Dopo un inizio assai modesto, lo sviluppo della culla comportò il suo trasferimento in un edificio appositamente costruito.


3.3.2. Ospedali, pensionati, istituti speciali

• Locarno Istituto dei sordomuti. L'educazione dei sordomuti fu un campo dove fin dai primi decenni dal XIX secolo la carità cattolica ebbe modo di intervenire, mossa sia da un anelito caritativo che dalla volontà di far partecipare anche questa categoria di persone alla vita della Chiesa. In Ticino però il problema posto dall'educazione dei sordomuti venne affrontato e risolto solo molti anni dopo, con la creazione da parte delle Suore di Ingenbohl dell'Istituto di Locarno (88). Anche in questo campo l'autorità statale si era più volte chinata sul problema senza mai risolverlo (89). All'origine dell'Istituto vi fu un'altra iniziativa promossa dall'autorità diocesana. Nel 1885 infatti l'Amministratore apostolico del Ticino mons. Eugenio Lachat aveva fondato a Locarno un istituto di educazione (Istituto S. Eugenio) e lo aveva affidato alle Suore di Santa Croce di Ingenbohl (90). Fin dagli inizi, per impulso soprattutto di suor Ventura Danzi, si pensò di affiancarvi un istituto di educazione dei sordomuti. Verso il 1890 il progetto si concretizzò. Vennero iniziati i lavori per la costruzione di un edificio apposito, e contemporaneamente due suore vennero inviate presso le Suore Canossiane di Como per essere formate a questo particolare compito educativo. L'Istituto venne ufficialmente aperto nel settembre del 1890. Accolse fanciulli di entrambi i sessi, di età fino a 14 anni, che ottenevano un'istruzione elementare ed una formazione professionale. Visto il carattere unico di questa scuola, successivamente il Cantone sussidiò un certo numero di alunnati.

• Lugano e Locarno, Case della Protezione della giovane. Negli anni 1901 1904 l'Opera internazionale per la protezione della giovane aveva trovato diffusione anche in Ticino. Una delle sue realizzazioni fu la creazione di due pensionati, a Lugano e Locarno, avvenuta all'epoca dell'episcopato di mons. Bacciarini (91). La casa di Lugano era assistita dalle suore della Divina Provvidenza di Baldegg, quella di Locarno dalle Suore di S. Croce di Cham (92).

• Medoscio, Sanatorio dei Bambini. Il Sanatorio dei Bambini di Medoscio, destinato alla cura della tubercolosi polmonare nell'infanzia e nell'adolescenza, fu uno dei pochi istituti caritativi la cui creazione venne interamente gestita dall'autorità diocesana. Si trattò anche all'epoca di uno dei maggiori impegni finanziari sostenuti per creare un istituto di matrice cattolica: costò infatti 744.500 franchi (93). L'idea della creazione di un Sanatorio per bambini venne al vescovo Mons. Bacciarini durante i suoi soggiorni per malattia a Davos, considerando il fatto che non esisteva un sanatorio per bambini nel Ticino, e quindi essi dovevano venire ricoverati fuori dal Cantone. Il progetto prese corpo a partire dal 1928. Il vescovo procedette con particolare cautela nello sviluppo dell'idea, appoggiandosi a persone qualificate, allo scopo di creare un'istituzione tecnicamente aggiornata e conscio dell'impegno e dei rischi che ciò comportava. L' 8 maggio 1929 venne costituita un'apposita fondazione. In quell'anno si effettuarono i lavori preliminari, mentre la costruzione dell'edificio fu iniziata nel giugno del 1930. L'apertura dell'istituto avvenne il 15 settembre 1932, e quasi subito esso accolse una cinquantina di bambini. La direzione e l'assistenza vennero affidate alle Suore di S. Anna di Lucerna, che vi occupavano dieci suore oltre al personale laico.
• Riva S. Vitale, Istituto S. Pietro Canisio. L'educazione dei fanciulli definiti "discoli" era uno di quei problemi sociali che le autorità ticinesi del XIX avevano sì affrontato, ma mai interamente risolto. Una delle soluzioni adottate era stata quella di inviare, fin dal 1858, i "corrigendi" nell'Istituto del Sonnenberg, che si trovava nel Canton Lucerna e che era stato costruito anche con il contributo del Ticino. Fu monsignor Aurelio Bacciarini che, ponendosi il problema fin dai primissimi tempi della sua entrata in diocesi, diede alla questione una soluzione in ambito locale (94). Nel 1918, poiché il collegio Papio di Ascona si era venuto a trovare senza una precisa destinazione, pensò di installarvi un ricovero per discoli a cui sarebbe stato associato uno stabilimento per l'educazione di "deficienti ed epilettici". Mons. Bacciarini pensò di coinvolgere lo Stato nel progetto, ma malgrado un'adesione di principio le trattative non giunsero a nulla di concreto. Il Vescovo fece un altro tentativo nel 1922. Nelle sue intenzioni lo Stato avrebbe dovuto contribuire all'istituto garantendo un certo numero di borse di studio per il mantenimento degli assistiti. Avendo però il Gran Consiglio rinviato ogni decisione in merito, il progetto di Ascona venne definitivamente lasciato cadere. La svolta avvenne due anni dopo quando, a seguito di fallimento, l'edificio di quello che era stato il Collegio internazionale Baragiola di Riva S. Vitale venne posto in vendita. Grazie anche ad un notevole contributo finanziario di don Guglielmo Buetti, prevosto dei Borghesi di Locarno (95), il Vescovo poté procedere all'acquisto dell'ex collegio che venne subito affidato alla congregazione dei Servi della Carità di don Guanella, affinché procedessero alla creazione dell'istituto per l'educazione dei discoli. In effetti i guanelliani già il 24 ottobre 1926, pochi mesi dopo aver perfezionato l'acquisto, poterono accogliere una trentina di allievi che l'anno successivo raddoppiarono. L'istituto accoglieva ragazzi dagli 8 ai 16 anni ai quali forniva l'istruzione di scuola elementare e maggiore, ed una formazione professionale di sarto, falegname o calzolaio. Negli anni successivi l'istituto andò configurandosi non tanto come istituto di correzione, quanto come istituto di accoglienza di ragazzi "in situazioni difficili o per carenze sociali e familiari, o per insufficienze personali, provenienti da famiglie in genere povere". In tempi più recenti, negli anni Sessanta, l'istituto mutò finalità: riprendendo l'antica idea già sorta nel 1918, ma che non era mai stato possibile mettere in atto, divenne scuola per ragazzi fisicamente o psichicamente inadatti a seguire una educazione normale. Fu la prima scuola speciale aperta nel Canone per allievi oltre il 12o anno di età.


3.4. Laboratori professionali

In Ticino, a differenza della vicina Italia, l'istituzione dei laboratori professionali cattolici, pensati come mezzo di promozione economica e morale della popolazione più diseredata, non ebbe un grande sviluppo. Molti segnali indicano però che se le realizzazioni furono poche, molto più numerosi furono i progetti che tra il XIX e il XX secolo vennero promossi, soprattutto da parroci, e poi abbandonati a seguito di difficoltà pratiche. Lo stesso vescovo mons. Bacciarini, quando era ancora parroco ad Arzo, era giunto vicino alla realizzazione di un laboratorio parrocchiale con l'appoggio di don Guanella (96).

Una certa attenzione vene pure dedicata dagli ambienti cattolici alla formazione professionale dei giovani. Nella metà dell'Ottocento il canonico Giovan Battista Torricelli aveva istituito a Lugano delle scuole laboratori professionali dove venivano istruiti anche gli orfani dell'Orfanotrofio Maghetti (97). Alcuni decenni dopo Mons. Molo progettò di creare accanto alla Pia Opera Maghetti una vera e propria scuola di arti e mestieri, ma il progetto dovette essere abbandonato. Il seguito il ruolo formativo in campo professionale fu, per quanto riguarda gli ambiti cattolici, prerogativa degli istituti assistenziali per la gioventù, come l'Istituto per i sordomuti di Locarno o l'Istituto Canisio di Riva S. Vitale, nei quali era prevista una sezione di formazione professionale (98).

Tornando ai laboratori professionali, si è trovata notizia di tre realizzazioni.

• Curio, Opera S. Giuseppe e maglieria. Quest'opera cattolica venne fondata da don Giuseppe Ferregutti. La sua realizzazione comportò una spesa di 70.000 fr. (99).

• Lamone Fabbrica Orler. La fabbrica elettromeccanica Fratelli Orler fu ideata da don Giovanni Sarinelli, è l'ideatore stesso a ricordarcelo (100), per dare lavoro in paese alla gioventù soprattutto femminile. Vi si fabbricavano "lavori in ferro battuto [per chiese], indoratura, argentatura, nichelatura, ramatura di qualunque oggetto sacro e profano, termofori ferri da stiro ecc.".

• Lugano, Laboratorio della Misericordia. Il laboratorio della Misericordia venne creato attorno al 1888 grazie a un lascito di Suor Luigia Trezzini, con lo scopo di impiegare in lavori di ricamo e cucito giovani ragazze senza mezzi (101). Nato come opera annessa all'Orfanotrofio Maghetti, esso seguì un suo destino indipendente sotto la protezione delle Dame della Carità di Lugano che favorirono particolarmente questa istituzione professionale. accanto al laboratorio sorse nel 1889 l'Opera della Misericordia, destinata inizialmente a distribuire minestre calde alle giovani che vi erano impiegate. Successiva mente l'Opera fornì pasti anche alla popolazione più povera di Lugano, giungendo in periodo di guerra a distribuire oltre 500 porzioni giornaliere di minestra.


3.5. Istituzioni laiche con personale religioso

Nel periodo preso in esame, una caratteristica dell'attività assistenziale e sanitaria "laica" ticinese (ma questa caratteristica è riscontrabile in moltissimi altri casi fuori dai confini cantonali), sia essa statale che privata, è la sua dipendenza operativa dalle congregazioni religiose. Non vi è istituzione di questa natura che non si avvalga almeno in un'epoca della sua storia di personale religioso. Molte istituzioni promosse dall'autorità civile, ancora prima di essere progettate, si sinceravano della possibilità di "ottenere" personale di servizio religioso: condizione questa che risultava spesso indispensabile per la realizzazione delle varie opere.

Le ragioni di questo modo di agire sono facilmente identificabili. Da una parte stava il ritardo accumulato dal sistema sanitario ed assistenziale cantonale, che rendeva difficile il reperimento di personale sufficientemente formato, soprattutto in ambito infermieristico. Alcune congregazioni religiose per contro già negli ultimi decenni dell'Ottocento avevano dedicato parte della propria missione alla formazione sanitaria: si pensi ad esempio alle numerose congregazioni di suore "infermiere". Dall'altra parte stavano ragioni di evidente convenienza. Le congregazioni religiose, anche se non sempre potevano essere impiegate gratuitamente, comportavano alla gestione finanziaria un onere assai inferiore a quello di un corrispettivo personale laico. A un costo minore faceva riscontro pure un rendimento maggiore, poiché le religiose, che in genere vivevano nelle istituzioni stesse, si sottoponevano ad orari di lavoro superiori a quelli a cui si sarebbero assoggettati impiegati civili. Senza contare che in genere la dedizione al lavoro delle suore, essendo motivata da ragioni eminentemente spirituali, era superiore a quella di uno stipendiato. Una contabilità riguardante l'impiego di personale religioso impiego che in alcuni casi sfiorava lo sfruttamento comparato a quello del personale civile risulterebbe estremamente interessane. Sull'altro versante, parimenti interessante risulterebbe analizzare l'influenza avuta dal personale religioso all'interno di istituzioni laiche, come pure verificare entro quali termini si svolgeva l'opera di apostolato spirituale condotta dalle suore.

L'elenco che segue presenta le principali istituzioni a carattere sanitario od assistenziale gestite da autorità civili o da laici ma servite da congregazioni religiose. L'elenco è posto in stretto ordine alfabetico.

• Bellinzona, Ospedale S. Giovanni. L'Ospedale di Bellinzona figura tra i più antichi del cantone. Già nel XIV secolo esso ospitava infermi e viandanti (102). Ufficialmente si fa però risalire la fondazione ad una donazione da parte di Girardolo del Nato avvenuta il 1 ottobre 1440. Nella prima metà del XVII sec. l'ospedale trasferì la sua sede dal Dragonato alla chiesa di S. Biagio. Nel 1858 l'ospedale divenne di pertinenza del Municipio di Bellinzona. Nel 1883 venne interamente rinnovato, e poi ancora negli anni 1901 1902 subì profondi mutamenti. Nel 1940 trovò la sua definitiva sistemazione in un nuovo edificio costruito al Morinascio sopra Ravecchia. Nel 1882 la Commissione dell'Ospedale, posta davanti ad un aumento dei ricoveri dovuto all'apertura della ferrovia del S. Gottardo, ottenne dalla Piccola casa della Divina Provvidenza di Torino di poter assumere tre suore del Cottolengo per la cura degli ammalati, che poi aumentarono fino a 19. Per "ragioni di opportunità" nel 1920 l'Amministrazione dell'ospedale rimandò le suore del Cottolengo. Su proposta del Vescovo di Lugano esse vennero sostituite dalla Figlie della carità di S. Vincenzo de’ Paoli.

• Cevio, Ospedale Ricovero Valmaggese, Nel 1912 venne creata in Valle Maggia un'associazione tra i comuni della valle avente come scopo anche la creazione di un ospedale ricovero distrettuale (103). Il fallimento delle banche ticinesi e lo scoppio della guerra fecero fallire il progetto. Nel 1916 l'idea riprese in seguito ad una donazione fatta dal prof. Eligio Pometta, segretario della direzione delle FFS in Lucerna, che legava all'Associazione l'"Hôtel Bosco et de la Poste" a Bosco, completamente ammobiliato. Il dono permise ai dirigenti dell'Associazione di aprirvi nell'estate dello stesso anno una casa di cura per bambini gracili affidata alle Suore di Menzingen. Nell'autunno immediatamente seguente le suore con il permesso della propria superiora Sr. Maria Carmela Motta si trattennero a Cevio dove in una casa privata aprirono un piccolo ospedale ricovero con una dozzina di letti. L'iniziativa ebbe successo e già nel 1917 l'istituto venne trasferito in un'altra casa privata capace di accogliere fino a 40 ricoverati. Si trattava però sempre di una situazione precaria, che si decise di risolvere costruendo un edificio completamente nuovo, inaugurato nel settembre 1922 e capace inizialmente di 60 letti. Le suore di Menzingen vi prestarono servizio fino all'inizio degli anni Settanta. Nel 1931 erano presenti 12 suore.

• Faido, Ospedale Distrettuale Leventinese, L'ospedale distrettuale leventinese di Faido venne aperto il 1o maggio 1923 dopo che i tentativi di realizzarlo si erano protratti per oltre 10 anni (104). Una delle difficoltà che i promotori dovettero affrontare fu quella della concorrenza causata dalla costruzione nello stesso luogo di un ospedale ricovero privato, voluto dal clero leventinese. Fu uno dei pochi casi evidenti di conflittualità tra assistenzialismo pubblico e opere cattoliche in quegli anni. Per difficoltà finanziarie il progetto dell'ospedale distrettuale venne ridimensionato rispetto a quanto prospettato, e il settore sanitario venne allestito solo negli anni successivi all'apertura. L'assistenza dell'ospedale distrettuale fu affidata alle suore della Carità di Baldegg. Nel 1931 risultavano presenti 15 suore. Le suore di Baldegg partirono poi nel 1946 lasciando il posto alle Poverelle del Sac. Palazzolo di Bergamo.

• Locarno, Ospedale della Carità. Il vecchio e storico ospedale San Carlo di Locarno aveva chiuso per fallimento nel 1853 (105). Un nuovo ospedale, molto modesto, venne inaugurato il 23 gennaio 1872 grazie all'assistenza prestata da tre suore provenienti dalla Piccola casa della Divina Provvidenza di Torino: fu la prima destinazione che le suore assunsero fuori d'Italia. Nel corso degli anni l'istituto si ingrandì e assume una fisionomia più marcatamente ospedaliera. Il 3 luglio 1948 l'associazione la Carità si fuse con quella per l'ospedale distrettuale, dando vita all'Ospedale distrettuale La Carità.

• Locarno, Ricovero Comunale. La Città di Locarno, che era priva di una propria casa per anziani, alla fine del 1935 prese la decisione di creare un ospizio per vecchi e invalidi, impiegando a tale scopo anche vecchie donazioni rimaste inutilizzate (106). Quale sede venne scelta la Villa Balli in Selva, i cui lavori di trasformazione iniziarono nel 1937. Per l'assistenza il Municipio impiegò le Suore di S. Croce di Ingenbohl.

• Lugano. Asilo dei ciechi al Ricordone. L'Asilo del Ricordone venne creato su iniziativa della "Società ticinese per l'assistenza dei ciechi" che era stata fondata nel 1911 a Lugano (107). Fin dal 1916 la Società aveva progettato di costruire un ricovero per i ciechi ticinesi, che erano costretti a cercare ricovero in istituti fuori cantone. A tal scopo la Società aveva proceduto all'acquisto di un terreno a Viganello, ma il progetto non aveva mai trovato realizzazione pratica. Solo negli anni Trenta esso venne ripreso, per impulso anche di mons. Giuseppe Antognini, che della Società era presidente oltre che socio fondatore, e con il contributo di benefattori privati. La sede venne però spostata nella zona del Ricordone di Lugano. Il lavori di costruzione vennero effettuati negli anni 1935 1936, e l'anno successivo il ricovero venne aperto con l'assistenza delle Suore Infermiere dell'Addolorata.

• Lugano, Clinica privata Dr. De Maria. Secondo il Sarinelli (108) nel 1931 la "Clinica privata Dr. De Maria" di Lugano era assistita dalle suore di S. Croce di Cham. Lugano, Clinica privata di S. Rocco. La clinica S. Rocco di Soldino, di proprietà privata, venne aperta all'esercizio nel 1935. L'assistenza fu affidata alle suore di S. Anna di Lucerna.

• Lugano, Croce Verde. Il servizio della Croce Verde di Lugano venne fondato il 3 marzo 1910 (109). Negli anni 1921 1922 l'autorità diocesana concesse alla Croce Verde di impiegare per il servizio sanitario della Policlinica alcune suore Misericordine di Monza. Le Misericordine restarono in servizio fino al 1964.

• Lugano, Dispensario antitubercolare. Negli anni tra le due guerre le suore Misericordine di Monza prestarono servizio anche presso il Dispensario antitubercolare di Lugano.

• Lugano, Ospedale Civico. Nel 1801 l'amministrazione dell'antico ospedale di Lugano passò al Municipio (110). Alcuni decenni dopo lo stesso municipio, nel 1843, su proposta del dottor Carlo Lurati introdusse nell'ospedale le Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Con l'inaugurazione del nuovo ospedale, avvenuta nel 1909, le suore vennero rimandate. A proposito di questa "laicizzazione" Codaghengo menziona un ricorso al Consiglio Federale da parte della "popolazione" di Lugano (111). In ogni caso il servizio prestato dai laici non riuscì pienamente soddisfacente. L'8 gennaio 1919 i medici del Civico Ospedale, per ovviare "ai continui cambiamenti nel personale di assistenza... e al gravissimo inconveniente che non sempre il personale assunto ha una preparazione ... conveniente, e allo scopo di ottenere quella continuità di metodi e di personale indispensabile al buon funzionamento dell'ospedale" proposero al Municipio che il servizio dell'ospedale venisse affidato "in tutto o in parte a suore infermiere di lingua italiana". Il Municipio accolse favorevolmente la proposta, e il 24 marzo dello stesso anno chiamò le suore dell'Ordine di S. Vincenzo di Torino, in numero di 12. (112)

• Lugano, Penitenziario. La casa penitenziaria di Lugano venne aperta nel 1873. In epoca successiva parte dell'assistenza venne affidata alle suore del Cottolengo di Torino. Fu la loro terza fondazione in Ticino.

• Lugano, Ricovero Comunale di Assistenza. Nel XIX secolo i ricoverati e gli assistiti della Città di Lugano erano sistemati in uno stanzone annesso all'Ospedale di Santa Maria. Con la costruzione del nuovo Ospedale Civico, l'intero vecchio ospedale venne destinato a ricovero (113). La sistemazione non era però felice, cosi che nel 1909 il Consiglio comunale di Lugano approvò la costruzione di un nuovo ricovero comunale. Esso venne inaugurato il 13 ottobre 1910, con l'assistenza dello stesso personale che l'Ospedale civico aveva lasciato libero in un tentativo di laicizzazione dell'assistenza, e cioè le Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Era caratteristica del Ricovero Comunale di Lugano di assistere sia anziani che fanciulli abbandonati o bisognosi di soccorso. Nel 1931 il ricovero impiegava 7 suore.

• Mendrisio, Manicomio Cantonale. Nel 1898 il Canton Ticino si dotò finalmente di un manicomio, dopo anni di rinvii (114). Nel manicomio vennero impiegate le suore Infermiere di Sta. Croce di Ingenbohl. Benché vi sia chi afferma che esse prestavano assistenza agli ammalati, esse si dedicavano esclusivamente al servizio di guardaroba e di cucina. Nel 1906 le suore presenti erano 5: una dispensiera, due guardarobiere, due cuciniere.

• Mendrisio, Maternità cantonale. L'Istituto cantonale di Maternità venne aperto il 26 gennaio 1935. Per i servizi di guardaroba e di cucina vennero impiegate le suore di Ingenbohl.

• Mendrisio, Ospedale Beata Vergine, Fondato dal Conte Alfonso Turconi nel 1803, venne effettivamente aperto nel 1860 in un edificio appositamente costruito. Per espresso desiderio del fondatore, la cura dei malati venne affidata alle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli, che si occuparono anche dell'Opera dei Catechismo parrocchiali e di un Oratorio per 200 bambine (115).

• Mendrisio, Ricovero distrettuale per i vecchi. Il ricovero venne fondato per testamento di Giuseppe Torriani, morto nel 1918, e fu aperto il 15 marzo 1921 (116). Per desiderio del fondatore, che fu per molti anni amministratore dell'ospedale della Beata Vergine, l'assistenza venne affidata alle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Nel 1931 le suore presenti erano 3.

• Morcote, Asilo di vecchiaia di fondazione Caccia Rusca. Aperto nel 1903 in seguito a lascito testamentario dell'architetto Giovanni Caccia e della moglie Franceschina Rusca (117). Secondo la volontà dei fondatori il controllo della gestione e dell'amministrazione dell'istituto fu affidato al Comune di Morcote. Per contro l'assistenza venne affidata alle Suore della Sacra Famiglia di Castelletto. Nel 1931 vi prestavano servizio 8 suore.

• Piotta, Sanatorio Cantonale. Nel 1905 a Piotta una società fondata dal dottor Fiorenzo Maffi, profugo italiano, apriva a Piotta il "Sanatorio del Gottardo", concepito come istituto di lusso per degenti facoltosi (118). Varie vicissitudini, tra cui lo scoppio della prima guerra mondiale, portarono al fallimento dell'impresa. Durante la guerra funzionò come sanatorio militare. Nel 1919 venne acquistato dallo Stato per essere destinato a sanatorio cantonale. Dopo le opportune sistemazioni, aprì i battenti nel 1921. Nel 1934 si diede luogo a un primo ampliamento, e pochi anni dopo, nel 1938, vi fu il completo rinnovamento dell'istituto. Per il servizio di infermiere, negli anni 1921 1926 si provvide con le infermiere laiche di Friburgo. Nel 1926 esse furono sostituite dalle Suore della Santa Croce di Menzingen che rimasero sino al 1941, quando lasciarono il posto alle Suore di Sant'Anna di Lucerna. Occorre ricordare che il vescovo Aurelio Bacciarini sostenne in modo particolare la creazione del sanatorio cantonale, appoggiando anche la raccolta di fondi presso i fedeli (119).

• Pregassona, Clinica Viarnetto. Fondata a metà degli anni Venti dai medici Giovanni Bolzani e Bruno Bariffi (120), la clinica per malattie nervose di Viarnetto ebbe secondo il Sarinelli l'assistenza delle Suore di S. Anna di Lucerna (121).

• Someo, Ricovero comunale. Il piccolo Ricovero Comunale di Someo, detto anche ospedale ricovero, venne iniziato nel 1919 con l'assistenza delle suore guanelliane di Como. Venne parzialmente distrutto dall'alluvione del 1924, e quindi riedificato. Nel 1931 contava due suore e 5 posti occupati.

• Tesserete, Ospedale Ricovero Capriaschese. L'Associazione pro Ospedale Ricovero capriaschese venne fondata l'8 settembre 1929: l'opera dell'Ospedale era iniziata grazie ad una cospicua donazione da parte di un abitante della regione (122). La costituzione di una Fondazione per l'Ospedale Ricovero capriaschese avvenne il 10 gennaio 1931: in essa vi figuravano essenzialmente rappresentati dei comuni e dei patriziati della Capriasca. Con l'approvazione del Vescovo diocesano l'assistenza venne affidata alle Suore della Carità di Baldegg. Ma la Fondazione in poco tempo fallì e nel 1934 fu rilevata da una congregazione religiosa che riaprì l'istituto per proprio conto (123).

• Sorengo, Ospizio dell'Opera ticinese per l'assistenza alla fanciullezza. L'Ospizio, dovuto all'iniziativa dell'ing. Arnoldo Bettelini, venne aperto nel 1921 quale ricovero per fanciulli con carenze fisiche o provenienti da ambienti insani. Secondo il numero unico per il 50 della Diocesi, pubblicato nel 1935, in quell'epoca alcune suore garantivano l'assistenza all'Ospizio (124).

• Viganello, Ospedale Italiano. L'Ospedale Italiano di Viganello venne promosso nel 1900 da quattro medici italiani (Bonardi, Amerio, Ceretti, Cicardi) perché servisse quale ospedale della colonia italiana (125). A tale scopo si provvide ad acquistare la Villa Blanche al Luganetto, che venne trasformata ed adattata. Per l'assistenza ai malati vennero assunte le suore del Cottolengo di Torino, che entrarono il servizio il 15 luglio 1902 (loro quarta fondazione in Ticino). L'Ospedale Italiano però divenne presto teatro di conflitti negli organi di gestione, conflitti che rispecchiavano le divisioni politiche presenti nella colonia italiana. Oltre ad ostacolare il funzionamento dell'Istituto, questi conflitti causarono il congedo delle suore che furono rinviate nel 1904 per dare all'ospedale un'impronta marcatamente laica. Nel 1931, dopo che diverse gestioni si erano succedute, vennero chiamate in servizio le Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Esse a lato dell'attività nell'ospedale, organizzarono pure un oratorio femminile a La Santa di Viganello.


Aldo Abächerli, nato nel 1955, sposato, si occupa di storia religiosa locale dell'epoca contemporanea.
Note

1. Don E. Cattori, Ricovero ed assistenza dei Vecchi nel Cantone Ticino. L'opera della Religione, in Pro Senectute, 1931 (IX), no 1, p. 23 29.

2. Don Emilio Cattori (1889 1968) dal 1917 risiedeva nella Curia ricoprendo l'incarico di cancelliere vescovile e, dal 1923, di pro vicario generale. Ebbe un ruolo preminente nell'amministrazione della Diocesi durante l'episcopato di Mons. Aurelio Bacciarini.

3. G. SARINELLI, La Diocesi di Lugano. Guida del clero, Lugano, 1931, 354 p.

4. Come riconoscono tutti coloro i quali hanno avuto modo di occuparsi in epoca recente della storia della diocesi di Lugano. Si veda ad esempio quanto afferma F. PANZERA, Gli studi sul movimento cattolico nella Svizzera italiana, nel Bollettino dell'Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, 1992 (X), p. 3 10. Il quadro storiografico complessivo presentato da Panzera suscita però più d'una perplessità.

5. Cfr. Storia della Chiesa iniziata da Augustin Fliche e Victor Martin. Vol. XXIII I cattolici nel mondo contemporaneo (1922 1958), Milano/Torino, 1991, p. 466.

6. In questo campo possono essere consultati: Della pubblica assistenza nel Cantone Ticino. Memorie pubblicate per cura della Società degli Amici dell'Educazione del Popolo e di Utilità Pubblica, Bellinzona, 1894, che contiene gli studi di B. BERTONI e di F. CHICHERIO [Pauperofilo]; A. GALLI, Notizie sul Cantone Ticino. Studio storico politico e statistico pubblicato sotto gli auspici della Società Demopedeutica, Bellinzona, 1937, 3 vol.; R. CESCHI, Ottocento ticinese, Locarno, 1986, 187 p. Lo studio descrittivo di R. TALARICO Il cantone malato. Igiene e sanità pubblica nel Ticino dell'Ottocento, Lugano 1988, si legge con interesse anche per i suoi accenni ad alcuni aspetti dell'assistenzialismo ottocentesco, malgrado una visione piuttosto deterministica dell'evoluzione socio sanitaria dell'Ottocento. Non ha per contro utilità storica il recente studio di A. DALESSI, il cui titolo di copertina Evoluzione e sviluppo dei servizi della salute nel Canton Ticino in relazione alla situazione demografica e socio economica cela una ricerca a carattere sociale e riguardante un ambito strettamente regionale.

7. Un punto di partenza per una ricerca documentaria nel campo della carità potrebbe essere l'Archivio vescovile di Lugano, e segnatamente oltre che alcuni fondi specifici, i fondi riguardanti i vescovi, le congregazioni religiose, le parrocchie.

8. In questo ambito, sempre come base di partenza, ci si potrà riferire ad alcuni fondi dell'Archivio cantonale di Bellinzona, e segnatamente la documentazione riguardante i vecchi dipartimenti cantonali di Igiene e Polizia.

9. S. BORRANI, Il Ticino Sacro. Memorie religiose della Svizzera italiana, Lugano, 1896.

10. A. CODAGHENGO, Storia religiosa del cantone Ticino, Lugano, 1941 42, 2 vol. Interessano: la parte settima, riguardante gli Istituti ecclesiastici, la parte ottava, riguardante l'attività caritativa ed assistenziale delle comunità religiose nel Ticino, e la parte nona, riguardane le organizzazioni di Azione cattolica.

11. G. SARINELLI, La Diocesi di Lugano cit.

12. 50.mo anniversario delle Convenzioni tra la S. Sede e i Governi Federale e Cantonale per la costituzione della Diocesi Ticinese, Lugano, 1935, 116 p. Si vedano in particolare i contributi di Emilio Cattori, L'Organizzazione Femminile Cattolica Diocesana, di P. Giuliano O.M.C. Ordini e Congregazioni religiose nel Ticino, di Gioachimo Masciorini Chiese, oratori ed opere cattoliche negli ultimi 50 anni, di Don Snider Istituti ed Ospizi cattolici della Diocesi.

13. In genere sono di difficile reperimento poiché gli schedari degli istituti pubblici di documentazione al riguardo si mostrano inaffidabili. Anche in questo ambito non abbiamo quindi pretese di esaustività.

14. Nelle indicazioni bibliografiche che via via forniremo ci siamo soffermati essenzialmente sulle opere a carattere storico, tralasciando di indicare i regolamenti a stampa e i conti resi annuali di singole istituzioni, materiali che restano pur sempre assai utili per ricostruire una storia di dettaglio della attività caritativa istituzionale. Di un certo interesse è anche la pubblicistica locale monografie regionali, stampa locale soprattutto per quanto riguarda la storia di singole istituzioni.

15. In Generazioni luganesi in un luogo vivente, Lugano, 1985, p. 9.

16. Così E. GATZ in Storia della chiesa diretta da Hubert Jedin, vol. X/1, p. 377.

17. In particolare secondo il catechismo romano dal quinto e dal settimo comandamento.

18. Catechismo ossia compendio della dottrina cristiana introdotto da Monsignor Vescovo Alfredo Peri Morosini nella Diocesi di Lugano. Libro secondo: catechismo maggiore, Lugano, 1906, domande 957 960.

19. Cfr. Monitore ecclesiastico, 1929 (XIII), p. 140 143.

20. Si intende qui l'istruzione di base, non quella catechistica.

21. Senza per questo negare i precedenti concetti riguardo alla carità.

22. Si vedano gli articoli di Antonio Gili e Antonio Lepori.

23. Per alcuni accenni alla situazione sanitaria, si veda più avanti nella sezione 3 di questo articolo.

24. Non dimentichiamo che nello sviluppo anche numerico di queste congregazioni giuoca un ruolo non indifferente la spiritualità individuale dell'epoca.

25. Mons. Bacciarini apparteneva infatti alla Congregazione dei Servi della Carità. Per ulteriori informazioni biografiche riguardanti la gerarchia ecclesiastica della diocesi di Lugano rimandiamo al recente volume di Helvetia Sacra, vol. I/6.

26. Eugenio LACHAT, Lettera pastorale (...) nell'occasione della Sua presa di possesso in qualità di Amministratore Apostolico del Ticino, Lugano, 1885, p. 7. –

27. Giuseppe CASTELLI, Lettera circolare sull'indulto quaresimale, Lugano, 1887, 8 p.

28. Vale la pena di citare il testo dell'articolo: "Quis emigrationem tot fidelium nostrorum, praesertim vallium, in terra songinquas non videt? Quidam egestate compulsi, pluriores vero solummodo lucri causa, terras alienas petunt, ibique perpetuo degunt.".

29. Se le fonti a stampa indubbiamente tacciono, è possibile che un esame delle fonti archivistiche porti a modificare in qualche punto questo quadro.

30. Un repertorio dei principali lasciti beneficiari a livello parrocchiale, di certo non completo ma significativo, sembrebbe possibile a partire dai materiali presenti nell'Archivio Vescovile di Lugano.

31. Sulle conferenze di S. Vincenzo in Ticino, la cui storia resta in parte sconosciuta, si vedano: Conferenza di S. Vincenzo DE’ Paoli. Resoconto Annuale della Conferenza di S. Lorenzo in Lugano 1898 Anno I, Lugano, 1899, 10 p.; Nel Primo Centenario della istituzione della Società di S. Vincenzo de’ Paoli 1833 1933, Lugano Stazione, 1933, 12 p.; Centenario Conferenze di S.Vincenzo 21 V 1933, Locarno, 1933, 40 p.

32. Sulle Dame della Carità in Ticino si veda Dame della Carità Opera della Misericordia Lugano. Sessantesimo 1890 1950. Numero unico, Lugano, 1950, 16 p.; Centenario delle Volontarie Vincenziane Lugano 1889 1989, Lugano, 1989, 59 p.

33. Monitore ecclesiastico, 1919 (III), p. 16 17: intervento vescovi svizzeri per la colletta Charitas. Intervento del vescovo in merito in Monitore ecclesiastico, 1919 (III), p. .83 84.

34. Cfr. G. ROSOLI in Storia della Chiesa iniziata da Augustin Fliche e Victor Martin, Vol. XXIII, p. 466 e 469.

35. Ne accenna brevemente F. PANZERA, Benedetto XV e la Svizzera negli anni della Grande Guerra, in Rivista storica svizzera, 1993 (XLIII), no 3, p. 321 340. Un sacerdote della diocesi di Lugano mons. Noseda, il futuro vicario generale, durante la prima guerra mondiale ebbe l'incarico di visitatore dei prigionieri di guerra nelle nazioni belligeranti. Si veda la sua nomina nella Settimana religiosa di Lugano, 1916 (VI), no 1, p. 2.

36. Abbiamo accennato a questa crisi diocesana, seppure in modo incompleto, nel nostro articolo La "crisi diocesana" (1915 1916) e Giuseppe Motta, in Bollettino 1990 dell'Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, numero speciale del Risveglio, 1990 (XCIV), n 7 8, p. 195 203. Mons. Peri Morosini alla fine del 1916 abbandonò la diocesi. All'inizio dell'anno successivo venne sostituito da mons. Aurelio Bacciarini.

37. Monitore ecclesiastico, 1917 (I), p. 27 31.

38. Cfr. Monitore ecclesiastico, 1918 (II), p. 211 217. Alla lettera fa seguito lo statuto in 12 punti dell'Associazione.

39. La lettera del 31 ottobre 1918, che fa riferimento ad alcuni contrasti sorti tra le due autorità, è citata in E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 640.

40. Sembra nell'ultimo decennio del secolo che l'ospedale di Bellinzona fosse più aggiornato rispetto agli altri.

41. Si veda ad esempio la rigorosità del progetto proposto da G. BULLO nella sua opera Problemi Regionali e Comunali, Locarno, 1917, per l'ospedale distrettuale di Faido.

42. Curiosamente A. DALESSI, Evoluzione e sviluppo dei servizi della salute nel Canton Ticino cit., p. 107 108 ritarda di alcuni decenni questo sviluppo.

43. Fa eccezione la clinica di Moncucco, sorta alla periferia urbana nel 1900 per servire, oltre che di ricovero, da struttura medica alternativa al tanto deprecato vecchio ospedale di Lugano.

44. Nell'elenco che segue abbiamo rinunciato ad una differenziazione interna a causa della natura promiscua della maggior parte degli istituti. Le varie istituzioni sono quindi presentate in stretto ordine alfabetico secondo le località.

45. Strettamente legato al problema degli anziani vi era il problema degli invalidi: le considerazioni fatte per la prima categoria di persone valgono in larga parte anche per la seconda.

46. V. SAVI CASELLA, I vecchi nel Ticino e l'opera "Per la vecchiaia", in Pro Senectute, 1929 (VII), no 3, p. 71 78., accenna anche alla povertà della vecchiaia nelle aree urbane ticinesi, povertà causata dai bassi salari percepiti durante l'attività lavorativa.

47. Non dimentichiamo inoltre che all'epoca queste istituzioni apparivano un lusso rispetto alle normali condizioni abitative in campagna, tanto che il ricovero era da molti considerato più un premio che una costrizione.

48. Descrizione dettagliata delle procedure che portarono alla fondazione nel Cenno storico sulle origini dell'Ospedale Bleniese con brevi note biografiche dei Fondatori Sacerdoti Del Siro e Bontadina, Massagno Lugano, 1923, 40 p; si veda inoltre L' Ospedale Maria Ausiliatrice. Agli abitanti ed amici della Valle di Blenio in occasione della festa del suo XL, Lugano Stazione, s.d., 31 p.

49. Il progetto iniziale dell'Unione Apostolica del Clero Bleniese ne prevedeva, per ragioni economiche, solo 8. Furono le Suore di Menzingen a chiedere di aumentarne il numero.

50. Cfr. Ricovero Paganini Rè a Bellinzona, in Pro Senectute, 1932 (X), n 2, p. 37 42.; Fondazione Paganini Rè. Ricovero per gli inabili al lavoro Bellinzona. Il primo decennio di vita (1921 1930), Bellinzona, 1932, 31 p.; Adolfo CALDELARI, Mezzo secolo di attività del Ricovero "Paganini Rè", Bellinzona, 1971, 42 p.

51. Cfr. G. SARINELLI, La Diocesi di Lugano cit., p. 128, nota 12; E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 692, nota 1, e p. 763;

52. Riguardo alla data di apertura le fonti non sono concordi. Secondo A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 364 le suore giunsero a Capolago nel 1899. E. CATTORI, Ricovero ed assistenza dei Vecchi nel Cantone Ticino cit., p. 27 dice che il ricovero fu aperto nel 1900. Don Luigi Guanella e le Opere sue nella Svizzera Italiana cit., p. 22, afferma per contro che il ricovero venne iniziato nel 1902.

53. Cfr. Teucro A. ISELLA, Ospedale Ricovero Malcantonese a Castelrotto, in Pro Senectute, 1933 (XI), no 2, p. 36 38.
54. Così E. CATTORI, Ricovero ed assistenza dei Vecchi nel Cantone Ticino cit., p. 27; Don Luigi Guanella e le Opere sue nella Svizzera Italiana cit., p. 20. Secondo A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 364, il ricovero ricevette la sua denominazione il 19 aprile 1916: non è chiaro se con ciò intenda che questa fu la data di inaugurazione.

55. E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 764; un accenno alla Casa chiamata di Nazaret in A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 369.

56. Per ulteriori informazioni si vedano più sotto le note concernenti l'Ospedale distrettuale leventinese.

57. Non contiene particolari informazioni storiche la recente pubblicazione Istituto Santa Croce Faido. Casa per anziani della Leventina, Rivera, [1992], 48 p. Da notare che nel 1983 l'Ospedale Santa Croce, assieme all'Ospedale distrettuale, venne assunto dall'Ente ospedaliero cantonale. Tornò autonomo nel 1988 per essere gestito da un consorzio locale e convertito in ricovero per anziani.

58. Cfr. Cesare SCATTINI, Il "Solarium" di Gordola, in: Pro Senectute, 1937 (XV), n 3, p. 81 85 (il periodico Pro Senectute contiene altri articoli riguardante il ricovero di Gordola); Il Ricovero Solarium 1926 1966, Gordola, 1966, n.p.

59. Don Giovanni Guggia (1879 1953), originario del Malcantone, fu parroco prevosto di Gordola dal 1918 al 1929.

60. Cfr. Eugenio BERNASCONI, L'Asilo ricovero San Donato Intragna, in Pro Senectute, 1930 (VIII), n 2, p. 98 101. L'anno precedente al testamento di Donato Cavalli un altro lascito era stato finalizzato alla creazione di un ricovero a Intragna, ma senza effetto per difficoltà sopravvenute.

61. Unica notizia in E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 693.

62. La Clinica Luganese. Cenni storici in occasione del Cinquantesimo di sua Fondazione 1900 1950, Lugano Stazione, [1950], 27 p.

63. Ibid., p. 13.

64. Nel fascicolo La Clinica Luganese nel XXV di sua fondazione. Monografia. MCM MCMXXV, Lugano, 1925, 8 p.; il fascicolo è accompagnato da una raccolta di fotografie sciolte pubblicata separatamente con il titolo Nel XXV Anno di Fondazione della Clinica Luganese MCM MCMXXV.

65. Ibid., p. 3. Altre notizie sulla clinica anche in: Rodolfo MAJOCCHI, L'Istituto delle Suore infermiere di Valduce in Como, Como, Unione Tipografica, 1922, 68 p.

66. Gli antichi ospedali quali quello di Lugano avevano infatti una funzione promiscua.

67. Notizie sulle disposizioni testamentarie nel Monitore officiale ecclesiastico, 1905 (IX), p. 154 159.

68. Cfr. V. CHIESA, L'Ospedale Civico di Lugano. Dati storici e notizie, Bellinzona Lugano, 1944, p. 84.

69. Cfr. Don Luigi Guanella e le Opere sue nella Svizzera Italiana cit., p. 26 27, ed anche E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 427 428.

70. Cfr. Il Ricovero S. Rocco di Morbio Inferiore, in: Pro Senectute, 1937 (XV), n 1, p. 11 14.

71. Cfr. Don G. ROVELLI, La Vecchiaia nelle vallate Luganesi, in Pro Senectute, 1931 (IX), n 2, p. 46 49.; Teucro A. ISELLA, La "Villa Riposo" di Sonvico e l'assistenza dei vecchi a domicilio, in Pro Senectute, 1930 (VIII), n 4, p. 99 101; Opera Charitas Sonvico. Cenni storici di venti anni di sua fondazione 1930 1950, Lugano, 1950, 27 p.

72. Così E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 692; secondo A. GALLI, Notizie sul Cantone Ticino cit., vol. III p. 1297, l'apertura avvenne nel 1934.

73. Sul ricovero distrettuale di Tesserete si vedano le note più sotto.

74. Cfr. Il Ricovero Ospedale S. Giuseppe in Tesserete s/Lugano, in Pro Senectute, 1936 (XIV), n 2, p. 40 42; E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 428 e 693 694.

75. Come abbiamo già avuto modo di dire, per evitare difficoltà legali dovute alle limitazioni poste in Svizzera all'attività di congregazioni estere l'ospedale venne acquistato da una società anonima di cui mons. Bacciarini era il rappresentante.

76. Con l'eccezione del sanatorio per bambini di Medoscio.

77. Notizie in A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 357; E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 692 dà come data di inizio di attività della culla il 1925.

78. Cfr. Ricovero Erminio von Mentlen per l'infanzia abbandonata 1912 1937, Bellinzona, 1937, n.p.; Istituto Erminio Von Mentlen. 80 di fondazione, Bellinzona, s.d., 16 p.

79. Cfr. A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 325; [R. AMERIO] Generazioni luganesi in un luogo vivente cit., 117 p.

80. Cfr. S. FRANSCINI, La Svizzera italiana, Lugano, Ruggia, 1837, v. I, p. 370.

81. Occorre notare che le diverse fonti che si sono occupate della storia dell'Opera Maghetti presentano alcune incongruenze quanto a fatti e date.

82. Secondo CODAGHENGO, Ibid., il testamento del Torriceli è del 29 novembre 1842 e venne pubblicato il 9 marzo 1848.

83. Secondo CODAGHENGO, Ibid., dal 29 settembre 1903. Da notare che da almeno due decenni presso l'Opera Maghetti erano attive anche le Figlie della Carità di S. Vincenzo.

84. R. AMERIO, in Generazioni luganesi in un luogo vivente cit., situa erroneamente il trasferimento dell'orfanotrofio negli anni Cinquanta, ma il trasferimento è già citato dal CODAGHENGO che scriveva un decennio prima.

85. Cfr. A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 349; R. BROGGINI, Contributo sulle organizzazioni scolastiche ticinesi: l'opera della Congregazione delle Suore insegnanti di Santa Croce di Menzingen, in: Bollettino 1984 dell'Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, numero speciale del Risveglio, 1984 (LXXXIX), n 7 8, p. 219 229.

86. Dal 1882 le suore di Menzingen diressero anche l'Istituto scolastico femminile che la signora Vanoni aveva aperto accanto all'orfanotrofio nel 1879: mutata sede, la scuola diventerà il noto Istituto S. Anna.

87. Cfr. Monitore officiale ecclesiastico, 1912 (XVI), p. 328. Notizie sulla culla in A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 356.

88. Cfr. S. BORRANI, Il Ticino Sacro, p. 495; A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 327; Una scuola nel cuore della Città. Istituto S. Eugenio di Locarno 1886 1986, s.l., 1986, 81 p.

89. R. TALARICO, Il Cantone malato cit., p. 126, ricorda ad esempio che nel 1856, nell'intento di raccogliere tutte le informazioni e conoscenze necessarie per istituire un ricovero per sordomuti, il Ticino aveva preso contatto con lo Speroni, direttore dell'istituto dei sordomuti di Bergamo.

90. L'istituto aveva sede nell'edificio del soppresso convento dei SS. Sebastiano e Rocco. In quello stesso edificio negli anni precedenti aveva trovato sede un altro istituto cattolico, il collegio di S. Giuseppe, sul quale si sofferma R. BROGGINI, Don Mattia Fonti e il collegio S. Giuseppe, in Bollettino 1985 dell'Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, numero speciale del Risveglio, 1985 (XC), n 10 11, p. 401 408.

91. Le fonti consultate non permettono di essere più precisi. Si vedano: E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 763; A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 361; Il primo mezzo secolo della Protezione della Giovane Lugano (1901 1951), Lugano, 1951, n.p.

92. In Ticino nel corso degli anni vennero aperti diversi pensionati "cattolici", il cui carattere caritativo resterebbe da verificare. Tra i molti ricordiamo qui il Pensionato Cima Norma di Dangio, retto dalle Suore Rosminiane; la Pensione Edelweiss di Lugano, aperta dai Terziari francescani per ecclesiastici provenienti dalla Germania; il pensionato femminile aperto a Lugano Casserina dalle Suore di Santa Brigida.
93. Sul sanatorio si vedano: Sanatorio bambini Medoscio. Rapporto I anno di esercizio 1933, Lugano Stazione, 1934, 31 p.; E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 696 703.

94. Cfr. E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 703 706; Fanciullezza prediletta 1926 1951 [N.U. per il 25 dell'Istituto Canisio di Riva S. Vitale], Parma, 1951, 16 p.; Istituto S. Pietro Canisio Opera Don Guanella da 60 anni a servizio dell'educazione speciale, Riva S. Vitale, 1987, n.p.; L'Istituto San Pietro Canisio Opera Don Guanella Riva San Vitale, Mendrisio, s.d., n.p.

95. E il noto autore delle "Note storiche religiose" delle chiese del locarnese, oltre che di un cospicuo numero di opuscoli devozionali.

96. Cfr. E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini cit., p. 127.

97. Cfr. Generazioni luganesi in un luogo vivente cit., p. 10

98. Formazione professionale di tipo commerciale era fornita da vari istituti educativi cattolici, ma ciò esula dal campo caritativo.

99. Notizia in Congresso diocesano cit., p. 85.

100. Cfr G. SARINELLI, La Diocesi di Lugano cit., p. 59, n. 2.

101. Così nell'opera Centenario delle Volontarie Vincenziane Lugano 1889 1989, A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Cantone Ticino cit., vol. II, p. 355 fa risalire invece la fondazione al 1881.

102. Cfr. A. CALDELARI, L'Ospedale San Giovanni di Bellinzona, Bellinzona, 1971, 119 p., 2a ed.

103. Sull'ospedale ricovero di Valle Maggia si veda soprattutto B. DONATI, L'ospedale distrettuale di Vallemaggia dal 1912 a oggi, in Pro Vallemaggia, 1976. p. 79 101. Si vedano anche: Cevio 23 24 Settembre 1922. Festa di beneficenza pro Ospedale Ricovero di Vallemaggia. Numero unico, Locarno, 1922, n.p.; V. BERNASCONI, Il problema della vecchiaia e l'Ospedale Ricovero di Vallemaggia, in: Pro Senectute, 1927 (V), p. 43 47;

104. Sull'ospedale distrettuale di Faido si vedano: G. BULLO, Problemi Regionali e Comunali. L'istituendo Ricovero Ospedale leventinese in Faido, Locarno, 1917, 79 p.; G. BULLO, Il Ricovero Ospedale del Distretto di Leventina in Faido. (Cantone Ticino Svizzera), in: Pro Senectute, 1923 (I), n 1, p. 16 21 e n 2, p. 43 46; Ricovero Ospedale del Distretto di Leventina nel venticinquesimo di sua attività. Faido 1923 1948, Bellinzona, 1949, 49p.

105. G. MONDADA, Locarno e il suo ospedale dal 1361 ai nostri giorni. Nel primo centenario dell'Ospedale "La Carità", Locarno, 1971, 99 p.

106. Cfr. U. PERUCCHINI, La Casa dei Vecchi a Locarno, in Pro Senectute, 1938 (XVI), n 2, p. 40 44.

107. Cfr. Società ticinese per l'assistenza dei Ciechi Lugano. Memoria commemorativa del 25 anno di fondazione e dell'inaugurazione dell'asilo dei ciechi in Lugano Ricordone (Fondazione Juan A. Bernasconi), Lugano, 1937, 63 p.

108. G. SARINELLI, La Diocesi di Lugano cit., p. 326.

109. Cfr. G. BISCOSSA , A. LIBOTTE, Croce Verde Lugano 1910 1985. 75 anni fra storia e cronaca, Lugano, 1985, 149 p.

110. Sull'ospedale di Lugano cfr. V. CHIESA, L'Ospedale Civico di Lugano. Dati storici e notizie. Pubblicato per cura del Comune di Lugano, Bellinzona Lugano, 1944, 144 p.

111. A. CODAGHENGO, Storia religiosa del Ticino, II, p. 354.

112. Ibid. p. 102 e 114.

113. Cfr. Città di Lugano Ricovero Comunale di Assistenza. XXV della fondazione 12 ottobre 1935, Lugano, 1936, 14 p. L'opuscolo è quasi interamente costituito da una relazione storica del direttore del ricovero Egidio Viglezio.
114. Cfr. P. AMALDI, Il Manicomio cantonale di Mendrisio in Casvegno (Cantone Ticino Svizzera). Cenni storici cenni descrittivi dati finanziari organizzazione note statistiche, Milano, 1906, 104 p.; Ospedale neuro psichiatrico cantonale Casvegno. Pubblicato in occasione del 50mo di attività 24 ottobre 1948, Bellinzona, 1948, 48 p.

115. Sull'ospedale si veda: L'Ospizio della Beata Vergine di Mendrisio 1860 1960, Mendrisio, 1960, 197 p.; a p. 158 160 figura l'elenco delle suore presenti all'ospedale.

116. Cfr. E. RISI, Ricovero distrettuale per i vecchi. (Fondazione Antonio Torriani fu Leopoldo) Mendrisio, In: Pro Senectute, 1932 (X), n 4, p. 98 101.

117. Cfr. Asilo vecchiaia Caccia Rusca in Morcote. In: Pro Senectute, 1933 (XI), n 4, p. 103 107; C. PALUMBO FOSSATI, Casa per anziani Fondazione Caccia Rusca Morcote 1877 1977, 1977, n.p.

118. Cfr. Sanatorio popolare cantonale Piotta. Pubblicato in occasione del 25 di attività 14 settembre 1947, 1947, 32 p.

119. Cfr. ad es.: Monitore ecclesiastico, 1920 (IV), p. 184: avviso in favore colletta Sanatorio popolare cantonale; Ibid., p. 205 206: Lettera del vescovo del 2 dicembre 1920 "pro sanatorio Popolare Ticinese".

120. Così A. GALLI, Notizie sul Cantone Ticino cit., vol. III p. 1297.

121. G. SARINELLI, Annuario Sacro, p. 155. È possibile che entrarono in servizio dopo il 1935.

122. Cfr. Omaggio della Associazione e della Fondazione Ospedale Ricovero Capriaschese in Tesserete, Lugano, s.d.

123. Come abbiamo visto più sopra trattando dell'Ospedale di S. Giuseppe.

124. Congresso diocesano cit., p. 111.

125. Cfr. L'Ospedale Italiano di Lugano (Viganello) 1900 1926, Lugano, 1926, 49 p.

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NOTE SULL'EVOLUZIONE DELL'ASSISTENZA E DELLA LEGISLAZIONE SOCIALE NEL CANTON TICINO

di Antonio Lepori

1. Il XIX secolo: emergenze, esitazioni e rinvii

Nei primi decenni della sua esistenza il Ticino, alle prese con una serie di problemi che si manifesteranno per buona parte del secolo (tra cui citeremo solo quello dell'approvvigionamento cerealicolo, cronico viste le condizioni dell'agricoltura e perennemente condizionato dall'andamento delle relazioni con la Lombardia), non accordò grande importanza a quello che oggi definiremmo l'aspetto sociale della legislazione. Tutto ciò era dovuto più che all' esiguità delle risorse del Cantone a una mentalità di cui ritroveremo diverse tracce più avanti contraria o nel migliore dei casi scettica nei confronti di ogni intervento statale in questioni che da secoli erano state regolate più o meno bene dalla carità privata o dalle comunità locali. Rimasto estraneo al processo di industrializzazione iniziatosi in alcune regioni dell'Altopiano, il Ticino non conobbe mai i fenomeni di proletarizzazione e miseria diffusa che altrove accompagnarono il massiccio esodo rurale verso le città. Lo spezzettamento della proprietà e la presenza di beni patriziali a volte notevoli contribuiva a evitare che la vita stentata di buona parte della popolazione assumesse i caratteri della miseria, e se l'importanza dell'emigrazione che nel corso del secolo passò sempre più frequentemente da stagionale a definitiva testimoniava delle precarie condizioni di molti, essa veniva per lo più considerata come una fatalità inevitabile o addirittura benefica nella misura in cui scongiurava la diffusione del pauperismo. La situazione e la mentalità di quei decenni sono ben sintetizzate da un nostro storico:

"La popolazione, composta da contadini ed artigiani emigranti, sembrava ancora al riparo dai nefasti effetti della civiltà industriale e, sebbene nel cantone fosse assai diffusa una certa povertà, essa appariva in genere dignitosa e sopportabile, mostrava in pochi casi i connotati vergognosi della miseria, e solo in circostanze eccezionali, in seguito a qualche calamità, assumeva le preoccupanti dimensioni del pauperismo. Anche i governanti ticinesi condivideva no le opinioni allora dominanti che fosse pericoloso e controproducente per lo Stato assumere troppo estese funzioni assistenziali e che non fosse lecito, se non in circostanze eccezionali, promuovere una politica di incisivi interventi sociali. La società andava lasciata nei suoi naturali equilibri e lo stato doveva intervenire solo per ristabilirli qualora fossero stati profondamente turbati o si presentassero seri pericoli per l' ordine pubblico o minacce di degenerazione morale e fisica della popolazione: per il resto bastava provvedere con l' educazione del popolo, la previdenza individuale, la carità privata" (1).

Questo spiega perché il più delle volte gli interventi dell' autorità cantonale deriveranno come vedremo da circostanze eccezionali ed avranno spesso carattere temporaneo, In quest'ottica, era evidente che l'assistenza venisse concepita soprattutto a livello comunale, e sarà al comune che la costituzione del 1803 ne attribuirà l'obbligo. La giovane istituzione comunale, eredità lasciata dall'influenza delle idee rivoluzionarie, si era per così dire sovrapposta a quella patriziale, ben più radicata e che conserverà una notevole importanza anche nel nostro ambito di indagine: basti pensare che solo la legge del 1944, trasferendo gli oneri assistenziali al Cantone, sopprimerà il ruolo dei beni patriziali nel finanziamento dell'assistenza. Non stupisce quindi che la costituzione ne facesse carico al domicilio di attinenza, né che vi assumessero un ruolo sia i beni patriziali che il fuocatico (tassa riscossa dal comune di origine). L'aver ancorato nella Legge fondamentale questo principio non bastava peraltro ad assicurare una soluzione soddisfacente del problema, in particolare a causa della scarsità di mezzi di controllo a disposizione del Cantone; solo verso la metà del secolo l'aumento di potere dei commissari di governo e più tardi il rafforzamento delle condotte mediche permisero di ovviare almeno in parte agli abusi più gravi. Basti dire che fino alla fine del secolo la pratica del mantenimento a rotazione degli indigenti da parte di alcune famiglie sussistette in diversi comuni, senza contare gli innumerevoli litigi legati all' attribuzione di poveri "contestati" (2). Forse anche a causa delle altre spese a cui dovevano far fronte (in particolare quelle di culto e scolastiche, pure sovente trattate con estrema parsimonia) diversi comuni cercarono di restringere la libertà di domicilio per evitare di doversi far carico di potenziali indigenti non patrizi (3). Anche la disposizione di legge che prevedeva l'istituzione di un fondo comunale dei poveri che sarebbe stato alimentato coi proventi delle multe e delle tasse di naturalizzazione fu largamente disattesa, se si considera che verso la fine del secolo solo 43 comuni su 263 l'avevano applicata; neppure la Legge comunale del 1832 (che proibendo di mendicare al di fuori del proprio comune negava implicitamente il carattere obbligatorio dell'assistenza e che stabiliva che i mendicanti fossero ricondotti al loro comune che avrebbe potuto obbligarli a lavorare) produsse grandi cambiamenti.

Gli anni che precedettero la guerra del Sonderbund e la Costituzione federale del 1848 furono caratterizzati da una maggiore attività, dovuta almeno in parte alle rovinose alluvioni della fine degli anni Trenta. Così nel 1841 venne istituito un fondo di soccorso destinato alle vittime di catastrofi e finanziato da multe e da due collette annuali (svolte a quanto pare senza grande zelo; si sarebbe dovuto attendere il 1896 perché il finanziamento del fondo venisse assunto dal Cantone). All' interno del Consiglio di Stato fu poi creata una commissione cantonale di beneficenza, mentre facilitazioni come l'esenzione delle spese giudiziarie furono accordate a poveri e orfani. Il provvedimento più importante di questo periodo fu l'istituzione delle condotte mediche, che si scontrò come era già stato il caso per la vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo un decennio prima con forti resistenze e con una radicata diffidenza. A determinare il destino di questa legge concorsero in maniera decisiva le epidemie di colera che nei primi due terzi del secolo colpirono ad intervalli più o meno regolari la parte meridionale del cantone. Una di queste, nel 1854 55, contribuì ad accelerare l'applicazione della legge, ma bastarono pochi anni perché il Gran Consiglio decidesse contro il parere del governo la loro soppressione nel 1862, e solo una seconda epidemia fece compiere al Legislativo un completo voltafaccia che portò addirittura ad un ampliamento delle loro competenze di vigilanza nell'ambito del lavoro; a quest'istituzione si aggiungerà nel 1888 il Codice sanitario cantonale. Da notare tra l'altro che, dal punto di vista politico, fino al 1863 in Ticino esistette il suffragio censitario: dunque i poveri (ma anche molte persone di reddito medio e medio basso) nei primi sessant'anni di vita del nostro cantone non furono considerati cittadini attivi.

I primi anni dello Stato federale furono particolarmente problematici per il Ticino, privato delle entrate doganali e costretto a far fronte alle pesanti conseguenze della repressione dei moti del 1848 nell'Italia settentrionale, che provocò il blocco delle importazioni di cereali e successivamente l' espulsione dei ticinesi dalla Lombardia. Le pesanti conseguenze sul piano sociale furono aggravate dalla malattia delle patate, che in quegli stessi anni avrebbe spopolato l' Irlanda. Il Consiglio di Stato reagì all'emergenza promuovendo alcuni lavori pubblici (di cui restano tracce nel Bellinzonese); nel contempo una nuova Legge comunale nel 1854 regolamentava l'assistenza in modo più preciso. La proibizione di mendicare diventava assoluta, il che può essere indirettamente interpretato come un segno della volontà di far applicare più strettamente la legge. Il 27 novembre 1855 veniva poi emanata la prima legge ticinese sull'assistenza, che confermava il principio dell'obbligo del comune di mantenere i propri attinenti assolutamente poveri ed incapaci al lavoro. Il comune, oltre a doversi occupare degli esposti trovati sul suo territorio il che provocò diversi casi di esposizione in più luoghi avrebbe dovuto assistere chiedendo poi il risarcimento gli ammalati non trasportabili di altri comuni e avrebbe potuto decurtare, in caso di ozio o vizio, i contributi ai poveri.

Poco successo ebbero in quegli anni gli sforzi volti a limitare gli abusi legati all'emigrazione in netto aumento e spesso diretta verso paesi lontani come gli USA e l'Australia; una legge restrittiva votata nel 1855 fu applicata in maniera blanda, a dimostrazione del fatto che l'emigrazione era generalmente considerata un male necessario, e la questione non migliorò che con la nuova Costituzione federale del 1874.


2. Verso un approccio più globale

Nell'ultimo terzo del secolo l'intervento cantonale, sollecitato in parte da disposizioni federali, si indirizzò verso categorie più specifiche di bisognosi: si assistette quindi a una diversificazione degli interventi, legata alla progressiva presa di coscienza della necessità di un' azione più puntuale, i cui primi beneficiari saranno gli orfani e i pazzi. La condizione di questi ultimi, "trattati peggio delle bestie" (4), era particolarmente miserabile: della fondazione di un Manicomio cantonale si iniziò a parlare nel 1868, quando l'Ospedale Beata Vergine di Mendrisio (inaugurato nel 1860 grazie a un lascito del conte A. Turconi), che fungeva da Ospedale cantonale, fu esentato dalle imposte sulla rendita in questa prospettiva. Dopo aver raccolto parecchi fondi il governo preferì però nel 1884 concludere una convenzione col manicomio di Como che ritardò il progetto di un decennio. Negli stessi anni il Consiglio di stato istituiva dieci borse di studio per sordomuti poveri. Quanto agli orfani e ai bambini abbandonati, che per decenni erano stati trasferiti in Lombardia in condizioni spesso spaventose (5) , una legge del 1869 impose ai comuni dove fosse avvenuto il ritrovamento di fornir loro un cognome e l'attinenza: questi provvedimenti permisero, provocando ricerche più approfondite, di ridurre notevolmente la piaga degli abbandoni. Negli anni Ottanta furono poi accordati sussidi cantonali all'istituto per discoli del Sonnenberg e successivamente agli asili infantili riconosciuti dal cantone. Intanto la scuola ticinese, pur in mezzo a molte difficoltà economiche (e ideologiche), si sforzava sempre di più di diffondere l'alfabetizzazione tra i giovani, infatti molti ragazzi in età scolastica dovevano svolgere lavori per contribuire a sostenere la famiglia in campagna o nelle fabbriche. Nei libri di testo si parlava spesso di povertà e miseria, adottando in genere un approccio molto tradizionale: solidarietà e benevolenza per i poveri "senza colpa" e disprezzo e disonore per i poveri a causa dei propri "vizi morali" (alcool, gioco, ...). Per combattere la povertà i testi scolastici predicavano il lavoro e il risparmio; alcuni, a partire dall'inizio del nostro secolo, cominciavano a proporre delle prime misure di previdenza sociale (6).

Un settore in cui la legislazione cantonale restò costantemente arretrata, anche e soprattutto rispetto a quella federale, fu quella del lavoro, in ossequio al dogma del liberalismo economico:

"La stagione della legislazione sociale tendente a proteggere gli operai e specialmente i bambini impiegati negli opifici fu inaugurata tardivamente, risultò assai blanda ed ebbe brevissima durata. Per parecchio tempo le autorità ignorarono il problema, negarono la necessità di qualsiasi intervento e perfino l' utilità di qualche inchiesta negli opifici poiché le fabbriche erano poche e le condizioni di lavoro facili a controllarsi" (7).

Fu così che il Ticino non diede seguito nel 1869 all'invito federale a svolgere un'inchiesta nelle fabbriche, malgrado la notevole diffusione del lavoro minorile. Anche i provvedimenti presi per limitare l'emigrazione stagionale dei piccoli spazzacamini, diffusa soprattutto nel Locarnese, ebbero scarso effetto nella misura in cui la proibizione dell'emigrazione per i minori di 14 anni fu accompagnata dall'abbassamento dell'età lavorativa a 12 anni. Quando poi la legge federale sulle fabbriche del 1877, resa possibile dalla nuova Costituzione federale, riportò il limite a 14 anni e introdusse la giornata lavorativa di 11 ore, i proprietari delle manifatture di seta ticinesi fecero pressione sul Consiglio di stato perché chiedesse una deroga, ottenuta nel 1880 e prorogata fino al 1898 (8).

Negli ultimi decenni del secolo, anche in seguito alla crescente mobilità della popolazione, si cominciò a parlare di una revisione della legge sull'assistenza che sgravasse almeno in parte i comuni di attinenza. Un progetto di legge del 1874 che prevedeva il passaggio degli oneri al comune di domicilio dopo vent'anni di permanenza non ebbe seguito, come pure due mozioni del decennio successivo, una delle quali proponeva addirittura il trasferimento completo degli obblighi al comune di residenza: i tempi non erano decisamente ancora maturi. Da notare intanto che, a livello internazionale, la Germania negli anni Ottanta inaugurava per prima una moderna politica sociale, con una serie di leggi sull'assistenza, sull'assicurazione malattia, sull'assicurazione infortuni e sulle pensioni (9).

In questo periodo la lentezza della costruzione di una legislazione sociale nel nostro cantone fu dovuta anche a cause politiche, legate in primo luogo al clima di aspra lotta che caratterizzò buona parte degli anni Ottanta e che culminò l' 11 settembre 1890 con il rovesciamento violento del governo. Particolarmente severo a questo riguardo è il giudizio di Bertoni, lui stesso protagonista di quegli anni:

"... sebbene il legislatore non abbia finora accordato alla bisogna quella cura che avrebbe dovuto, è generalmente riconosciuto che ad una riforma si debba addivenire. E più lo sarebbe, se il paese nostro non fosse eccezionalmente infesto da quella peste che sono i politicanti, a null'altro intesi che ad assordare il popolo con vecchi e sterili frasi, per intontirne il naturale intendimento, a sollecitare i pregiudizi per farsene sgabello a mire ambiziose, a intorbidare la coscienza con insane passioni, ad esaurirne le forze con sterili lotte, a fargli insomma tutto il male possibile sotto veste di procacciare la libertà e la sua salvezza in questo e nell'altro mondo." (10)

Negli anni Novanta il sistema proporzionale, imposto da Berna contro il parere di entrambi gli schieramenti tradizionali, cominciò a tradursi in una maggiore collaborazione tra le correnti più possibiliste dei partiti: espressione di questo pragmatismo fu il governo Simen, esecrato dagli oltranzisti e dagli ideologhi delle due parti ma che riuscì in questo nuovo clima politico a far adottare diversi provvedimenti ampiamente necessari. In questi anni fu elaborato anche il progetto di riforma della legge sull'assistenza, che dopo un iter travagliato sarebbe stato votato nel gennaio del 1903 (11).

Negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo l'affermarsi di una certa sensibilità sociale in Ticino fu tra l'altro favorita da un lato dalla costituzione delle prime organizzazioni socialiste (nascita del PST nel 1900), dall'altra dagli inizi dell'associazionismo cristiano sociale nel solco della Rerum Novarum, pubblicata nel 1891 (le prime Leghe operaie cattoliche sorgono nel Locarnese e nella Leventina attorno al 1902 1903); già in precedenza alcune categorie professionali avevano cominciato a dotarsi di casse di mutuo soccorso.


3. Dal 1903 alla seconda guerra mondiale: avanti a piccoli passi

Si assistette in questo periodo a un timido sviluppo della legislazione sociale federale, per esempio all'adozione della legge sull'assicurazione malattia del 1911 e all'accettazione del principio dell'AVS nel 1925 (ma la legge deve attendere il 1947...). Il primo conflitto mondiale con la tragica appendice della grippe del 1918 aggravò nuovamente il problema della povertà (12), che il Consiglio Federale cercò di alleviare con la costituzione di un fondo speciale destinato alle famiglie rovinate dalla guerra; da ricordare che nel 1918 1920, di fronte alle agitazioni e alle richieste del movimento dei lavoratori, il Consiglio Federale dovette concedere o perlomeno promettere una serie di miglioramenti nel campo sociale.

Torniamo alla nuova legge sulla pubblica assistenza del 1903. In essa veniva ripreso il principio del passaggio degli obblighi al comune di domicilio trascorso un periodo di vent'anni: quanto al Cantone, rinunciando ad assumersi direttamente questi oneri, si addossava l'assistenza dei confederati e degli stranieri poveri (per quanto riguarda i confederati, durante il primo conflitto mondiale il Ticino aderirà ad un concordato intercantonale sull'assistenza, che sarà modificato in seguito più volte). Rispetto al progetto governativo del 1894, la legge rinunciava alla distinzione tra indigenti (permanenti) e bisognosi (temporanei), come pure ad includere tra gli scopi dell' assistenza la ricerca del lavoro ai disoccupati; anche per la concessione di sussidi ai comuni più gravati da spese assistenziali si sarebbe dovuta attendere la legge successiva del 1931. Bisogna per contro segnalare la maggior preoccupazione per i fanciulli, di cui si provvedeva al collocamento, la frequentazione di una scuola e l'apprendimento al lavoro.

Sul piano cantonale la legge sull'assistenza del 1903 pur apportando alcuni miglioramenti non aveva potuto sopprimere che parzialmente gli abusi ricorrenti a livello comunale e di cui troviamo diverse tracce; il governo deplorava tra l'altro il fatto che i comuni tendessero a largheggiare sugli aiuti (rimborsabili) a confederati e forestieri, lesinando invece su quelli ai ticinesi. Già in quegli anni si levarono voci in favore dell'assunzione da parte del Cantone della ripartizione e versamento dei fondi, un'incombenza che era però ancora sproporzionata ai suoi mezzi, malgrado l'aumento delle competenze dei commissari in seguito all'adozione del Codice civile federale.

Il Gran Consiglio il 16 maggio 1904 approvò una legge sul lavoro, in pratica un regolamento di applicazione della legge federale di due anni prima. Questo nuovo regolamento, di carattere innovativo, concedeva anche un sussidio di 1500 franchi alla Camera del Lavoro perché il segretario della stessa assumesse il controllo dell'applicazione della legge sul lavoro, tenendo informato il Consiglio di Stato con periodici rapporti; in pratica si trattava di un riconoscimento esplicito dell'organizzazione operaia ufficialmente "neutra" ma di fatto di ispirazione socialista (13) (proprio in quegli anni sorgevano intanto le prime organizzazioni operaie cristiano sociali; l'OCST, sorta nel 1919, ricevette il medesimo sussidio della Camera del Lavoro però solo nel 1944).

All'inizio degli anni Venti la creazione del Sanatorio cantonale di Piotta, in seguito, permise di venire incontro ad un' altra categoria sfavorita; in questo stesso periodo si riprese a discutere della legge sull'assistenza, che fu l'oggetto nel 1930 di due votazioni popolari. Nella primavera di quell'anno il Gran Consiglio contrappose all'iniziativa socialista che prevedeva il passaggio completo allo Stato degli oneri assistenziali un controprogetto; entrambi caddero in votazione (14), ma l'esigenza di una riforma era ormai diffusa e trovò espressione il 19 settembre 1931 in una nuova legge che si ispirava in parte al controprogetto respinto. Esso rappresentava un piccolo ma ulteriore passo verso la cantonalizzazione dell'assistenza, in quanto il Cantone rimborsava ai comuni la metà delle spese legate ai ricoveri al Sanatorio o Manicomio cantonale e di quelle relative ad orfani, illegittimi, abbandonati o persone di età superiore ai 65 anni (15). Veniva inoltre costituito un fondo cantonale di 75.000 franchi destinato ai comuni particolarmente gravati da spese legate ai poveri. Nel 1936 il sistema veniva poi reso più flessibile con un sussidio ai comuni dal 25% al 75% a seconda dei casi. Ogni comune era peraltro tenuto esplicitamente (e, visti i precedenti, questa disposizione non era certo superflua) ad istituire un Fondo d'assistenza con capitale dichiarato intangibile alimentato oltre che da tasse di attinenza e multe, dalle quote spettanti ai comuni sulle tasse di successione.

Ben presto i tempi, complice la guerra e la delicata situazione sociale derivantene, furono maturi per un passo successivo, che per la prima volta avrebbe posto il Ticino all'avanguardia rispetto ad altri cantoni (16). L'iniziativa partì dai sindacati. Il 7.11.1940 l'OCST e la Camera del Lavoro avevano costituito la Comunità Sindacale Ticinese (CST), sorta di alleanza strategica, visti i tempi, per un'opera comune in favore della classe lavoratrice. Dopo un lavoro preparatorio di vari mesi la CST il 10.1.1942 spediva al Consiglio di stato un dettagliato progetto di legge sull'assistenza pubblica; l'8 luglio successivo Masina, Zeli e altri parlamentari vicini ai sindacati presentavano una mozione per spingere il governo a preparare una nuova legge sulla pubblica assistenza. I motivi addotti erano le reiterate difficoltà finanziarie di alcuni comuni (17) e in genere l'aggravamento della situazione sociale legato alla mobilitazione e alla guerra. Il Dipartimento degli Interni nominava allora una Commisssione speciale, che riunitasi a Frasco nel luglio del 1943 elaborò un progetto rispetto al quale il Consiglio di stato propose e ottenne poi modifiche concernenti il finanziamento, per il quale fu prevista accanto alle entrate consuete un'imposta dell'1,5 per mille che sarebbe stata percepita dai comuni. L'importanza della legge non era legata soltanto al fatto che essa rappresentava in pratica la conclusione di un lungo processo iniziatosi quarant' anni prima, né al suo carattere progressista. Una parte importante della legge, che affermava fortemente nei primi articoli il principio di sussidiarietà sottolineando il ruolo della famiglia, era dedicata alle misure preventive, che interessavano tra gli altri i disoccupati e che miravano ad evitare la diffusione di fenomeni quali malattie contagiose ed alcoolismo. Se i comuni erano definitivamente liberati dagli oneri finanziari, essi mantenevano attraverso la creazione di una commissione comunale di assistenza diverse competenze ed in particolare quella di segnalare, con preavviso, le domande all'autorità cantonale e di sorvegliare l'uso che veniva fatto dei sussidi da parte degli assistiti con possibilità di sopprimerli; il Cantone, oltre a disporre dei fondi comunali destinati in precedenza all'assistenza (legati, donazioni e beni stabili esclusi), stanziava annualmente la somma di 500.000 franchi. L'adozione della legge da parte del Gran Consiglio il 17 luglio 1944 può essere un po' considerata per quanto riguarda il nostro tema come la fine di un epoca, ma essa costituiva anche la base sulla quale si sarebbe sviluppato nei decenni del dopoguerra un intervento sociale tempestivamente adattato alle esigenze di una società segnata da cambiamenti sempre più rapidi.

4. Verso il presente: la costruzione dello Stato sociale

La seconda guerra mondiale rappresenta, a livello federale (18), un primo importante momento di intervento dello Stato nel sociale, sotto l'esigenza della solidarietà nazionale. È risaputo che la costruzione della sicurezza sociale, nel nostro paese, avviene con lentezza e pragmatismo, e risale al dopoguerra; lungi dall'essere completa, è sicuramente ancora molto perfettibile (è noto, tra l'altro, che la Svizzera per le spese sociali consacra una parte del suo reddito nazionale nettamente minore rispetto alla media dei paesi della OCDE).

In Ticino nell'immediato dopoguerra a livello cantonale non si registrano subito particolari progressi nella legislazione sociale. Sono ancora le organizzazioni sindacali che, con le loro azioni e anche con una serie di scioperi piuttosto importanti (tra cui quello dei falegnami nell'estate del 1949, durato ben tre mesi) riescono in alcune professioni a migliorare le condizioni di lavoro e gli stipendi. Nel campo socio sanitario nel 1949 è da segnalare la costituzione, presso il Dipartimento d'igiene, del Servizio cantonale di igiene mentale (SIM), divenuto necessario dalla constatazione dell'aumento dei vari disturbi di origine nervosa e mentale e dalla necessità di un'opera di prevenzione.

Senza alcuna pretesa di completezza vediamo ora in sintesi alcune delle principali tappe della costruzione dello Stato sociale nel Ticino.


4.1. Gli assegni familiari

Un tema molto importante, portato avanti in particolare dalle forze dell'area cattolica, è quello della difesa della famiglia. Nella votazione del 25.11.1945 il popolo svizzero accetta l'art. 34 quinquies della Costituzione federale, detto di protezione della famiglia, che è il controprogetto delle Camere su un'iniziativa popolare degli ambienti cattolici presentata tre anni prima; il nuovo articolo autorizza, fra l'altro, a legiferare in materia di assegni familiari. In Ticino già il 21.11.1940 una mozione Masina invita il governo a presentare una legge per delle allocazioni familiari obbligatorie. Il 13.10.1949 è poi la volta di Visani (19) a presentare una mozione per un progetto di legge sugli assegni familiari in favore dei salariati. A questo punto una parte non piccola di contratti collettivi, oltre agli impieghi pubblici, prescrivono degli assegni familiari, si tratta quindi di riparare a una disparità sociale. La Legge cantonale sugli assegni familiari ai salariati (LAF) viene dunque adottata il 22 luglio 1953. Le indennità spettano alla Casse di compensazione, la cui istituzione è opera del Cantone o delle associazioni professionali; l'aliquota minima è di 10. franchi mensile per figlio. La LAF (poi più volte migliorata) pur in modo molto timido contribuisce così a una politica di protezione della famiglia (politica particolarmente lacunosa ancora adesso...).


4.2. La costituzione del Dipartimento delle Opere Sociali (DOS)

Alla fine degli anni '50 il vecchio Dipartimento d'Igiene è ormai inadeguato a far fronte a tutta la nuova e vastissima problematica del campo sociale e sanitario. Il Cantone, finalmente, capisce di doversi assumere la sua responsabilità nei confronti dei più bisognosi. La creazione del DOS nel 1959 è quindi importante, seppur tardiva: il ritardo accumulato in questi settori non sarà facilmente recuperabile, e di fatto i singoli provvedimenti legislativi avverranno sotto il segno dell'urgenza, senza una visione politica globale. Nel 1963 entra in funzione il Servizio Sociale Cantonale, con una serie di assistenti sociali a disposizione dei vari enti statali e privati. Negli anni seguenti vengono poi istituiti altri servizi sociali: quello del Penitenziario nel 1967, il Servizio psico sociale (SPS) e il Servizio medico psicologico (SMP) nel 1969 si tratta di una suddivisione del vecchio SIM il Servizio di Patronato nel 1972, ecc.

4.3. La Legge per la protezione della maternità, dell' infanzia, della fanciullezza e dell' adolescenza (LPMI) del 1963

Fino agli inizi degli anni '60 la cura di minorenni orfani, abbandonati o deboli in pratica è assunta da istituti retti da enti privati (Congregazioni, Fondazioni, Associazioni) caritativi e religiosi. L'inchiesta promossa dal DOS nel 1959 60 mette in rilievo la grave situazione in cui versano molte centinaia di ragazzi nel nostro cantone, proprio perché la pur generosa attività dei vari istituti privati non può garantire le adeguate cure a tutti i ragazzi bisognosi (20). Si arriva così, proprio per i cambiamenti della società, a concepire una legge sulla protezione della maternità, dell'infanzia e dell' adolescenza, che esprime la volontà dello Stato di promuovere l'azione di prevenzione per le gestanti, le madri e i bambini, e di assumere la protezione di determinate categorie di minorenni: lo Stato promuove e coordina l'assistenza sociale a favore della maternità e dei minorenni, dice l'art. 1. della legge. In particolare a carico del bilancio dello Stato vi sono il versamento di assegni di natalità, il sussidio a colonie estive, l'aiuto all' esercizio di poliambulatori, la creazione e la gestione di istituti pubblici, il sussidio di istituti comunali e privati, l'aiuto alla formazione del personale, ecc. La LPMI del 15.1.1963 è dunque una legge importante nella costruzione del nostro Stato sociale, e dà l'avvio a numerosi altri interventi in questo campo.


4.4. La legge sull'assistenza sociale dell' 8.3.1971

Malgrado tutti i miglioramenti legislativi e assicurativi alla fine degli anni Sessanta nel nostro cantone ci si rende conto che si è ben lungi da una sicurezza sociale globale. Già con una legge del 24.3.1966 (modifica di alcuni articoli della legge tributaria) gli oneri finanziari derivanti dall'applicazione della legge sulla pubblica assistenza sono posti a carico del bilancio ordinario dello Stato. Si sente poi la necessità di cambiare tutta l'ormai vecchia legge sull'assistenza pubblica del 1944, introducendo alcune novità importanti, tra le quali appunto la trasposizione dei diritti finora spettanti ai Comuni direttamente allo Stato (i Comuni mantengono però una funzione importante nell' informazione, nel preavviso, nella vigilanza). Già il titolo della legge è significativo; non più "assistenza pubblica" ma "assistenza sociale". "L'assistenza sociale non è carità, ne beneficenza, non è neppure un mezzo di frenare moti incomposti di masse lavoratrici insoddisfatte: l'assistenza è un dovere (21), un obbligo della collettività verso quei membri di essa che si trovano in condizione disagiate, e quindi si risolve in un vantaggio della collettività stessa, perché il benessere della parte non può che contribuire al benessere del tutto" afferma tra l'altro il messaggio del 5.6.1970 che accompagna la nuova legge. Tra le altre novità, da segnalare la scomparsa del principio di sussidiarietà (la legge del 1944 dichiarava, nell'art. 1., come fosse la famiglia a dover provvedere prima di tutto ai bisogni materiali e morali dei propri membri; nella nuova legge l'art. 4. stabilisce che le prestazioni assistenziali sono di regola dovute allo Stato indipendentemente da qualsiasi obbligo assistenziale tra parenti) e il diritto del cittadino indigente di essere sentito e quindi di poter motivare la propria situazione. La legge del 1971 innova profondamente la situazione della vecchia assistenza pubblica, e abbandonata l'impronta caritativa si fa assistenza sociale gestita dallo Stato e prende anche un carattere di previdenza sociale, pur restando complementare ad altre istituzioni caritative.


4.5. La politica a favore degli anziani: la legge del 25.6.1973

Altro tema importantissimo è quello dell'assistenza agli anziani, in un'epoca caratterizzata da un forte invecchiamento della popolazione. Di fronte alla mancanza di interessamento pubblico fino agli anni '60 la cura degli anziani è, anche in questo settore, opera di istituti caritativi privati, soprattutto religiosi, con qualche casa di riposo comunale. Un'indagine del DOS del 1962 mette alla luce una situazione di grande inadeguatezza delle strutture esistenti (il bisogno reale è molto maggiore di quello a cui possono far fronte gli istituti privati) e scatta di nuovo il criterio dell'urgenza. Con un decreto legislativo del 10.7.1963 il Cantone provvede a garantire la concessione di sussidi per la costruzione di nuove case di riposo e l'ammodernamento e l'ampliamento di quelli esistenti.

Quest'azione, pur positiva, risulta insufficiente (22) e agli inizi degli anni Settanta dopo una serie di studi sulla questione, si decide una nuova legge di aiuto agli anziani. Questi ne sono i principali punti: il potenziamento e la coordinazione di appartamenti protetti e di case di riposo; la facilitazione del buon funzionamento degli alloggi protetti e delle case di riposo e il perfezionamento delle prestazioni assistenziali; il promovimento di servizi ambulatoria li e domiciliari di assistenza specialistica e di aiuto infermieristico, domestico e ricreativo; il potenziamento della formazione del personale. La legge sul promovimento, il coordinamento e il sussidiamento delle attività sociali a favore delle persone anziane del 1973 permette quindi al Cantone di assumere un ruolo attivo e di favorire delle necessarie iniziative territoriali nei confronti di una parte importante e sempre crescente della nostra popolazione, a lungo dimenticata dallo Stato. Vi sono poi altre importanti leggi cantonali di portata sociale (per esempio la legge sulle colonie del 1973, la legge del 1979 atta a favorire l'integrazione sociale e professionale degli invalidi, quella sugli ospedali pubblici del 1982, la legge sull'assistenza sociopsichiatrica del 1983, quella per il promovimento di abitazioni del 1986, ecc.) che completano il quadro dell'attuale nostro Stato sociale. Da ricordare ovviamente inoltre le fondamentali leggi a livello nazionale. Dal 1986 la Confederazione è competente in tutti i settori della sicurezza sociale, ad esclusione dell'assistenza sociale e degli assegni familiari (e della salute, riservate alcune disposizioni); la legislazione federale in materia comprende l'AVS con le prestazioni complementari, l'AI, la previdenza professionale, l' assicurazione contro gli infortuni, l'assicurazione malattia, le indennità di perdita di guadagno in caso di servizio militare o di protezione civile, l'assicurazione disoccupazione, gli assegni familiari per agricoltori, l'aiuto all'alloggio. Abbiamo sinteticamente schizzato, senza alcuna velleità di completezza, il cammino dalla carità privata e comunale all'assistenza pubblica e allo stato sociale del nostro cantone. Auguriamoci che la nostra legislazione sociale sappia rispondere alle nuove e gravi sfide presenti (crisi del welfare state, nuove forme di povertà, crisi economica e finanziaria, ...) in maniera coraggiosa.


Antonio Lepori, nato nel 1964, è licenziato in storia moderna e contemporanea all'università di Friburgo. È docente di storia al liceo cantonale di Locarno.
Note

1. R. CESCHI, Legislazione sociale. In Scuola Ticinese 102, dicembre 1982, p. 20.

2. Secondo Brenno Bertoni, autore nel 1894 di uno studio sulla pubblica assistenza nel Ticino, due terzi delle liti tra comuni riguardavano questo argomento.

3. La tendenza a "scaricare" soggetti considerati pericolosi per il buono stato delle finanze comunali sarà dura a morire, se si pensa che ancora nel 1944 (cfr. più avanti, nota 13) una commissione del Gran Consiglio parlerà della tendenza di alcuni comuni a favorire l'esodo verso i centri.

4. R. TALARICO, Il cantone malato. Igiene e sanità pubblica nel Ticino dell' Ottocento, Lugano 1988, p. 113.

5. R. CESCHI, Ottocento Ticinese, Locarno 1986. Alle pagine 137 138 parla di una mortalità attorno al 75 % nell'ospizio di Como.

6. Cfr. le interessanti osservazioni a proposito presenti in G. CAIROLI, Libri di scuola ticinesi 1880 1930, Bellinzona 1992, pp. 111 119.

7. R. CESCHI, Legislazione sociale, op.cit., p.20.

8. Quando il Consiglio Federale rifiutò di mantenere oltre questo regime d' eccezione molti industriali si trasferirono oltre confine.

9. Per un confronto sull'evoluzione e sullo sviluppo della legislazione sociale nei paesi europei vedi, per es. J. ALBER, Dalla carità allo stato sociale, Bologna 1987.

10. B. BERTONI, Della pubblica assistenza, Bellinzona 1894, p. L'autore proponeva tra l'altro una legge basata su un sistema di consorzi analogo a quello delle condotte mediche, idea interessante ma che non fu considerata.

11. Il Conto Reso del Consiglio di Stato 1901, alla p. 127 menziona il caso di comuni che si erano rifiutati di assistere bisognosi anche dopo un'intimazione da parte dell'autorità comunale; in questi anni del resto il governo esprimerà il timore che l'adozione della legge del 1903 provochi l'espulsione dei poveri prossimi al ventesimo anno di residenza.

12. È noto che il successo numerico (almeno nelle grandi città della Svizzera interna) dello sciopero generale del novembre 1918 fu dovuto a una reale situazione di disagio sociale e politico dei lavoratori; dei 250 300.000 partecipanti allo sciopero una buona parte di operai non era certamente né socialista né, soprattutto, comunista.

13. "La legislazione sociale nel Ticino nasceva così sotto la pressione della classe operaia organizzata, ma senza che i suoi dirigenti politici e sindacali vi avessero parte diretta"; così commenta a proposito GUIDO PEDROLI, Il socialismo nella Svizzera italiana, Milano 1963, p. 73.

14. Nel febbraio del 1931 l'iniziativa aveva prevalso per 7922 voti contro 7196, ma era poi stata respinta in marzo con 10698 voti contro 8144; per il rigetto era stato determinante il voto dei centri maggiori, nei quali verosimilmente l'assistenza era meglio organizzata.

15. Nello stesso 1931 il Ticino respinse malgrado l'invito del governo il progetto di legge sull'AVS (il cui principio era stato inserito nella costituzione sei anni prima), accolto solo da due cantoni e mezzo.

16. Stando al rapporto della Commissione speciale (Processi verbali del Gran Consiglio, sessione primaverile 1944, p .161) il Ticino sarebbe stato il primo cantone ad assumersi completamente gli oneri assistenziali.

17. Il già citato rapporto della Commissione speciale segnalava le molte difficoltà che la legge avrebbe risolto. Per molti comuni i carichi dell'assistenza costituivano il maggior bilancio; bastava la presenza di una famiglia affetta da malattie inguaribili (la demenza, la paralisi, ecc.) per compromettere definitivamente la situazione finanziaria di un comune. Si rilevavano poi le grandi differenze sia a livello di carichi che di soccorsi tra un comune e l'altro.

18. Anche a livello cantonale vi sono dei miglioramenti su singole questioni; si può citare almeno la legge sull'obbligatorietà dell' assicurazione contro la disoccupazione, approvata dal Gran Consiglio il 21.4.1943.

19. Da notare che le organizzazioni sindacali di ispirazione socialista negli anni '30 e ancora negli anni '40 tempo avevano mantenuto delle riserve sulla rivendicazione degli assegni familiari, tipica del movimento cristiano sociale.

20. Gli istituti hanno vissuto di lasciti, doni e della minuta beneficenza pubblica, potendo prestare per le persone bisognose cure prevalentemente sanitarie e non potendo sviluppare con mezzi idonei la possibilità di un recupero teso a una loro reintegrazione sociale, dice tra l'altro un documento del DOS del 29.1.1974 (Messaggio no. 1941).

21. "Lo Stato provvede, nel rispetto della dignità e dei diritti della persona, all'attribuzione delle prestazioni sociali stabilite dalla legislazione federale o cantonale e, in particolare, all'assistenza di quanti stanno per cadere o siano caduti nel bisogno" recita l'art. 1. della nuova legge.

22. Nell'accavallarsi dei bisogni sociali degli anni Sessanta una netta prevalenza è stata data al problema dei minorenni, e gli aiuti concreti per le persone anziane sono stati limitati; questa è una considerazione del messaggio 1868, del 15.11.1972, del Consiglio di Stato, che accompagna la nuova legge per il promovimento delle persone anziane.

50 ANNI DI STORIA DELLA CARITAS TICINO (1942 1992)

di Alberto Gandolla

1. Gli inizi 1942 1948

1.1 Nascita e primo sviluppo di Caritas

1.1.1. La situazione sociale in Ticino allo scoppio della seconda guerra mondiale

Il Ticino allo scoppio della seconda guerra mondiale si trova in una situazione di depressione economica e sociale. In questo senso, e più in generale, alcuni ricercatori hanno proposto per il periodo dalla metà del secolo scorso fino al 1945 il modello sintetico di un Ticino periferico ed emarginato. La crisi economica degli anni Trenta, in particolare, colpisce tardi il nostro cantone, ma con una violenza notevole, maggiore rispetto alla media degli altri cantoni svizzeri (1). La legislazione sociale è ancora estremamente lacunosa e i pochi progressi in questo settore sono dovuti soprattutto all'azione delle organizzazioni operaie e sindacali. Nel campo dell'assistenza ai poveri e ai bisognosi l'intervento pubblico, limitato e molto spesso insufficiente, è di competenza comunale; di fatto vi sono una miriade di disparati interventi privati, soprattutto per opera del mondo cattolico (2). Quando scoppia la guerra, all'inizio di settembre del 1939, le autorità federali e cantonali si vedono in dovere di istituire tutta una serie di decreti su varie problematiche sociali (è ancora vivo il ricordo dello sciopero generale del 1918 e del delicato primo dopoguerra...). Si può dire che è proprio per le costrizioni della guerra e nell'ambito dei pieni poteri del Consiglio Federale di questo difficile periodo che, pur in modo episodico e all'infuori di un piano globale, prende forma un primo corpo di legislazione sociale. Così la Confederazione prende delle misure per migliorare la condizione materiale dei mobilitati e delle loro famiglie, e il 20 dicembre 1939 il governo emana un decreto che istituisce un regime di allocazioni per perdita di guadagno per i militi attivi, primo inizio di un sistema di solidarietà nazionale. Altro esempio: il decreto federale del 10 ottobre 1941 sulla partecipazione della Confederazione ad azioni di soccorso; a partire da questo atto il Consiglio di Stato ticinese può organizzare degli aiuti per le famiglie bisognose. All'interno del Dipartimento federale dell'economia pubblica, all'inizio del conflitto, vengono poi creati degli uffici dell'economia di guerra, tra cui un ufficio di guerra per l'assistenza; la stessa cosa viene in seguito organizzata a livello cantonale (3). La guerra comporta ben presto un peggioramento della situazione sociale, e in particolare si assiste a un forte rincaro dei prezzi (4) non certo compensato dal corrispondente aumento dei salari.

In questo difficile contesto all'interno del mondo cattolico particolarmente combattiva è l'Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, che alla fine degli anni Trenta sotto la spinta del suo giovane e dinamico segretario don Luigi Del Pietro diventa il primo sindacato del cantone. Tra le principali preoccupa zioni dei cristiano sociali in questo periodo vi sono l'organizzazione delle lavoratrici (5), la conclusione e l'estensione a tutte le professioni dei contratti collettivi di lavoro e la promozione della famiglia (6) (si può poi ricordare, fra le varie istituzioni dell'OCST, la fondazione della "Colonia estiva Leone XIII", avvenuta nel 1936). Molti sono poi gli interventi dei granconsiglieri del movimento sindacale (Francesco Masina, Giovanni De Giorgi e Agostino Bernasconi) in difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. Da notare che durante la guerra, a riprova della difficile situazione sociale, non si verifica una pace sociale assoluta (la convenzione nazionale della metallurgia istituente la pace del lavoro era stata firmata già nell'estate del 1937) ma al contrario anche nel Ticino si verificano vari scioperi. Nel giugno 1941, per esempio, quando l'OCST festeggia con un congresso i 50 anni della Rerum Novarum, il sindacato è addirittura impegnato in quattro diversi scioperi (7). I cristiano sociali sono insomma i delegati "ufficiali" della diocesi a occuparsi della questione sociale, e lo fanno con particolare impegno (8). In mancanza di particolari analisi sulla povertà e sulla situazione sociale del Ticino in questo periodo, ecco un dato: oltre 4000 sono le domande di soccorso pervenute ai responsabili del Soccorso invernale per l'inverno 1943 44. Commentando questa ed altre indicazioni, don Del Pietro afferma inoltre che i 3/4 delle operaie non raggiungono i limiti di reddito per persone sole, che tutti gli operai con salari da fr 1,40 1,50 all'ora si trovano nel bisogno dal momento che hanno un figlio, che buona parte degli operai qualificati non raggiunge i limiti sufficienti di reddito dal momento che hanno due figli, e che la quasi totalità degli operai dell'industria privata non ha salari sufficienti per sfuggire al bisogno se ha 3 figli o più(9).


1.1.2. La nascita dell'Ufficio diocesano Charitas nel 1942

A livello nazionale nel campo assistenziale privato è poi presente la Charitas Centrale di Lucerna, sorta nel 1901, sostenuta dai vescovi svizzeri. A partire dal 1917 la Conferenza episcopale svizzera provvede tutti gli anni alla ripartizione su scala nazionale della colletta quaresimale per Charitas; la cifra totale raccolta si aggira normalmente sui 40.000 50.000 franchi. Questa somma è dunque piuttosto bassa, per cui si può constatare che questa colletta per molto tempo non ha un ruolo particolarmente significativo nella vita della Chiesa svizzera; inoltre si può avanzare l'ipotesi che le varie diocesi stabiliscono l'entità del contributo da versare alla cassa centrale più sulla base delle loro disponibilità finanziarie che a partire dall'esito della colletta stessa (10). In ogni caso per la Charitas centrale la possibilità di reale intervento locale è ridotta, soprattutto dove non esistono ancora le Charitas regionali, mentre invece le persone che si trovano in una situazione di bisogno aumentano all'inizio del conflitto bellico. Nel corso del 1941 alcuni responsabili del movimento cattolico ticinese sentono arrivato il momento di costituire una vera opera diocesana di carità. I motivi in proposito sono diversi e gravi: il dilagare della miseria, la fioritura di iniziative laiche (Croce Rossa, Soccorso Invernale Svizzero, Pro Juventute, Pro Infirmis, Pro Senectute,...), l'invadenza della Commissione cantonale di coordinamento delle opere assistenziali (istituita con risoluzione governativa il 24 ottobre 1939 e gestita soprattutto dai socialisti Canevascini e Patocchi), la necessità di coordinare le istituzioni di carità cattoliche (11). Interessanti quindi le motivazioni, di carattere sociale, religioso e anche politico: i cattolici rischiano di essere emarginati da una serie di importanti iniziative assistenziali, occorre dunque un ufficio diocesano per una migliore presenza nel campo caritativo e per poter costituirsi come un valido interlocutore di fronte alle autorità politiche. Il modello che viene scelto per questo nuovo ente è quello delle Charitas diocesane, emanazione della Centrale di carità Charitas di Lucerna. Dopo una breve preparazione, il vescovo Angelo Jelmini annuncia in una circolare dell'11 dicembre 1941 la creazione di Charitas, presentata come un "Ufficio diocesano centrale delle nostre opere assistenziali e caritative esistenti in Diocesi. Esso avrà anche lo scopo di tenersi in contatto colle diverse istituzioni di beneficenza del paese e di organizzare, nel miglior modo, l'opera di assistenza e di carità, che, in questi tempi di strettezze, si rende sempre più necessaria" (12).

All'inizio di gennaio del 1942 Charitas diocesana apre il suo ufficio a Lugano in via Nassa 66, la casa vescovile. Si tratta di un inizio abbastanza in sordina: l'ufficio è aperto tutte le mattine salvo il venerdì, la pubblicità è molto scarsa, il personale ridottissimo e volontario. Primo direttore dell'ente diocesano è Francesco Masina, persona molto nota, generosa e impegnata nel campo sociale (13). Malgrado questo modesto avvio comincia ben presto un'attività notevole, perché i poveri e i bisognosi sono purtroppo numerosi. È in occasione della festa di Pentecoste del 1942 e con la relativa colletta della carità che vi è una sorta di presentazione in tutto il cantone del nuovo ufficio diocesano. Ecco in breve come funziona Charitas i primi tempi: si accolgono le persone bisognose, o si controllano le segnalazioni; vi è poi un accertamento, nel limite del possibile, delle reali condizioni di vita dell'assistito, si controlla se ha diritto a prestazioni pubbliche, e se del caso l'ufficio dà del suo (indumenti, buoni per alimenti, mobili, denaro) o aiuta in pratiche concrete (collocamento in un posto di lavoro, ecc.) (14). Oltre al modesto ma prezioso soccorso materiale il nuovo ente diocesano persegue anche l'aiuto morale, l'assistenza spirituale, il consiglio per una determinata situazione delicata, rimanendo chiaro che al bisognoso non si chiede certo l'appartenenza politica o religiosa. Ecco un esempio di intervento: nell'autunno del 1942 giungono in Ticino molti bambini francesi, scappati dalla guerra; Charitas oltre a vari aiuti concreti consegna a ogni ragazzo anche un libretto di preghiera e una Storia Sacra (15).

All'ente viene poi affidato anche il segretariato dell'Associazione famiglie numerose, istituita dalla Lega Uomini Cattolici nella primavera del 1940. Interessante anche il tentativo di far nascere delle Charitas parrocchiali, coinvolgendo i sacerdoti e alcuni collaboratori in attività caritative locali. Stilando il primo rapporto annuale, Masina può riferire al vescovo mons. Jelmini, tra l'altro, di aver distribuito ad oltre 1000 persone bisognose complessivamente 28.683,10 fr (16).

Nella primavera del 1943, dopo essere stata riconosciuta dalla Caritas Centrale svizzera, vi è un cambiamento di nome: l'ente perde l'"h" diventando Caritas, centrale diocesana di carità. Nel luglio del '43 vi è poi un interessamento di Masina presso il vescovo, su iniziativa della signorina Beatrice Motta di Pro Infirmis, riguardo la necessità di creare un istituto apposito di rieducazione per "giovani difficili, abbandonate o di cattiva condotta". Il progetto rimane nel cassetto, anche perché due mesi dopo, l'improvvisa emergenza rifugiati fa nascere una nuova e impellente priorità; da ricordare che le minorenni problematiche in quegli anni finivano in istituti tipo il Von Mentlen di Bellinzona o il San Gerolamo Emiliani di Faido.

Nel limite del possibile già in questi primi anni di esistenza Caritas organizza poi di tanto in tanto anche qualche conferenza pubblica su tematiche particolari: sicuramente interessante, per esempio, quella indetta il 17 dicembre 1944 sul tema "Gurs, campo di concentramento e di deportazione in Francia" tenuta dal testimonio svizzero padre Albert Gross di Friborgo.


1.1.3. L'emergenza rifugiati

Nell'estate del 1943 la situazione politica e militare della vicina Italia precipita (10 luglio sbarco alleato in Sicilia, 25 luglio dimissioni e arresto di Mussolini, 8 settembre armistizio fra Italia e alleati, poi fuga del re, sbandamento dell'esercito italiano, occupazione della penisola da parte delle truppe tedesche, ecc.). Per il Ticino la conseguenza importante di questi avvenimenti è il forte afflusso di migliaia di profughi italiani, fra cui moltissimi ebrei, nel nostro cantone. È noto come la Confederazione fino a tutto il 1942 abbia mantenuto un atteggiamento molto restrittivo nei confronti dei rifugiati (17); a partire dall'estate del 1943, però, con il miglioramento della situazione bellica internazionale nel campo degli alleati, vengono adottati dei criteri più aperti all'accoglienza degli ebrei e degli altri profughi. L'afflusso dei numerosissimi antifascisti nel settembre del '43 prende comunque di sorpresa le autorità ticinesi e di Berna, che devono organizzare una serie di campi di raccolta per i civili e i militari (18). Si sviluppa una gara di solidarietà: varie associazioni e partiti politici si impegnano ad assistere i profughi, specialmente quelli vicini alla propria area politica religiosa. In particolare molto attivo si dimostra il Comitato ticinese per l'aiuto ai rifugiati, che lancia una sottoscrizione e una raccolta di materiale (presidente di questo comitato interpartitico è Adolfo Janner, segretario Francesco Masina; tra i membri del comitato anche don Leber, don Del Pietro, Guglielmo Canevascini, Fulvio Bolla, ecc.). Si muovono anche i vescovi svizzeri, che il 26 settembre indicono una colletta nazionale per gli internati cattolici.

Anche l'appena nata Caritas diocesana, incoraggiata dal vescovo Jelmini (che dà l'esempio impegnandosi generosamente di persona a soccorrere molte persone, indipendentemente dalla loro confessione e credo politico) (19) comincia dunque una nuova attività: l'aiuto ai rifugiati. Inizialmente l'ente diocesano provvede a portare i primi soccorsi e stabilisce in una dozzina di posti di confine delle speciali stazioni per una prima assistenza ai profughi. Il governo costituisce in seguito dei campi di disinfezione, quarantena, di smistamento e di lavoro, e fa attrezzare come ricoveri per internati anche molti alberghi, case di riposo, orfanotrofi. Caritas riceve ben presto anche il segretariato del Comitato ticinese per i rifugiati, presieduto da Adolfo Janner. L'aiuto materiale consiste soprattutto nella raccolta e nella spedizione di vestiti (le Dame della Misericordia si occupano della pulizia e del rammendo dei capi selezionati), in un piccolo sussidio mensile, nella distribuzione di medicinali, ecc. Grazie anche alla mediazione dell'Ufficio Assistenza Internati Italiani, aperto nell'ottobre del 1943 negli uffici della Caritas centrale con lo scopo di dare voce alla presenza cristiana nei campi di lavoro attraverso proposte culturali e religiose, Caritas Ticino fornisce ai rifugiati cattolici pure un'assistenza morale e spirituale con il dono di libri religiosi, di rosari, del Giornale del Popolo e, in occasione del Natale, di speciali pacchi regalo e di presepi.
Nel settembre ottobre del 1944 avvengono i fatti dell'Ossola. I partigiani liberano la vicina valle per una quarantina di giorni, durante i quali ricevono per la popolazione molti aiuti dal Ticino; poi però i tedeschi riprendono il controllo della regione, con una violenta repressione. Moltissimi ossolani e partigiani si rifugiano allora nel nostro cantone. Anche in questo frangente l'aiuto a questi profughi è notevole, anche se si sviluppa in un clima politicamente teso (20). Caritas in questa vicenda si occupa soprattutto dell'assistenza ai bambini raccolti negli appositi campi (biberons, pannolini, latte, ricostituenti; libri scolastici,...), inoltre Papa Pio XII rimette al vescovo Jelmini circa 11000 franchi per i rifugiati dell'Ossola, somma gestita poi concretamente dall'ente diocesano caritativo (21). Alcuni documenti fanno capire che i responsabili di Caritas danno privatamente un giudizio severo sugli avvenimenti ossolani: gli aiuti e i soccorsi sono stati gestiti soprattutto da Soccorso operaio, di tendenza socialista, e dalla Croce Rossa, di influenza laico massonica; Caritas in pratica è stata un po' emarginata (22). Il 28 febbraio 1945 ha poi luogo a Friborgo una conferenza straordinaria dei vescovi svizzeri e mons. Jelmini illustra la delicata situazione politica, caratterizzata dal pericolo di un aumento della propaganda comunista e della diffusione di una morale contraria alla religione (23) ; in questa occasione i vescovi accettano alcune proposte della Caritas centrale di un maggiore contributo finanziario per le azioni di soccorso ai rifugiati e per l'immediato dopoguerra.

Gli ultimi due anni di guerra sono dunque caratterizzati da una grande impennata di richieste di aiuto; questa situazione porta al graduale aumento delle uscite e di conseguenza alla necessità di trovare nuove e maggiori fonti di entrata. Pur non rinunciando all'attività in favore dei poveri della diocesi, la stessa è in parte condizionata dall'emergenza rifugiati, infatti una fetta cospicua dei mezzi sia finanziari che materiali è assorbita dalle varie azioni in favore dei profughi. A partire dal 1943 per far fronte alla complessità delle operazioni viene creata una doppia contabilità che registra in modo separato le voci concernenti le opere in favore dei poveri del cantone e quelle in favore dei rifugiati.


1.2. L'azione di aiuto all'alta Italia

1.2.1. I preparativi

Nell'estate del 1944 le forze nazi fasciste sono ormai in ritirata dappertutto, pur con una difesa disperata, e l'esito finale della guerra è ormai certo. I responsabili di Caritas centrale nel mese di luglio cominciano a stabilire delle linee direttive per il dopoguerra, comprendente degli aiuti materiali, culturali e spirituali per le popolazioni delle nazioni confinanti con la Svizzera colpite dalla vicenda bellica. Caritas centrale decide di delegare alle Caritas diocesane l'aiuto alle popolazioni delle nazioni circostanti; alla Caritas diocesana ticinese spettano così gli aiuti per la popolazione italiana. Le motivazioni di questo aiuto sono prima di tutto umanitarie, volendo esprimere un tangibile soccorso alle popolazioni vittime della guerra, religiose (solidarietà ai correligionari cattolici) e anche politiche: in Italia, per esempio, le varie organizzazioni socialiste e comuniste stanno riprendendo forza e si vuole contrastarle anche sul piano assistenziale. Nel frattempo la Confederazione, per iniziativa del consigliere federale Wetter, decide di stanziare un credito di 100 milioni di franchi per un Dono svizzero per le popolazioni bisognose; lo Stato metterà a disposizione alle diverse associazioni caritative del denaro e delle derrate alimentari per la loro azione, che verrà naturalmente controllata. In Ticino i responsabili di Caritas si mettono al lavoro e Masina il 17 novembre presenta al vescovo un progetto (24) dettagliato per la costituzione di una sezione "Caritas aiuto ticinese all'alta Italia" (in seguito si usa anche la dizione "Caritas Soccorso Italia Settentrionale").

Interessanti i quattro motivi espliciti per tale azione: la necessità di agire in quanto cattolici; la necessità di curare il disagio materiale e morale; il dover controbattere l'intenso lavoro del Soccorso operaio svizzero, socialista; il debito secolare di riconoscenza che il Ticino cattolico ha verso le diocesi di Como e Milano. Tutta l'azione, continua il documento, potrà svilupparsi nel quadro del costituendo Dono svizzero alle vittime della guerra, che sussidierà le iniziative private, inoltre sono da prevedersi in Ticino delle collette particolari e delle raccolte di vestiti, medicinali, ecc. Poco dopo, l'8 dicembre, si costituisce intanto il Centro di Azione Ticinese per l'Alta Italia (CATAI), un ente che riunisce associazioni di diversa estrazione e tra i cui dirigenti troviamo gli onorevoli G. Lepori e G. Canevascini e anche G. Calgari e S. Molo, con lo scopo di collaborare alla futura azione del Dono svizzero. Per dare maggiore peso alle proprie iniziative, Caritas aderisce subito al CATAI, dando vita ad un interessante rapporto di collaborazione (che in taluni frangenti darà pure origine ad un clima di competizione per aggiudicarsi il primato di alcuni progetti).

Siamo ormai intanto ai preparativi: i primi mesi del 1945, parallelamente all'avvicinarsi della sconfitta definitiva dei nazi fascisti, le varie organizzazioni assistenziali mettono a punto i loro piani concreti di aiuto; la sezione Caritas aiuto ticinese all'alta Italia si costituisce ufficialmente il 18 gennaio. Da notare che i responsabili di Caritas per lo meno dall'autunno precedente sono in costante contatto con il Cardinale di Milano Schuster in vista di un aiuto, e a più riprese l'illustre porporato scrive al vescovo ticinese illustrando la necessità di un soccorso vista la tragica situazione del popolo milanese.

Due esempi: il 1. febbraio 1945 l'arcivescovo Schuster scrive al vescovo Jelmini "...qui i mezzi di trasporto quasi non esistono più... l'approvvigionamento nelle grandi città è diventato quasi irrisorio, e si prova fame, freddo, miseria, per non dire da parte di molti, disperazione"; il 17 febbraio il porporato milanese inizia una sua nuova lettera dicendo "Eccellenza, le Autorità mi avvertono che si delinea imminente e necessaria una grande fame ...". Intanto in gennaio Masina chiede ufficialmente al Dono svizzero per le vittime di guerra il necessario appoggio e contributo, dichiarando di sottostare alle direttive emanate in proposito, mentre i vescovi svizzeri con una dichiarazione del 28 febbraio sottoscrivono e appoggiano i vari progetti della Caritas, invitando a sostenere le diverse collette organizzate a proposito. Il 1. marzo 1945 vi è poi un importante appello di Caritas sezione aiuto alta Italia ai parroci, alle istituzioni cattoliche e alle associazioni di Azione Cattolica a voler collaborare concretamente all'azione; il documento (25) è firmato dal vescovo Jelmini, da Janner, Masina, da mons. Cattori e da don Leber, don Del Pietro, A. Bottani e A. Bernasconi. Caritas pubblica anche delle indicazioni precise sulle possibilità di aiuto concreto: raccolta di denaro, vestiti, oggetti utili, derrate alimentari, preparazione di casse standard, distribuzione di salvadanai appositi, assunzione di padrinati, organizzazione di recite di beneficenza, costituzioni di comitati locali, eccetera; inoltre sono anche organizzati dei corsi di formazione per il personale volontario che si impegnerà ad andare a lavorare per conto di Caritas in Italia. Contemporaneamente anche l'OCST partecipa al progetto creando l'apposita istituzione "Solidarietà operaia cristiana, per i lavoratori vittime della guerra". Il mondo cattolico ticinese impegnato nel sociale (26) si lancia così in un'impresa caritativa fuori dai nostri confini di notevole proporzioni, con un grande slancio di solidarietà. Alla fine di marzo inizio di aprile Caritas elabora, per prima, un piano dettagliato di aiuto alla città di Milano e il progetto è spedito alla centrale del Dono svizzero per approvazione; quest'ultima arriva qualche settimana più tardi.


1.2.2. L'azione di soccorso di Caritas

La guerra finalmente finisce alla fine di aprile. Dopo molti contatti e lunghi e laboriosi preparativi, non privi anche di qualche polemica (27), si passa all'azione concreta. L'11 maggio ha luogo a Lucerna un incontro tra i responsabili del Dono svizzero e i responsabili delle varie associazioni di aiuto (Caritas Ticino, CATAI, Soccorso Operaio svizzero, Croce Rossa, Comitato svizzero per l'aiuto ai bambini italiani, ...) e si stabiliscono le linee direttive e una certa divisione dei compiti. A Caritas viene affidato soprattutto l'aiuto ai bambini sotto i 3 anni e alle mamme. Dopo aver ottenuto un regolare permesso da parte delle truppe alleate (28), dal 22 al 26 giugno 1945 il vescovo Jelmini e il consigliere nazionale Janner si recano a Milano e a Genova per constatare personalmente la situazione, prendere una serie di contatti con personalità civili e religiose (in particolare i rispettivi cardinali Schuster e Boetto) e organizzare alcuni primi soccorsi (29). Il grave quadro entro cui avviene il soccorso alle popolazioni del nord Italia è quello di una popolazione alle prese con problemi di malattie, mancanza di cibo e vestiti, molte case distrutte dai bombardamenti, e di un momento sociale e politico molto teso con i partiti socialisti e comunisti in piena attività e con grande capacità di mobilitazione (30).

Il primo trasporto di merce del Dono svizzero gestito da Caritas ai bambini di Milano avviene il 27 luglio: i 954 colli dal peso di oltre 38000 kg e dal valore di 90000 fr vengono immagazzinati in attesa della distribuzione. Finalmente il 10 settembre i primi volontari di Caritas (il capo missione Emanuele Bianchetti già noto per il suo generoso impegno nella Conferenza di San Vincenzo di Locarno con il fratello Piero, la signora Cattaneo e le signorine Ruffoni, Eichmann, Borella e Taddei; in seguito si aggiungeranno molti altri volontari) ricevono il permesso di iniziare l'azione, la cui sede è situata in via San Tommaso 4, presso la Conferenza milanese di San Vincenzo. Il soccorso si svolge attraverso l'aiuto a 17 nidi dell'Opera Maternità e infanzia, a 17 dispensari gestiti dalla Conferenza di San Vincenzo e a vari altri istituti di assistenza, per un totale di circa 7500 bambini e madri assistiti. A Milano la prima fase di aiuti consiste dunque nella distribuzione di latte e alimenti vari, ma in seguito si passa anche alla realizzazione della costruzione di una quarantina di baracche per accogliere circa 2500 sfollati. Nel frattempo tutta l'azione del Dono svizzero si allarga anche a numerose altre grandi città italiane. Caritas può iniziare così la sua attività di soccorso anche a Varese (31) e poi a Bergamo, Verona, Brescia, Treviso, Lecco, Verbania, Udine, Belluno. Si tratta soprattutto di aiuto ai bambini e alle madri; naturalmente l'ente caritativo diocesano ticinese deve far ricorso anche a personale del posto, e spesso collaborano anche confederati che risiedono nelle località assistite. Da notare che nell'autunno del 1945 la Caritas diocesana ticinese partecipa pure a un'azione in favore dei bambini di Cassino, promossa dalla Caritas centrale di Lucerna; su proposta del vescovo Jelmini si decide di mantenere per un anno cinquanta piccoli orfani, ospitati da private famiglie. Oltre ai contributi del Dono Svizzero già evidenziati in precedenza, Caritas può disporre di mezzi propri frutto della generosità dei ticinesi. Inoltre fin dalla sua costituzione alla fine del 1944 Caritas aiuto ticinese all'alta Italia può avvalersi del completo appoggio di Caritas centrale, che a più riprese invia a Lugano sia denaro che materiale. Tra i sovvenzionatori dell'Ufficio diocesano di Carità si deve annoverare in particolare monsignor Jelmini, che non esita ad attingere alle esigue risorse della Amministrazione Apostolica di Lugano e interviene personalmente per sostenere diversi progetti assistenziali, soprattutto quelli in favore delle vittime più giovani.

Malgrado questo l'azione di Milano (32), per mancanza di mezzi finanziari, deve terminare la sua opera già alla fine del giugno 1946, poi finiscono le altre, quasi tutte alla fine di febbraio del 1947; l'ultima a chiudere, alla fine del settembre successivo, è l'assistenza alla casa per ragazze madri a Varese. Francesco Masina il 1. dicembre 1947 fa un rapporto finale di tutta l'azione per il vescovo Jelmini, da cui ricaviamo che si sono soccorse in totale ben 220.346 persone (per un confronto statistico: in questo momento il Ticino conta un po' meno di 180.000 persone...), con l'intervento di 46 volontari e collaboratori diretti alle dipendenze di Caritas (33). "L'elencazione di tutte queste nostre azioni di soccorso in Italia", scrive Masina,"può riempirci di legittima soddisfazione, in quanto ci dà la persuasione di aver fatto tutto il nostro possibile per soccorrere tante povere vittime della guerra...Soddisfazione che deriva dalla persuasione di aver potuto esercitare della carità, non solo materiale, (...), ma anche cristiana e morale...". E in effetti l'azione di aiuto alla popolazione del nord Italia del 1945 1947 compiuta da Caritas e da alcune altre associazioni caritative è sicuramente una delle oggi meno conosciute ma più significative iniziative di vera solidarietà svolte dal Ticino. A testimonianza della gratitudine dei milanesi verso mons. Jelmini, quest'ultimo all'inizio di febbraio del 1946 viene invitato al Palazzo comunale di Milano per una pubblica manifestazione di ringraziamento.

Da notare, per concludere questo capitoletto, che Caritas alla fine della guerra svolge anche un aiuto ai prigionieri tedeschi internati nel nord Italia, organizzando un efficace servizio postale per far arrivare in Germania la corrispondenza dei prigionieri e distribuendo parecchie migliaia di libri in lingua tedesca giunti in Ticino grazie all'interessamento di Caritas centrale.


1.3. Il difficile ritorno alla normalità

Con la fine della seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la conclusione della grande azione di soccorso nell'Italia settentrionale finisce per Caritas un periodo caratterizzato da eventi eccezionali e comincia il difficile ritorno alla normalità. Difficile per vari motivi, ma soprattutto per quello finanzia rio: senza più le risorse del Dono svizzero, Caritas può operare solo con i mezzi costituiti dalle offerte del popolo ticinese, pure provato dal conflitto e che comunque si è dimostrato generosamente solidale con le molte collette per i rifugiati e le vittime di guerra. È anche molto delicata la situazione politica: scoppio della guerra fredda sul piano internazionale, inizio dell'"intesa di sinistra" fra socialisti e liberali nel nostro cantone, con i cattolici conservatori in posizione di minoranza, grande tensione anche nella vicina Italia fra PCI e PSI da una parte e DC dall'altra (34).

I campi di internamento per i rifugiati, intanto, rimangono aperti ancora alcuni mesi dopo la fine del conflitto, e per conto di Caritas è il sacerdote André Jassedé che segue le varie decine di profughi cattolici che ancora vi si trovano (35). "Il ritorno alla normalità", scrive Masina al vescovo in un rapporto del 20.3.1947, "non ha saputo risolvere, malgrado le diverse iniziative statali per azioni di soccorso, le condizioni di disagio (...). La Pubblica Assistenza Cantonale, anche nella sua nuova forma statale non sa e non può risolvere tutti questi casi, per cui la nostra Caritas si è dimostrata ancora una volta vera istituzione provvidenziale". La questione finanziaria diventa grave e condiziona un po' tutta l'attività di Caritas; il personale si riduce al direttore segreta rio Masina e a due o tre collaboratori. Fra le poche entrate fisse annuali vi è la classica colletta di Pentecoste; il 6 maggio 1947, per esempio, il vescovo Jelmini lancia un appello in cui raccomanda vivamente di aiutare la Caritas diocesana, che per l'occasione è autorizzata a mettere in vendita dei francobolli speciali con l'effige di San Nicolao della Flüe, canonizzato proprio il 15 maggio successivo. Le collette possono causare anche qualche problema fra la Caritas diocesana e quella centrale, infatti è quest'ultima che riceve le somme e in accordo con i vescovi le ridistribuisce poi agli enti diocesani; qualche volta questo modo di procedere può generare delle incomprensioni (36).

Per la colletta di Pentecoste del 1948 Caritas chiede aiuto alle associazioni dell'Azione Cattolica. "Dopo aver fatto tanto per le vittime della guerra di altri paesi, è lecito ritenere e sperare che il nostro popolo abbia a compiere un gesto di carità e di solidarietà in confronto di tanti nostri vecchi, bambini, ammalati che si trovano in un bisogno reale, tante volte urgente e nascosto", dice tra l'altro una lettera del 5.5.1948, in cui si domanda ai volontari di occuparsi della vendita di un mughetto, simbolo della carità operante, di raccogliere vestiti e di organizzare tombole o recite di beneficenza.

Un'altra questione delicata è quella di una riorganizzazione di Caritas, di cui si sente ormai il bisogno. Il 20 marzo 1947 Masina presenta a mons. Jelmini un progetto per un riassetto giuridico e organico dell'ente: Caritas dovrebbe venir eretta a Fondazione diocesana e dovrebbe essere amministrata da un segretariato alle dirette dipendenze del vescovo, da un consiglio Caritas e da un grande comitato cantonale, organo di collegamento con le altre istituzioni cattoliche assistenziali.

Un altro progetto di riorganizzazione, ancora più dettagliato, viene elaborato nel successivo mese di settembre; queste varie proposte non vanno però in porto, e Caritas rimane un ufficio diocesano dotato di una struttura semplicissima e dipendente finanziariamente dalla Provvidenza. Da notare anche che nel dopoguerra si ricostituisce Caritas Internazionalis. Masina partecipa alla riunione internazionale di Lucerna del 10 e 11 marzo 1948, dove presso don Crivelli si stabilisce il segretariato generale. Bisogna ricordare, infine, l'esistenza di una serie di Caritas parrocchiali; l'annuario della Diocesi di Lugano del 1948 ne conta ben diciassette.


2. Caritas 1949 1958: operare con pochi mezzi

2.1. Un nuovo direttore, don Cortella, per problemi nuovi e vecchi

Con una lettera vescovile letta nelle chiese il 26 dicembre 1948, dopo un dovuto e riconoscente ringraziamento a Masina, viene presentato il nuovo direttore di Caritas: don Corrado Cortella. Dai (pochi) documenti a disposizione non risulta chiaramente il perché del cambiamento di direzione (37). Forse semplicemente perché Masina, non più in verde età, è più che mai molto impegnato nell'OCST e nella politica, e d'altra parte il vescovo nominando come direttore a "tempo pieno" dell'ente diocesano un sacerdote può vedere anche un'opportunità per facilitare e approfondire il lavoro di Caritas nelle parrocchie (38). Questo giovane e dinamico sacerdote non è certo uno sconosciuto per il mondo di Caritas, pur non avendovi mai lavorato ufficialmente. Nato nel 1910, Cortella viene consacrato sacerdote nel 1937. Per qualche anno parroco a Pollegio e in seguito a Porza, viene poi chiamato dal vescovo Jelmini, nell'ottobre del 1942, a fare l'economo della Curia. In qualità di cappellano militare durante la guerra si occupa anche dell'assistenza religiosa dei profughi finiti nei campi per rifugiati dipendenti dalle autorità militari; è in questo modo che entra in contatto anche con l'attività di Caritas (39). È pure aiutante del vescovo, e come tale lo accompagna varie volte nei viaggi a Milano per controllare l'azione di aiuto in corso. Nel 1947 è nominato segretario della Conferenza episcopale svizzera, il cui decano è appunto il vescovo ticinese (questo incarico durerà ben tredici anni). Alla fine del 1948 don Cortella accetta la proposta di monsignor Jelmini e quindi inizia il suo lavoro di direttore dell'ente caritativo diocesano il primo gennaio successivo. Non si può dire che il nuovo compito parta nei migliore dei modi, sotto l'aspetto materiale: personale fisso ridottissimo (don Cortella, la signorina Banfi, una segretaria), sede modesta (dalla casa dell'Azione Cattolica in via Nassa si passa al seminterrato del palazzo vescovile; dopo qualche anno nuovo spostamento in via Stazione, presso la Casa dell'Opera Chierici poveri), finanziamento lasciato alla generosità del vescovo e delle offerte del popolo ticinese (per esempio tramite la colletta sui giornali in occasione della festa dei morti in novembre)... Eppure don Cortella inizia la sua attività con un'enorme fiducia nella Provvidenza, e pur con un lavoro umile e quasi sempre nascosto comincia a dare un'impronta veramente caratteristica alla Caritas diocesana.

Sul Monitore Ecclesiastico del mese di maggio del 1950 don Cortella presenta il proprio ente, delineando una sorta di programma. Tre le ragioni di esistenza di Caritas, Centrale Ticinese di Carità: perché i poveri ci sono; per essere presenti dove nessun'altra istituzione locale o specializzata può arrivare; per essere un continuo richiamo ai cattolici al dovere della carità. Poi descrive il campo di attività, tra cui l'assistenza diretta ai bisognosi, il collegamento con le altre istituzioni cattoliche di carità, la creazione di Caritas parrocchiali, la collaborazione con le istituzioni statali, parastatali e private neutre. Vi si legge anche che è in corso di costituzione l'Associazione Ticinese di Carità, che raccoglie i benefattori e collaboratori che si impegnano a versare un contributo annuo di fr 100 (questa associazione, purtroppo, stenterà a costituirsi, e per molti anni sarà un sogno ricorrente...). Nel giugno del 1950 don Cortella entra nel comitato esecutivo della Caritas centrale di Lucerna, iniziando in questo modo anche un prezioso lavoro di contatti a livello nazionale.


2.2. Le attività di Caritas

Come già detto le poche entrate finanziarie fisse determinano in buona parte le possibilità dei reali interventi caritativi negli anni '50; come dice don Cortella stesso "Caritas, l'unica opera diocesana fatta solo per dare, è l'unica che non ha la minima entrata base regolare e sicura"(40). Piccolo esempio: nel 1950 il vescovo decide che l'introito dell'annuale colletta Caritas di Pentecoste debba essere destinato alla Società di Previdenza fra il clero; don Cortella deve così accontentarsi, in quell'occasione, del ricavato della vendita nelle parrocchie di apposite tavolette di cioccolata. Altre piccole forme di finanziamento di questo periodo, oltre alle varie offerte, sono la vendita di francobolli e la partecipazione alla Fiera svizzera di Lugano con relativo ricavo della vendita di piccoli oggetti. Una piccola pubblicità, oltre ad alcuni articoli che appaiono con una certa regolarità sul Giornale del Popolo, avviene grazie alla rivista Messaggero Ticinese, che ospita un regolare "Angolo della carità" del direttore di Caritas, in cui segnala piccoli bisogni concreti e chiede qualche aiuto preciso.

Dal 23 luglio al 20 agosto 1951 Caritas organizza a Bedigliora una prima piccola colonia estiva gratuita per una ventina di bambini particolarmente bisognosi (41). L'esperienza, che dato il numero ridotto di partecipanti favorisce particolarmente la cura dei rapporti tra le persone, ha successo e quindi prosegue negli anni successivi, svolgendosi a Vico Morcote nel 1952, a Viglio dal 1953 al 1955 (nella grande casa dell'ingegner Virginio Triaca), quindi a Signora (si tratta in particolare di una vacanza di un mese per dodici piccole inferme), Cavergno, ancora a Bedigliora, ecc. Da notare che dal 1953 queste colonie sono aiutate finanziariamente dal Lions Club Lugano, che fornisce così una preziosa collaborazione che proseguirà nel tempo (42). L'interessante esperienza delle colonie dura una dozzina d'anni e viene sospesa quando diventa troppo difficile trovare il personale preparato necessario; da notare che tutto il personale delle colonie in questi anni ha sempre svolto il lavoro sotto forma di volontariato.

Altra attività caritativa che inizia in maniera molto semplice in questi primi anni Cinquanta è una presenza al vecchio penitenziario cantonale di Lugano, ancora privo (sembra incredibile...) di vere strutture di assistenza sociale. Grazie al direttore del carcere avv. Sergio Jacomella e al cappellano padre Francesco da Melano, don Cortella e poi qualche altro amico di Caritas possono così incontrare dei detenuti e mantenere dei rapporti con alcune loro famiglie, organizzare delle feste e dei pranzi in comune a Natale (la prima volta avviene nel 1952) (43) o in altre circostanze, fare delle tombole e seguire qualche richiesta di patronato penale.

Oltre a queste attività e ad alcuni progetti che non potranno essere realizzati (la creazione di una casa di rieducazione per ragazzi nell'obbligo scolastico, una casa per piccoli andicappati, ecc.) rimangono poi i molti incontri con tante persone nel bisogno materiale e morale, con chi vuole anche solo un consiglio o una parola buona, o con chi vuole uscire da una situazione di solitudine; questa umile ma importantissima assistenza è parte costitutiva fondamentale di Caritas. Anche la possibilità di coordinare veramente le varie iniziative cattoliche assistenziali è scarsa. Qualche collaborazione ha comunque luogo, sotto la spinta della necessità. Per esempio nel 1951, anno di calamità naturali, i vari enti pubblici e privati devono impegnarsi in una vasta azione di soccorso. Caritas riesce a fatica a soddisfare tutte le richieste di aiuto, e allora affida temporaneamente alla Dame della Carità di Lugano il compito di provvedere ai poveri della città (44).


2.3. La presenza di Caritas nella società ticinese degli anni '50

Il Ticino negli anni '50 vive un momento di transizione: la tradizionale società contadina sta ormai scomparendo e si entra in una stagione di rapido sviluppo e di radicali cambiamenti economici e demografici basti pensare alla forte corrente di immigrazione di lavoratori stranieri che comincia proprio in questa epoca anche se a livello sociale vi è piuttosto una sorta di stabilità, se non proprio di immobilismo (il divario tra ricchi e poveri non accenna a diminuire, anzi, mentre si accentuano in particolare le disparità fra i distretti o le regioni) (45). In assenza di ricerche storiche particolari, per tratteggiare la situazione sociale del Ticino negli anni Cinquanta possiamo fare riferimento a una interessante breve inchiesta radiofonica svolta nel 1955 dalla nostra RSI, sul tema "Il Ticino senza maschera. Noi ticinesi stiamo poi così bene?". Il quadro che ne risulta mostra una realtà in grande evoluzione, contradditoria, con una grande differenza fra le (poche) città in espansione e le zone di valle, in rapido decadimento. Per esempio il reddito medio annuo cantonale citato per persona risulta di 1850 franchi, ma a Lugano è di 2600 franchi, in val Blenio di 1002 franchi e in val Colla è di 959 franchi (il minimo assoluto è di Sobrio, in Leventina, con 519 franchi per abitante). Risulta così una situazione di notevoli squilibri sociali regionali. Viene poi citata l'inchiesta del 1950 del Dipartimento di Igiene, da cui risulta, tra l'altro, che su 246 comuni solo 60 dispongono di un efficiente servizio di fognatura, e che in particolare moltissime sono ancora le abitazioni in cui occorrono urgenti opere di sistemazione (molte case in campagna sono sempre prive di servizi igienici e di acqua corrente, e un certo numero anche di energia elettrica...): se nel 1950 il Dipartimento stimava in 125 milioni di franchi il costo di risanamento delle abitazioni rurali, nel 1955 la cifra è ormai da triplicare (46).

Nel Ticino vi è dunque una fase di arretratezza ma anche di grande cambiamento dell'economia negli anni '50; a livello nazionale intanto è iniziato il periodo della costruzione dello Stato sociale, mentre sul piano cantonale si è in ritardo ed è proprio solo sul finire del decennio che lo stato ticinese comincerà a programmare e a costruire i suoi primi servizi sociali.

Pur ammettendo che la percezione dei fenomeni economici sia stata generalmente più lenta dello sviluppo dei cambiamenti stessi, non si può non percepire una sensazione di sfasamento tra il quadro appena abbozzato e la dimensione ristretta in cui opera la Caritas diocesana ticinese in questi anni. Caritas, assieme agli altri enti assistenziali, non ha mai certo preteso di risolvere il problema della povertà nel nostro cantone, ma semplicemente, con i suoi pochi mezzi, offre un piccolo ma prezioso aiuto alle persone nel bisogno che incontra ascoltandole e consigliandole, concedendo buoni per commestibili, medicinali e vestiario, sbrigando pratiche, cercando lavoro ai disoccupati, donando sussidi, ecc.; spesso don Cortella definisce il proprio ente una "centrale di pronto soccorso" (47). A posteriori possiamo però porci qualche interrogativo. Per esempio: perché, malgrado vari richiami del direttore di Caritas, non si procede a una sua riorganizzazione, a un potenziamento del personale? Il motivo principale è sicuramente quello finanziario; si ha anche l'impressione, che andrebbe verificata con un'analisi più puntuale, che il vescovo in questo periodo non abbia capito fino in fondo l'importanza di poter disporre di un ente assistenziale diocesano veramente efficiente. Caritas Ticino era nata poco prima dello sviluppo dello Stato sociale; in seguito i dirigenti del mondo cattolico cantonale probabilmente non hanno colto subito l'importanza e la novità dell'affermarsi del Welfare State anche nella nostra realtà, con tutti i cambiamenti che ne sarebbero derivati (da notare poi che questa costruzione dello Stato sociale nel dopoguerra coincide anche con una crescente scristianizzazione e laicizzazione della nostra società). Forse poi nuoce anche la "divisione del lavoro" molto spinta all'interno della diocesi luganese: don Del Pietro responsabile dell'azione sociale sindacale, don Leber responsabile dell'Azione Cattolica e del Giornale del Popolo, don Cortella responsabile dell'aspetto caritativo; la collaborazione fra questi vari settori non sembra essere stata sempre reale e operativa (48). Questi interrogativi naturalmente nulla tolgono alla profondità e alla verità dell'esperienza umana e religiosa che i collaboratori di Caritas portano avanti in questo secondo dopoguerra.


3. CARITAS 1959 1975: lo sviluppo di un servizio sociale polivalente

3.1. Nuovi bisogni sociali, nuove risposte

Alla fine degli anni '50 e negli anni '60 lo sviluppo economico del Ticino è notevole, anche se ben sappiamo che questa entrata nella "modernità" non avviene certo senza problemi (in particolare è stato dimostrato che la crescita economica del dopoguerra ha ricevuto impulsi decisivi da domande o da finanziamenti esterni al cantone stesso, il che ha creato anche grosse implicazioni politiche). Nel campo della socialità è ormai evidente che non bastano più l'intelligenza, la generosità e la sensibilità, ma c'è ormai bisogno anche di competenza e tecniche adeguate. Questa necessità di un salto qualitativo viene percepito da Caritas, che nel 1959 assume la sua prima assistente sociale: la signorina Giovanna Tognola, diplomata alla Scuola sociale di Lucerna (49). In questo modo l'attività caritativa assume una carattere più professionale, anche perché negli anni seguenti, con un'evoluzione dettata dal bisogno, viene ampliato ulteriormente il personale, assumendo poi in particolare altre assistenti sociali, le signorine Anna Nicolini e Bruna Schenatti (il personale di Caritas sarà comunque sempre insufficiente, secondo don Cortella...). Caritas diventa dunque un vero servizio sociale polivalente, probabilmente il primo del Ticino. La sua attività si allarga (anche geograficamente: degli uffici sono poi aperti a Bellinzona e Locarno) e nel 1967, grazie all'interessamento del vescovo Jelmini, può trasferirsi nell'attuale sede in via Lucchini 12 a Lugano. Vediamo ora in breve alcuni esempi delle sue nuove azioni. (continua alla prossima voce del menu).

Il boom economico comporta un forte afflusso di manodopera straniera nel nostro cantone. Un solo dato: se nell'agosto del 1955 la percentuale della manodopera straniera rispetto alla popolazione attiva cantonale è ancora "solo" del 18,86%, nell'agosto del 1963 è ormai del 45,16% (50). Fra i molti lavoratori, soprattutto italiani, che arrivano, ve n'è una piccola minoranza che dopo un po' ha problemi finanziari o di integrazione; molti di essi trovano aiuto in Caritas. Malgrado gli sforzi di quest'ultima, e anche per evitare possibili abusi, don Cortella decide, un po' a malincuore ma proprio conscio delle limitate capacità finanziarie di Caritas, di poter aiutare solo le persone che sono provviste di un regolare contratto di lavoro e di un permesso di dimora da almeno un anno (51). Don Cortella, tra l'altro, partecipa in quegli anni per incarico della Conferenza episcopale svizzera anche al lavoro della Commissione cattolica per l'emigrazione. Con la forte immigrazione di lavoratori stranieri si sviluppa poi come è noto in Svizzera un importante movimento xenofobo, contro il quale logicamente si schiera Caritas, assieme alle altre organizzazioni umanitarie (52).

Un'altra questione importante è quella delle madri nubili: nel 1964 per iniziativa di Caritas si apre una Casa della madre e del bambino, in via Ciseri 9 a Lugano, con lo scopo di permettere alle giovani madri di allevare il loro bambino continuando il lavoro. Per questo scopo viene fondata un'Associazione, con un responsabile della casa e un personale specializzato. Questa interessante esperienza di accoglienza dura sei anni e finisce poi, purtroppo, quando l'immobile che ospita questa esperienza viene venduto. Negli anni Sessanta intanto, grazie ai mass media e soprattutto alla televisione, il mondo diventa un "villaggio globale" e le sciagure e le disgrazie mondiali entrano nelle nostre case. Anche la carità si fa internazionale: nel 1970 71, per esempio, Caritas Ticino aiuta la Caritas centrale di Lucerna a organizzare (53) delle collette a favore del Biafra (guerra civile), della Turchia (terremoto), della Romania (inondazioni) e del Pakistan (guerra civile).

Sintomo di questo allargamento dell'azione di Caritas è la partecipazione di suoi rappresentanti a diversi altri organismi caritativi, come per esempio al Groupement romand des institutions d'assistance publique et privée e al Cartel romand d'hygiène sociale et morale (è molto importante per monsignor Cortella (54) "portar via" nuove idee, nuovi stimoli). Nel 1972, intanto, Caritas compie trent' anni di vita. Non è certo nello stile di mons. Cortella indulgere nelle commemorazioni; alla fine di quell'anno viene comunque pubblicato un piccolo opuscolo in cui si presenta il significato e l'azione di Caritas, che viene definita " espressione del servizio di carità che la nostra Chiesa vuole offrire alla società nella quale è incarnata" (55). Da notare che in questo momento il personale fisso di Caritas è composto dal direttore, da otto impiegati e da altri sei collaboratori, mentre i membri dell'Associazione ticinese di carità sono un'ottantina.

L'anno seguente per iniziativa della Caritas nasce la Federazione ticinese delle opere sociali e assistenziali (FTOSA), interessante tentativo di collaborazione e coordinamento fra vari enti caritativi cantonali (a livello locale già nell'aprile del 1958 si era costituita una Federazione Opere Assistenziali Luganesi).

La povertà, oramai ce ne si rende conto, non scompare con la diffusione della società consumistica. Anzi, si fa più insidiosa: chi per un motivo o per l'altro non riesce a tenere il passo con i "normali" e moderni modelli di vita di fatto rischia subito l'emarginazione. Caritas, con i suoi limitati mezzi, cerca così di far fronte ai bisogni delle (molte) persone ai margini della nostra società del benessere (56).


3.2. Lo sviluppo dello Stato sociale

Il Cantone sente finalmente il bisogno di promuovere il settore sociale (57), prestando attenzione a fasce di popolazione fino a questo momento in buona parte ignorate e dunque assistite quasi solo da associazioni caritative private. Essendosi però interessato in ritardo (nell'immediato dopoguerra viene istituito praticamente solo il Servizio di Igiene Mentale, nel 1949 (58)) a questi bisogni sociali, lo Stato si trova subito di fronte a un cumulo di problemi. Nel 1959, all'interno di una ristrutturazione dipartimentale, viene creato il Dipartimento delle Opere Sociali (DOS), affidato ai socialisti, con un ruolo promozionale nel settore socio sanitario. Nel 1961 il Consiglio di Stato decreta la creazione di un Servizio Sociale Cantonale, che entra in funzione due anni dopo e a cui vengono via via affidate nuove mansioni; negli anni seguenti si sviluppano molti altri servizi dotati di assistenti sociali.

Una legge sociale fondamentale, emanata nel 1963, è quella sulla Protezione della maternità, infanzia ed adolescenza: si tratta di una legge importante perché per la prima volta si afferma il diritto del più debole ad essere assistito dalla collettività; nel gruppo di lavoro per la preparazione di questa legge vi è, logicamente, anche mons. Cortella. Intanto il nuovo DOS cerca di documentarsi sulla situazione sociale e assistenziale del cantone, e i primi dati non sono certo molto confortanti. In particolare molto carente appare, per esempio, la situazione risultante da un'indagine del 1959 1960 sulle case assistenziali, gli istituti e i collegi per fanciulli bisognosi nel Ticino: dall'analisi risulta chiaramente che lo sforzo maggiore nella creazione di questi istituti è stato compiuto da fondazioni a carattere religioso e da congregazioni, mentre comuni e cantoni sono stati totalmente assenti nelle creazione di istituti per la prima infanzia o l'adolescenza bisognosa (59). L'inchiesta, tra l'altro, recensisce ventisette istituti assistenziali, che accolgono 1450 minorenni in una promiscuità di disturbi sociali o debilità fisiche e psichiche che già escludono la possibilità di una loro caratterizzazione e specializzazione. Per quello che riguarda gli anziani l'intervento dell'Ente pubblico si concretizza (finalmente...) con il decreto legislativo del 1963 per il sussidiamento per la costruzione, l'ammodernamento e l'ampliamento delle Case di riposo, mentre sei anni dopo prende l'avvio l'attività dei consorzi di aiuto domiciliare.
Ricordiamo anche che nel 1971 viene poi approvata una nuova legge sulla pubblica assistenza sociale, che comporta il passaggio di molte competenze dal comune al cantone. Come si sviluppano intanto i rapporti tra le varie associazioni caritatevoli private e lo Stato? Mons. Cortella vi riflette spesso e affronta a più riprese la questione (60). In un suo contributo del 1970, dopo aver riconosciuto l'importanza dell'intervento statale, afferma quattro punti: i rapporti devono essere complementari; lo Stato non può pretendere il monopolio dei servizi sociali; i problemi morali sono più convenientemente affrontati dalle opere private; è necessaria una pianificazione e una programmazione comune nel pieno rispetto dei differenti compiti (61). Nel concreto i rapporti tra lo Stato e le iniziative caritative cattoliche sono di regola corretti, ma non mancano di qualche tensione: lo Stato non sempre nei suoi interventi rispetta quanto già esiste nel campo "privato", e d'altra parte il mondo cattolico è a volte un po' diffidente verso l'azione "neutra" dello Stato. In una rapporto confidenziale indirizzato da un religioso al vescovo il 14 maggio 1963 si afferma per esempio la "tendenza materialista" e "l'assoluta" mancanza di principi religiosi nelle direttive impartite dal servizio stesso" (cioè il Servizio cantonale di Igiene Mentale) e la sua "forte carenza di principi morali"; inoltre i responsabili del DOS e del DPE farebbero una forte propaganda per la scuola di assistente sociale di Ginevra, laica, discriminando le scuole di indirizzo cattolico di Friburgo e di Lucerna. I rapporti sono insomma ufficialmente e di regola imperniati sulla complementarietà e sulla collaborazione, ma qualche volta vi sono diffidenze reciproche. Fra i numerosi esempi di proficua collaborazione si può citare l'organizzazione da parte di Caritas di un corso di formazione per le Suore operanti nelle case per persone anziane (da anni si sentiva l'esigenza di un aggiornamento del pur preziosissimo personale religioso degli istituti) (62) dal settembre 1970 al marzo 1972, a cui il DOS si interessa e anzi decide il finanziamento, e ancora la collaborazione di Caritas alla preparazione della Legge sul promovimento, coordinamento e il sussidiamento delle attività sociali in favore delle persone anziane nel 1973. Certo lo sviluppo dello Stato sociale costringe Caritas a ripensare alla sua specificità; il Sinodo 72 e i suoi lavori, come vedremo, aiuteranno a svolgere delle riflessioni in questo senso (63).


3.3 Nuovi statuti per Caritas

Abbiamo già visto che fin dal primo dopoguerra si era sentita l'esigenza di chiarire e meglio organizzare gli statuti e l'aspetto giuridico di Caritas (spesso mons. Cortella definiva giustamente Caritas "la meno burocratica delle opere di beneficenza"). Falliti nell'immediato dopoguerra alcuni tentativi di riorganizzazione interna, Caritas rimane dunque per più di vent'anni un semplice ufficio diocesano. Il 5 ottobre 1965 il vescovo Jelmini costituisce la Caritas diocesana in Fondazione ecclesiastica, quale centro di coordinamento di tutta l'attività assistenziale cattolica del Ticino (64). Nel giugno del 1968 sembra poi realizzarsi un vecchio sogno di mons. Cortella, e cioè la formazione di un'Associazione Ticinese di Carità, che possa validamente essere il punto di appoggio delle iniziative di Caritas, ma la morte del vescovo Jelmini, avvenuta il 24 di quel mese, interrompe per qualche tempo lo slancio per la costituzione di questa associazione, che di fatto prende avvio l'anno seguente in modo però meno significativo di quanto sperato (il 17 luglio 1972 l'Associazione si darà poi dei nuovi statuti). Nel maggio 1969 vi è un'importante lettera di Caritas a tutti i sacerdoti, controfirmata dal nuovo vescovo mons. Giuseppe Martinoli. In essa si domanda l'esplicita collaborazione di tutti i preti per poter fare di Caritas davvero il "punto di partenza dell'attività cattolica nel campo educativo ed assistenziale"; inoltre mons. Cortella afferma anche che l'intenzione originaria del vescovo Jelmini riguardo a Caritas si era realizzata solo "in minima parte" per i pochi mezzi a disposizione e anche perché molto lavoro era dovuto all'impegno dell'assistenza dei singoli casi (65). Il 15 ottobre 1971 mons. Martinoli con un decreto conferma la Caritas diocesana come organo di collegamento tra il vescovo e tutte le congregazioni religiose e le associazioni cattoliche aventi fini caritativi e sociali. Il 7 settembre dell'anno seguente il vescovo con un ulteriore decreto ribadisce la Fondazione ecclesiastica Caritas diocesana quale centro di coordinamento di tutta l'attività assistenziale cattolica del Ticino e l'Associazione Ticinese di Carità quale sua filiazione con personalità giuridica propria.

Come si vede a partire dal 1965 per alcuni anni vi è un notevole sforzo per precisare e definire lo statuto giuridico pastorale di Caritas. A parte gli aspetti formali e a un certo punto una certa confusione fra la Fondazione ecclesiastica e l'Associazione, rimane il grosso problema di un coordinamento e di un effettivo coinvolgimento comune delle numerose iniziative cattoliche nel campo assistenziale, in un'epoca di grandi cambiamenti sociali e di sviluppo del Welfare State; i risultati non sembrano spesso essere quelli che i vari testi vescovili vorrebbero promuovere.


3.4. Il Sinodo '72

Risale al marzo 1969 la decisione della Conferenza episcopale svizzera di indire contemporaneamente dei sinodi diocesani, con una preparazione a livello nazionale (66). Questo Sinodo vuole essere una grande esperienza ecclesiale che coinvolge anche i laici, sullo spirito del Concilio Vaticano secondo. La preparazione è molto capillare e dopo un'inchiesta presso la popolazione vengono fissati dodici temi di discussione, i cui documenti sono poi elaborati da apposite commissioni speciali (COSPE). Monsignor Martinoli, nella sessione costitutiva del 23 settembre 1972, volendo fissare gli obiettivi, dice di volere un Sinodo che possa rispondere alle esigenze del mondo contemporaneo con uno spirito di apertura, non di rottura; di aggiornamento, non di rinnegamento; di conversione a Cristo, non allo spirito mondano.

All'esperienza sinodale partecipano anche vari operatori di Caritas, che per l'occasione preparano alcune riflessioni sul proprio operato. I lavori durano circa tre anni e finiscono nel 1975.

Nel documento numero 8 "I compiti sociali della Chiesa" si fanno tutta una serie di affermazioni riguardanti l'aspetto teologico, le preoccupazioni delle opere caritative cattoliche, gli operatori sociali, i vari campi di intervento dell'azione sociale della Chiesa, la Caritas centrale, ecc. È redatto anche il seguente testo sulla Caritas diocesana: "Il Sinodo della diocesi di Lugano chiede che venga istituita una commissione che esprima la responsabilità sociale della Chiesa locale, con compiti di studio, di coordinamento e di organizzazione della collaborazione tra le attività sociali e assistenziali della Chiesa locale. La realizzazione di quanto studiato e deciso o proposto da detta commissione è affidata alla Caritas diocesana, conformemente a quanto, sul piano nazionale, è stabilito per la Caritas svizzera. Poiché la Caritas diocesana possa, accanto al suo lavoro quale servizio sociale polivalente, svolgere i compiti di coordinamento e di collaborazione tra le attività sociali e assistenziali diocesane, nel rispetto della natura e dell' autonomia delle diverse istituzioni, la Caritas diocesana sia dotata delle necessarie strutture e venga aiutata dalla diocesi e da tutti ad affrontare anche gli oneri finanziari".

Altri orientamenti importanti sono presenti anche nei documenti 3 e 4, in cui la "diaconia" è giustamente considerata nel contesto di una efficace pastorale d'assieme e sempre come vivace testimonianza di solidarietà verso ogni forma di povertà e di emarginazione.

Si tratta globalmente di indicazioni piuttosto precise. Queste importanti direttive sinodali sono state raggiunte e hanno portato a una reale maturazione la comunità cristiana ticinese? Il bilancio è complesso e probabilmente non troppo positivo, anche perché i lavori sinodali sono avvenuti in un momento storico in cui la Chiesa ticinese e non solo quella entra in un certo tipo di crisi, come vari indicatori possono testimoniare (67).


4. CARITAS dal 1976: tra ricerca della propria identità e specificità e nuovi compiti

4.1. Alla ricerca della propria identità

Il Sinodo 72 ha, in ogni caso, sicuramente favorito un'utile riflessione sulla Caritas diocesana e il suo ruolo, toccando esplicitamente almeno un paio di punti sempre dolenti: la questione del suo finanziamento e la necessità di organizzare un efficiente lavoro di coordinamento e collaborazione tra tutte le attività sociali e assistenziali cattoliche cantonali. Seguendo queste indicazioni mons. Cortella decide di assumere dei nuovi collaboratori non legati nella loro attività direttamente alla casistica del servizio sociale polivalente, ma che possano contribuire a una presenza di Caritas più organica nella vita della Chiesa ticinese. Il 30 novembre 1976 il vescovo Martinoli decreta la costituzione della Commissione diocesana per le attività sociali, che si dà una serie di obiettivi ambiziosi: esaminare la situazione sociale della diocesi e possibili attività di animazione ecclesiale, sensibilizzare l'opinione pubblica e in particolare i cattolici sui problemi sociali, promuovere nuove attività, coordinare gli interventi dei vari enti caritativi cattolici, creare gruppi di studio e di lavoro, eccetera. La Commissione ha il suo organo esecutivo composto da rappresentanti di istituzioni e associazioni attive nel campo assistenziale (Caritas, OCST, enti religiosi, ecc.), inoltre la Commissione diocesana partecipa pure ad alcuni lavori governativi; per esempio Mimi Lepori, assunta in Caritas nell'autunno del 1976, nel 1978 è chiamata a far parte della Commissione consultiva per i problemi riguardanti il sussidiamento e il coordinamento delle attività sociali a favore degli anziani. Tra i lavori più interessanti svolti da Caritas su indicazione della Commissione diocesana si può ricordare un rapporto sulle Case per anziani con presenza di personale religioso nel Ticino; l'analisi, pubblicata nell'estate del 1984, mette in rilievo tutta una serie di delicati problemi esistenti in questo campo (68).

Mons. Cortella intanto a più riprese cerca di costituire un "fronte interno" fra i sacerdoti per una maggiore collaborazione con le parrocchie e inizia anche una ricerca di una migliore "pubblicità" dell'operato di Caritas (69). La riflessione interna sull'identità e specificità dell'ente caritativo pure prosegue, parallelamente all'aumento del personale (13 impiegati nel 1979) e alla laicizzazione del lavoro sociale in Ticino; si sente l'esigenza di costituire un lavoro d'équipe o, meglio, comunitario. Nel 1982 Caritas ricorda il quarantesimo di fondazione con una giornata di riflessione sulla propria identità e sul proprio lavoro (70); compare in questo periodo l'importante slogan di Caritas come "Servizio sociale per una comunità che accoglie" (che sottintende già il concetto sociologico di "rete").

Negli anni Ottanta vi sono quindi una serie di importanti avvicendamenti alla testa di Caritas. Alla fine di giugno del 1980 mons. Cortella, dopo ben 31 anni, lascia la direzione dell'ente (71). Il vescovo Ernesto Togni (a sua volta successore di Martinoli nel 1977) nomina come nuovo direttore don Emilio Conrad, conosciuto per il suo impegno pastorale nelle nostre parrocchie e poi in America latina. Altri importanti cambiamenti negli anni seguenti: don Eugenio Corecco diventa vescovo nella primavera del 1986, e a don Conrad nel luglio del 1987 succede don Giuseppe Torti, sostituito poi a sua volta da Roby Noris alla fine del 1991; si ritorna, come all'inizio, a un direttore laico.

All'inizio degli anni Ottanta si accentua, intanto, l'esigenza di affrontare di nuovo la questione finanziaria e quella di contribuire maggiormente a sensibilizzare l'opinione pubblica su tutta una serie di problemi sociali, facendo nel contempo conoscere meglio Caritas. In questo senso, sostituendo anche l'annuale azione di novembre sui giornali (in cui si elencavano cifre e aiuti eseguiti e si domandava un'offerta) si decide di pubblicare con una certa regolarità un Bollettino di informazione di Caritas Ticino, il cui numero zero esce nel novembre 1981. Ci si rende conto che il sostegno e l'appoggio che l'ente può contare presso i ticinesi dipende dall'immagine che il pubblico ha di Caritas e delle sue attività, e dunque la promozione dell'immagine di Caritas diventa sempre più importante. Nel 1981 il nuovo direttore don Conrad, di fronte anche alla delicata situazione finanziaria, ottiene da mons. Togni la costituzione provvisoria di un Consiglio Direttivo che potesse allargare la responsabilità della conduzione di un ente sempre più importante ma senza garanzie di entrate regolari. Nello stesso anno il servizio giuridico dell'Amministrazione cantonale delle contribuzioni per concedere l'esenzione fiscale (72) a Caritas esige la sua costituzione in Fondazione civile negando, sulla base di una sua particolare interpretazione (73) della legislatura federale, la validità giuridica in materia alla Fondazione ecclesiastica.

In un documento interno dei responsabili di Caritas al nuovo vescovo mons. Corecco, nell'estate 1986, si afferma che la ricerca di una definizione giuridica ha accompagnato l'ente caritativo sin dall' inizio e non è ancora conclusa. Nel 1987 si arriva finalmente a uno sbocco di questa vicenda: il vescovo costituisce un Ufficio della Caritas diocesana (74) e contemporaneamente il 4 dicembre di quell' anno vi è un nuovo statuto dell'Associazione Caritas Ticino che sostituisce la Fondazione ecclesiastica. Caritas diventa così un'Associazione civile, retta da un ristretto numero di soci attivi, l'assemblea generale, composta dal vescovo, dai membri dell' Ufficio diocesano di Caritas e dal vicario generale.
4.2. Nuovi scenari economici, sociali e demografici

A partire dalla metà degli anni Settanta, parallelamente alla depressione economica, entrano in crisi le varie politiche sociali, inizia un periodo di ripensamento del welfare state (75) e si diffondono le idee del "meno Stato". In Ticino il DOS, nato e sviluppatosi negli anni del boom economico, deve affrontare l'emergenza finanziaria, e così come il suo crescere è stato mancante di organicità, anche le rinunce e i tagli risultano spesso privi di uno sguardo d'insieme (76); in particolare alcune decisioni governative contribuiscono a creare grossi problemi ad alcuni istituti di congregazioni religiose (che fino agli anni Sessanta hanno portato quasi da soli i bisogni sociali del cantone...). Queste riflessioni critiche portano i responsabili di Caritas a elaborare all'inizio del 1982 il testo "Chiesa ticinese e politica sociale" , in cui si invita i politici e le autorità a concepire una politica sociale in funzione del bisogno della persona, e richiama tutti a una solidarietà più grande con chi è solo, emarginato, handicappato (77).

Lo sviluppo economico del Ticino negli anni Ottanta entra poi in una nuova fase, in cui accanto a una congenita debolezza di alcuni settori appaiono potenzialità positive di altri; viene delineato un modello di "regione aperta", di "Ticino periferico ed emergente". In ogni caso dalla profonda trasformazione della società occidentale degli ultimi vent'anni e dalla crisi dello Stato sociale emergono nuove forme di povertà (che la crisi economica dell'inizio anni Novanta accentuerà nettamente). Un interessante studio sulla povertà in Ticino (78) contribuisce a fornire un quadro complessivo sulla questione: i "nuovi poveri" non sono rintracciabili solo ai margini della nostra società, bensì anche al suo interno; la "povertà relativa" è la situazione di privazione della capacità progettuale della persona. Occorre ridefinire la politica sociale, e passare da una politica assistenziale ad una politica promozionale. Importante è saper cogliere lo stimolo e la sfida che la nuova povertà pone: è necessario un ripensamento, un dibattito culturale sul modo di intervento dello Stato e delle associazioni "private", che storicamente hanno sempre avuto un ruolo determinante nell'aiuto ai poveri.

Altra fondamentale novità di questi ultimi anni è la questione delle nuove migrazioni internazionali, legata al problema Nord Sud, e l'afflusso dei rifugiati in Europa. Dai quindici ai venti milioni di persone si trovano in fuga a causa di guerre civili e violazioni dei diritti dell'uomo. La Svizzera non è più un'isola e una congiuntura economica non molto favorevole e soprattutto una politica governativa improvvisata e senza una pianificazione a lungo termine contribuiscono al fenomeno dell'esplosione delle domande d'asilo nella seconda metà degli anni Ottanta, ciò che porta ad atteggiamenti di chiusura di una parte della popolazione svizzera. In questo contesto la stessa provenienza dei richiedenti l'asilo cambia grandemente: la maggioranza non viene più dagli stati dell'Europa dell'Est (almeno fino al momento dello scoppio del drammatico conflitto nell'ex Jugoslavia nel 1990 '91), ma dai paesi del Terzo Mondo. La Confederazione reagisce con l'adottare una politica di accoglienza sempre più restrittiva, con due più che discutibili revisioni della legge dell'asilo, alcuni rimpatri spettacolari, ecc. Le Chiese svizzere prendono più volte posizione con tre memorandum: Dalla parte dei profughi (1985), Per una politica d'asilo umana (1987), Dalla parte degli oppressi per un futuro comune (1991), cercando di incoraggiare la solidarietà nei confronti dei rifugiati e dei profughi. La Caritas svizzera e le Caritas regionali (nel 1976 la Caritas diocesana si incarica di tenere per il Ticino il Segretariato rifugiati in rappresentanza delle organizzazioni umanitarie affiliate all'Ufficio Centrale Svizzero per l'Aiuto ai Rifugiati) vivono dunque in questo periodo un forte impegno in termini di accoglienza sia dei profughi accolti in modo definitivo sia dei numerosi candidati d' asilo.


4.3. Nuovi compiti, nuove attività

Proprio a partire dall'esperienza dell'accoglienza dei rifugiati vietnamiti, iniziata nel 1980 e realizzata con gruppi d'accoglienza parrocchiali, nasce un'importante indicazione metodologica che si svilupperà nel corso degli anni Ottanta: i servizi e le strutture professionali di Caritas devono avere un ruolo complementare a quello di realtà comunitarie capaci di accogliere chi è nel bisogno. Accanto alle strutture che si sviluppano in questi anni (nuovi servizi, programmi occupazionali per disoccupati,...) parallelamente cresce l'impegno di Caritas nella sensibilizzazione e animazione della comunità cristiana ticinese in generale e di tutte le forme di volontariato che possono diventare un segno di speranza e un modello per tutta la comunità.

E con questo entriamo nell'attualità che, percorrendo le date più significative dello sviluppo di Caritas in questi ultimi anni, è descritta sinteticamente nell'appendice del libro.

Alberto Gandolla, nato nel 1952, sposato e padre di quattro figlie. Licenziato in storia moderna e contemporanea all'università di Friburgo. È docente alla scuola media di Tesserete e si occupa di storia del movimento operaio cattolico.
Note

1. Nel gennaio 1937 si registrano ben 7598 disoccupati, che rappresentano il 13,6 % dei lavoratori; si tratta, triste primato, del record assoluto in Svizzera. Cfr. Il Lavoro, 24.4.1943.

2. Da segnalare, per esempio, che all'inizio della crisi economica il vescovo Bacciarini, in un comunicato del 9 ottobre 1931 (riportato dal Monitore Ecclesiastico 1931, pp. 193 194), ricorda ai parroci e ai fedeli l'attività delle due sezioni caritative dell'Azione Cattolica, l'Opera Providentia e il Segretariato ticinese di beneficenza. A proposito degli interventi assistenziali cattolici vedi poi il contributo di Aldo Abächerli in questa stessa pubblicazione.

3. Il 17.1.1944 vi è un decreto del Consiglio di Stato che regolamenta l'assistenza di guerra, creando un Ufficio che viene affiancato da una Commissione consultiva di cui fanno parte dei rappresentanti di una decina di enti e associazioni sindacali e caritative, tra cui la Caritas.

4. Qualche esempio riferentesi al periodo 1939 fine 1942: il pane aumenta del 57%, lo zucchero dell'80 %, la farina dell'85%, le patate del 100%, il carbone del 100%. Da notare che in questo momento ufficialmente si dichiara invece che il costo della vita è aumentato del 30 %, e si discute di aumentare i salari solo del 15 %! Cfr. Il Lavoro, 15.11.1942.

5. Sulla nascita di un vero movimento femminile cristiano sociale negli anni Trenta e Quaranta vedi per es. di A. Gandolla l'articolo "Donne e madri tra casa e lavoro. Momenti di storia del movimento femminile cristiano sociale ticinese" in Argomenti N. 9 settembre 1993, pp. 28 34.

6. La difesa della famiglia è un vero leit motiv dei cristiano sociali, sia a livello cantonale che a livello nazionale. La rivendicazione degli assegni familiari, all'inizio contestata dai sindacati di tendenza socialista, è portata avanti dai sindacati cristiano sociali fin dal 1937. Da ricordare, alla fine del 1941, un' iniziativa costituzionale a favore della famiglia, promossa a livello nazionale dal Partito conservatore democratico e dalla Federazione Svizzera Cristiano Sociale; cfr. Il Lavoro, 6.12.1941 e i numerosissimi interventi di don Del Pietro sulla questione durante la guerra.

7. Le agitazioni in corso sono lo sciopero alle Officine del Gottardo di Bodio, quello degli scalpellini di Locarno Tenero e di Mendrisio e quello delle camiciaie di Arzo. Cfr. per es. Il Lavoro, 6.6.1941.

8. I cristiano sociali sono, fra l'altro, tra i più convinti sostenitori della nuova legge sulla pubblica assistenza del 17.7.1944. Vedi per es. l'intervento di Francesco Masina in Gran Consiglio, riportato da Il Lavoro, 29.7.1944.

9. Il Lavoro, 1.4.1944.

10. R. ASTORRI, La conferenza episcopale svizzera, Friburgo 1988, pp. 243 244. Lo stesso autore indica che la diocesi che ogni volta raccoglie meno soldi è quella ticinese, con una media annua di circa 1200 1300 franchi negli anni '20 e '30.

11. Queste sono, per esempio, le precise motivazioni indicate da una interessante lettera di Francesco Masina a don Alfredo Leber, datata 5 novembre 1941, che si trova nell'Archivio Vescovile di Lugano. Da notare che non esiste un vero archivio della Caritas; molti documenti sono fortunatamente conservati presso l'Archivio della Curia, in una serie di cartelle con generica dicitura "Caritas".

12. Monitore Ecclesiastico 1941, pp. 190 191. Voglio qui ricordare che l'amico Luca Janett mi ha aiutato in maniera importante in questa parte sugli inizi di Caritas; in pratica è stato il prezioso co autore di questo primo capitoletto.

13. Di Francesco Masina (1886 1966), presidente dell'OCST dal 1933 alla sua morte, granconsigliere (1935 1955) e consigliere nazionale (1951 1959) vi è una breve biografia in AAVV, Uomini Nostri, Locarno 1989, pp. 96 97.

14. Sui giornali ticinesi cominciano ad apparire delle presentazioni dell' attività svolta da Charitas (interessante, per es., l'articolo a tale proposito sul Corriere del Ticino del 14.7.194 2). Sul Giornale del Popolo con una certa regolarità all'interno della pagina riguardante l'Azione Cattolica vi sono delle concrete segnalazioni a favore di Charitas.

15. Giornale del Popolo, 9.11.1942.
16. Il resoconto, datato 15.1.1943, si trova nell'Archivio vescovile. L'anno seguente il totale delle uscite è già passato ad un totale complessivo di 69.630, 34 franchi, a testimonianza dell'aumento dell'attività caritativa.

17. L'apice della politica di chiusura viene raggiunto nell'estate del 1942, quando il consigliere federale Von Steiger, il 30 agosto, dichiara ufficialmente che "la barca è piena". Cfr. per es. A. GANDOLLA, La Svizzera e la neutralità, inserto speciale dell'Eco di Locarno del 4.4 1991.

18. Per una descrizione di questo particolare momento storico vedi per es. G. BUSTELLI, P. CHIARA, C. MUSSO, E. SIGNORI, Un confine per la libertà: la resistenza antifascista e la solidarietà dei ticinesi, Varese, 1985 e anche R. BROGGINI, Terra d'asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943 1945, Bologna, 1993.

19. Sul notevole impegno caritativo di mons. Jelmini in questo periodo di guerra vedi per es. I. MARCIONETTI, Angelo Jelmini Vescovo, Locarno 1986, pp. 59 66.

20. Alla fine di ottobre si sviluppa per es. una dura polemica fra Libera Stampa e il Giornale del Popolo; infatti quest'ultimo accusa il consigliere di stato socialista Canevascini di aver fatto visite "inopportune" e "scriteriate" in Valdossola.

21. Giornale del Popolo, 24.10.1944. A dimostrazione del delicato momento politico spirituale, una piccola parte di questa somma viene usata per l'aiuto morale e spirituale con la diffusione di 5000 opuscoli "La Chiesa cattolica e gli estremismi totalitari" e di molti altri libretti di preghiera e di formazione cristiana; cfr. la lettera del 3.4.1945 indirizzata al nunzio apostolico mons. F. Bernardini, esistente all'Archivio vescovile, cartelle Caritas.

22. In questo senso testimoniano alcune lettere presenti nell'Archivio della Curia, fra le quali una di don Giuseppe Crivelli, direttore della Caritas Centrale di Lucerna.

23. R. ASTORRI, op. cit., p. 260. I vescovi, tra le varie misure, autorizzano la Caritas centrale a prendere contatto con i vescovi americani per poter ottenere un aiuto finanziario, a condizione che le attività concordate non risultino "unilaterali".

24. Presso l'Archivio vescovile si trovano fortunatamente molti documenti, non classificati, riguardanti questo periodo di aiuti di Caritas alle popolazioni del nord Italia, tra cui il documento citato del 17.11.1944. Tutti i documenti citati in seguito nel testo, salvo esplicito riferimento, sono depositati nell' Archivio vescovile.

25. Ecco in breve il contenuto dell'appello: la Svizzera è stata risparmiata dalla guerra, e quindi la nostra popolazione deve assolvere il grave debito di riconoscenza verso la Divina Provvidenza prodigandosi a soccorrere le popolazioni bisognose oltre frontiera. Se anche da noi i bisogni sono tanti, le miserie morali e materiali dei fratelli cattolici italiani sono così terribili da esigere la solidarietà dei cattolici ticinesi. L'appello è riportato su numerosi organi di stampa.

26. Interessante, per esempio, un'intervista di Piero Guizzetti a Masina, apparsa sull'Eco di Bergamo del 18.12.1946, sul tema carità giustizia. Vi si legge che il motto di Masina è "Prima la giustizia e poi la carità" e ancora che "Guai se il capitale si ritira di fronte alla giustizia per mascherarsi dietro la carità (...) con ogni forza lavorare per una sempre più alta e perfetta giustizia sociale (...) oltre quel limite c'è la carità".

27. Per esempio R. Olgiati, segretario del Dono svizzero, il 13 aprile fa presente a Masina di aver letto con sorpresa nell'appello del 1. marzo che i soccorsi di Caritas si indirizzeranno solo ai cattolici italiani. Pronta la risposta di Masina, del giorno dopo, in cui garantisce gli aiuti di Caritas a tutti i bisognosi, senza distinzione di razza, religione o tendenza politica.

28. La documentazione rimasta è un po' confusa e contraddittoria in proposito; secondo La pagina della carità nel Ticino, un bollettino della Caritas centrale di Lucerna senza data ma probabilmente della primavera del 1946, già ai primi di maggio del 1945 una delegazione composta dal vescovo Jelmini, da Masina e da Janner si sarebbe recata a portare dei primi soccorsi a Milano, Genova e Torino.

29. A Genova nel mese di giugno Caritas assicura per circa un mese più di 8.000 minestre al giorno da distribuire ai poveri sinistrati; altri aiuti il mese successivo sono portati a Torino, in collaborazione con il cardinale Fossati.

30. Fra le varie associazioni umanitarie vi è una gara vera e propria. "Io desidero dunque, consigliarle di iniziare subito la distribuzione del latte, a Milano, di modo che i socialisti non arrivino prima di noi con il loro latte" scrive per esempio il direttore di Caritas centrale a Masina l'11.5.1945.
31. Interessante l'azione di Varese, iniziata nell' ottobre '45: si crea un'opera assistenziale per 25 ragazze "madri di guerra" e i loro bambini. Il fine di questo aiuto è materiale ma anche morale, e l'opera funziona pure da centro di riabilitazione, rieducazione e collocamento.

32. La chiusura avviene con una piccola coda polemica, infatti i responsabili di Caritas si accorgono che il Dono svizzero continua a sovvenzionare le attività di Soccorso operaio a Milano. Perché questa disparità di trattamento? Cfr. la lettera di Masina alla direzione del Dono svizzero del 3.8.1946, Archivio vescovile, cartelle Caritas, e anche l'articolo di S. Jacomella sul Giornale del Popolo del 9. 8. 1947.

33. Il 20.9.1947 diciannove persone che hanno lavorato nelle città italiane come volontarie di Caritas scrivono al vescovo Jelmini, dicendosi pronte a costituirsi in un "Corpo delle volontarie della carità".

34. In Italia il 18 aprile 1948 vi è un'importantissima votazione politica. Un gruppo di ticinesi, per contrastare la propaganda comunista negli istituti di beneficenza di Como, decide di distribuire delle derrate alimentari ai poveri della città. Masina prende a cuore la vicenda e cerca la collaborazione di don Crivelli di Caritas centrale, per accelerare l'arrivo degli aiuti prima della votazione. Vedi in proposito le lettere del 14 e 17 aprile 1948, presso l'Archivio vescovile, cartelle Caritas.

35. Il sacerdote in questione in un suo rapporto del 1. luglio 1946 dipinge la situazione degli 87 cattolici internati nelle varie homes in modo piuttosto fosco: "Mentre le opere di soccorso ebraiche e protestanti mandano dei rappresentanti a visitare i campi e a distribuire abbondanti soccorsi in natura e denaro, i cattolici non ricevono nulla e non vedono nessuno...".

36. Nel settembre 1948 vi è una colletta nazionale speciale per l'aiuto ai rifugiati cattolici in Svizzera, svolta dalla Caritas centrale. La Curia luganese domanda di poter tenere tutto il ricavato, proprio per continuare l'opera di aiuto ai rifugiati in Ticino; la risposta di Lucerna, l'1.12.1948, è molto dura.

37. "Lo sviluppo preso dalla Centrale di Carità Caritas in sei anni di vita, il moltiplicarsi dei bisogni e delle iniziative, il desiderio di assicurare sempre più saldamente l'avvenire di questa istituzione che ha dimostrato di saper fare tanto bene e che è chiamata a farne ancora di più, il lavoro che aumenta di giorno in giorno, mi hanno portato alla decisione di consacrare alla Centrale Ticinese di Carità un Sacerdote come Direttore", si può leggere nella citata lettera vescovile.

38. Da notare che il vescovo e don Cortella avrebbero voluto tenere Masina come prezioso collaboratore, ma quest'ultimo proprio per non condizionare in nessun senso il nuovo direttore, con molta delicatezza si ritira del tutto dall'ente.

39. È certamente un peccato dal punto di vista storico che mons. Cortella non abbia mai voluto affidare il ricordo delle sue interessanti esperienze di questo periodo (e degli altri successivi) ad altro che a ricordi orali ...

40. Così si esprime don Cortella, tra l'altro, in una lettera al vescovo datata 4.1.1953. Il documento si trova (come gli altri citati, salvo altra indicazione) nell'Archivio vescovile, cartelle Caritas.

41. La colonia è pensata per quei bambini e bambine le cui particolari condizioni personali o familiari non permettono di partecipare alle altre più grandi colonie, quelle dei sindacati per esempio.

42. Molti noti professionisti luganesi danno così a partire da questo periodo un tangibile, prezioso e gratuito aiuto a Caritas.

43. In questa circostanza durante la Santa Messa don Cortella pronuncia un discorso in cui tra l'altro dice "Non vi rimprove riamo di aver peccato perché siamo peccatori anche noi; vogliamo soltanto aiutarvi con tutte le nostre forze: si deve sempre aiutare a sciogliere e non stringere i nodi delle tragedie perché la pena non significhi il principio di una nuova caduta, ma serva a preparare la grande festa della libertà". Citato in S. JACOMELLA, Carceri carcerieri carcerati, Locarno 1992, p. 216.

44. AAVV, Centenario delle Volontarie vincenziane Lugano 1889 1989, Lugano 1989, p. 27.

45. R. BIANCHI, Il Ticino politico contemporaneo, Locarno 1989, p. 427. Vedi anche F. KNESCHAUREK, Stato e sviluppo dell'economia ticinese: analisi e prospettive, Bellinzona 1964.

46. L'interessante inchiesta radiofonica del 1955 comprende delle brevi interviste a Legobbe e a Ronchetti, ispettori dei comuni, al prof. Saglini, a persone della Val Colla e della Val Muggio, a don Cortella ("Per negare la realtà di povertà bisogna essere ciechi o non aver cuore ..."), all'avv. Bianchetti dell'Ufficio cantonale di pubblica assistenza, sorto nel 1945, all' ing. Regazzoni, a Elmo Patocchi e al segretario di concetto del Dipartimento di Igiene Sig. Panzera. La bobina dell'intervista si trova presso la documentazione della RSI a Lugano Besso.

47. Per esempio su un bollettino senza data ma probabilmente del 1955 è scritto che Caritas " è nata e vive per essere la centrale di pronto soccorso nei casi urgenti, per completare, quando occorra, l'aiuto dato dalle pubbliche provvidenze e dalle altre opere benefiche, per soccorrere quando nessun altro lo può fare".

48. Masina, oltre che direttore della Caritas, era un importante dirigente sindacale e politico, e in particolare assicurava il legame tra caritativa e azione sociale sindacale, legame che in seguito sembra in buona parte interrompersi; don Cortella, ovviamente, privilegia l'aspetto caritativo religioso.

49. Già da alcuni anni qualche assistente sociale aveva collaborato con Caritas, per esempio le signorine Luchessa e Motta, ma non erano state assunte in modo regolare e fisso.

50. Cfr. F. KNESCHAUREK, op. cit., p. 21 dell'apparato statistico.

51. I primi contatti tra la Caritas e i vari consolati esteri per cercare una soluzione a questo delicato problema sono presi già nel gennaio 1959.

52. La presenza di una forte immigrazione è uno dei più grossi problemi sociali della Svizzera del nostro secolo. Cfr., per es., S. e G. ARLETTAZ, L' immigration en Suisse depuis 1848, une mémoire en costruction, in Rivista Storica Svizzera, vol. 41, 1991, no. 3, pp. 287 297.

53. Con la Caritas centrale la Caritas diocesana ha rapporti di corresponsabilità, di sussidiarietà e di coordinamento di certe attività; normalmente l'aiuto all'estero è demandato alla Caritas nazionale.

54. La generosità e l'impegno di don Cortella (che dal 1945 tiene tra l'altro una domenicale conversazione religiosa, che durerà ben quarant'anni) gli valgono intanto una serie di riconoscimenti: nel 1959 viene nominato Arciprete della Cattedrale di Lugano e nel 1961 con la prelatura diventa Monsignore. In seguito porterà il suo contributo in diverse commissioni civili ed ecclesiastiche; l'elenco completo delle sue cariche sarebbe troppo lungo.

55. La citazione si trova a p. 17; questa pubblicazione, di una sessantina di pagine, è preziosa per capire il "taglio" caratte ristico che mons. Cortella dà a Caritas. Oltre a delle riflessioni spirituali sulla povertà, l'opuscolo presenta alcune iniziati ve dell'ente, un intervento delle tre assistenti sociali sul loro lavoro e infine riporta alcuni documenti ufficiali che reggono l'attività di Caritas.

56. Vedi per es. l'interessante intervista di Luciana Caglio a mons. Cortella pubblicata sull'Azione del 7.2.1974. Tra l'altro il direttore di Caritas afferma "... alla base di tutto c'è il compito di aiutare l'uomo a ritrovarsi in una società che lo disprezza, che lo valuta per quel che rende (...) A fare il povero non è tanto il bisogno quanto la paura."

57. Cfr. il lavoro di diploma di D. GORINI, E. MAGISTRA, Polivalenza e/o specializzazione: i servizi sociali in Ticino, lavoro presentato all'Ecole de service social et d'animation di Losanna nel 1990, che offre una breve ma interessante panoramica sullo sviluppo dei servizi sociali cantonali. Che io sappia non esiste ancora un'analisi storica specifica sull'evoluzione dei servizi sociali del nostro cantone.

58. Il SIM era un luogo di consultazione e di informazione per i dimessi dell'ONC, gli etilisti, i tossicomani e altre persone che necessitavano di un intervento ambulatoriale.

59. L'interessante e per molti versi sconfortante indagine del DOS in questione contiene anche una serie di osservazioni critiche sugli istituti e alcune prime considerazioni sulla problematica, ed è datata dicembre 1960; una copia di questa indagine si trova nell'Archivio vescovile, cartelle Caritas.

60. Anche con conferenze pubbliche: vedi per es. quella tenuta alla sede del Lyceum di Lugano il 29 marzo 1974 (cfr. Giornale del Popolo del 30.3.1974 e Corriere del Ticino de1 1.4.1974)

61. Lettera al direttore del Messaggero Ticinese, datata 13.3.197 0; lo scritto viene poi ripreso sulla rivista stessa. Mons. Cortella riprende e approfondisce la tematica anche nel già citato opuscolo di Caritas del 1972 in occasione dei trent'anni dell'ente; tra l'altro afferma che l'intervento caritativo della Chiesa è un dovere e un diritto.

62. Fra gli organizzatori di questo corso si può citare Mauro De Grazia, per qualche tempo valido collaboratore di Caritas; suo, per esempio, un interessante Repertorio degli enti a carattere sociale ed assistenziale effettuato nell'inverno 1972 73, in collaborazione anche con il DOS.

63. In una lettera del 10.3.1975 mons. Cortella comunica al vescovo una serie di osservazioni su questa questione e dopo aver ricordato un certo isolamento di Caritas nella realtà diocesana si domanda come bisogna lavorare di fronte alle molte istituzioni sociali e in particolare all'attività sempre maggiore del DOS.

64. L'atto vescovile afferma che lo scopo dell'istituzione è " l'assistenza materiale e morale dei bisognosi nel Canton Ticino, in ogni forma richiesta dalle necessità ed in collaborazione con gli enti assistenziali pubblici e privati, e particolarmente con gli enti cattolici".

65. Cortella scrive anche che nei confronti dello Stato non vi è nessuna diffidenza, ma che si impone un'organizzazione dell'attività caritativa cattolica che faciliti il dialogo con lo Stato proprio per meglio tutelare la fisionomia morale delle opere cattoliche; scrive poi anche che le critiche rivolte a molte istituzioni cattoliche di carenza di organizzazione e di metodo non sono sempre senza fondamento.

66. Per una breve sintesi sull'inizio del Sinodo 72 vedi per es. l'articolo di mons. Giuseppe Bonanomi sul Giornale del Popolo del 28/29.3.1992.

67. Interessanti, per esempio, le conclusioni di uno studio sociologico di quegli anni :"È in atto un processo di crisi delle tradizioni che inizia dalle città, dai giovani, dai lavoratori, e che coinvolge nella condanna delle istituzioni anche la chiesa. Si ha l'impressione che i ticinesi abbiano presente un modello di chiesa i cui lineamenti sono venuti determinando all'interno di un contesto socioeconomico di tipo ormai superato... Coinvolta in un processo di mutamento di cui non riesce a tenere il passo, la pratica da un lato largamente sopravvive come momento di un sistema di vita destinato a essere superato, dall'altro cerca faticosamente un nuovo volto come espressione di una recuperata attualità dei valori cristiani vissuti fino in fondo." In G. MANGIAROTTI, L. RIBOLZI, G. ROSSI, Partecipazione religiosa e immagine della Chiesa in Ticino, Lugano, 1974, p.145.

68. Il rapporto recensisce 162 suore che lavorano in 28 istituti, su un totale di una cinquantina in tutto il cantone. Ecco i problemi emersi: la grande solitudine dei degenti e delle suore, l'alta età media delle suore, la necessità di un aggiornamento del personale, di una maggiore integrazione nella realtà locale e di un volontariato adulto, il bisogno di sviluppare il tema dell'accompagnamento ai sofferenti e ai morenti, di una pastorale della terza età, ...

69. "Ho forse lasciato che Caritas rimanesse troppo isolata nella vita della nostra Chiesa: ma ho sempre esitato a reclamizzare Caritas. Oggi ... Caritas ha bisogno di inserirsi più vivacemente nella vita della nostra Chiesa". Così scrive mons. Cortella ai sacerdoti ticinesi il 30.11.1976.

70. Cfr. il Bollettino di informazione Caritas Ticino, ottobre novembre 1982, che contiene un'interessante sintesi dei lavori.

71. Sul Giornale del Popolo del 18.6.1980 vi è una lunga e interessante intervista a Cortella, che illustra a ruota libera la sua più che trentennale esperienza in Caritas.

72. Si tratta in particolare di riuscire a ottenere l'esenzione fiscale per le donazioni e i lasciti e di ottenere sussidi concessi a Enti privati.

73. Da notare che i responsabili di Caritas contestano vivacemente questa interpretazione della legislatura federale.

74. Il decreto vescovile è del 23.11.1987, e l'Ufficio è composto da don Giuseppe Torti, Roby Noris, Mimi Bonetti Lepori, don Pietro Borelli, e Myriam Crivelli.

75. Sulla questione vi è ormai un'infinita letteratura; mi limito a ricordare G. ROSSI, P. DONATI (a cura di), Welfare State, problemi e alternative, Milano 1984.

76. Vedi per esempio l'interessante analisi in proposito, a firma M(imi) L(epori), apparsa sul Bollettino d'informazione Caritas Ticino, gennaio 1982.

77. La presa di posizione, riportata sul Bollettino di informazione Caritas Ticino, marzo 1982, contiene riflessioni molto interessanti, ed è approvato dal Consiglio Pastorale ticinese.

78. AAVV, La povertà in Ticino, Bellinzona, 1986, a cura del DOS. Lo studio calcola in circa il 15% dei contribuenti (cioè quasi 40.000 individui) il numero delle persone che vive al di sotto della soglia della povertà.

DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ:
DALLA STORIA UNO SGUARDO AL
FUTURO

Parte seconda


SGUARDO AL FUTURO


Tra privato sociale e carità ripensare a
nuovi modelli di welfare

Parte seconda: SGUARDO AL FUTURO


Tra privato sociale e carità ripensare nuovi modelli di welfare

A. Atti del convegno del 50esimo di Caritas Ticino tenuto a Lugano il 21 novembre 1992


B. Privato sociale e carità, modelli e esperienze

ATTI DEL CONVEGNO


per i 50 anni di Caritas Ticino tenuto a Lugano il 21
novembre 1992


"DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ: SGUARDO AL FUTURO"

100 anni di dottrina sociale della Chiesa
e crisi del Welfare State, verso il 2000 alla
ricerca di strade nuove per esprimere la
Carità e la diaconia

A.

Atti del convegno di Caritas Ticino

DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ: SGUARDO AL FUTURO
di Mons. Eugenio Corecco p 107


CARITÀ E SOLIDARIETÀ NELLA SOCIETÀ POST MODERNA: il punto di vista
della dottrina sociale cristiana
di Pierpaolo Donati p 112


DOTTRINA SOCIALE: UNA RISPOSTA POLITICA?
di Renzo Respini p 134


DOTTRINA SOCIALE E MERCATO
di Christian Marazzi p 139


DALLA CARITÀ AL WELFARE STATE
di Edoardo Bressan p 147


LA SOCIETÀ HA BISOGNO DEI SOCI
di Giacomo Contri p 153


Tavola rotonda: "I CATTOLICI E LA CARITÀ:RUOLO E MODELLI D'INTERVENTO" p 157

Partecipanti: Mons. Juraj Petrovic Caritas Rijeka (Croazia), J. Luc Trouillard
Caritas Europa, Marie Alice Sergé Secours Catholique (Francia), Mons. Giuseppe
Pasini Caritas Italia, Hubert Bausch Caritas Svizzera. Moderatore Pierpaolo Donati

DIOCESI DI LUGANO E CARITÀ: SGUARDO AL FUTURO

Mons. Eugenio Corecco

L'assillo di guardare al futuro, "alla ricerca di strade nuove per esprimere la carità", potrebbe nascere da un nostro dubbio interiore.

La carità è ancora atta a garantire la presenza della Chiesa nella società tenendo conto del contributo che essa deve dare alla soluzione dei problemi sociali del mondo contemporaneo? Una risposta semplicistica e perciò palesemente inadeguata, potrebbe essere quella di ricordare che la Chiesa, in realtà, dà il suo contributo alla soluzione dei problemi sociali non solo attraverso la Caritas, ma anche e soprattutto attraverso i sindacati cristiani, i quali, da sempre, lottano per la realizzazione della giustizia sociale.

Questa risposta potrebbe ingenerare l'equivoco di credere che il sindacato cristiano sia preposto alla realizzazione della giustizia, mentre la carità e la Caritas abbiano, come compito, solo quello di garantire il superfluo. Di qui il dubbio sottile, eventualmente contenuto nella formulazione del tema di questo Convegno.

In una società che pretende (almeno nei paesi ricchi come il nostro) di realizzare in modo sempre più globale il Walfare State (malgrado le ricorrenti crisi congiunturali), in uno Stato cioè sempre più sociale, la Caritas ha ancora una prospettiva di avvenire? Per definizione, infatti, il superfluo potrebbe anche non esistere, mentre sempre essenziale e imprescindibile è la giustizia.

Ma noi sappiamo che per il cristiano la virtù della carità non appartiene al novero delle cose superflue. Il pilastro fondamentale della vita del cristiano non sono le quattro virtù cardinali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza (formulate dalla filosofia stoica, da Seneca in particolare) e recepite anche dal pensiero cristiano. Il pilastro fondamentale della vita del cristiano sono le tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità.

La carità appartiene perciò all'essenza stessa dell'esperienza cristiana. Non è possibile, di conseguenza, per il cristiano, regredire semplicemente al livello della pratica delle virtù cardinali (cui appartiene anche la giustizia) e muoversi perciò solo sul terreno della razionalità umana e del diritto naturale, prescindendo dalla pratica della carità, che appartiene all'ambito della esperienza soprannaturale, cioè della redenzione e della grazia.

La carità non coincide con il superfluo, è l'essenza stessa della vita del cristiano. Costituisce perciò l'elemento essenziale della presenza del cristiano e della Chiesa nel mondo e del suo contributo alla realizzazione del bene comune.

Non esiste dubbio sul futuro della carità e perciò, in modo derivato, della Caritas, in quanto forma istituzionalizzata per attivare questa virtù teologale. La Caritas è un albero che non può essere tagliato; anzi, deve crescere e dare frutti sempre più abbondanti, così come ci insegna la parabola del Vangelo. Siamo tuttavia tutti consapevoli che, in una cultura positivista come quella in cui viviamo, un argomento "a priori" non ha più la forza convincente di un tempo. Dobbiamo di conseguenza reperire la risposta alla nostra domanda, percorrendo altri itinerari di ricerca.

La dottrina sociale della Chiesa che, paradossalmente, sembrereb be essere stata elaborata per porre le fondamenta di una concezione cristiana non della carità, ma della giustizia, ha subito, proprio su questa tematica, una profonda evoluzione.

La svolta nevralgica è avvenuta nel 1963 quando Papa Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, per fondare la dignità della persona umana non ha più utilizzato solo gli argomenti classici della filosofia, ma ha fatto ricorso anche alla Rivelazione. Il fondamento ultimo della dignità della persona umana, salvata dal sangue di Cristo versato sulla croce, sta nella sua filiazione divina.

Questa argomentazione di Giovanni XXIII ha introdotto nella dottrina sociale un nuovo criterio epistemologico. Da quello puramente filosofico razionale (sia pure illuminato dalla fede), il Magistero pontificio è passato alla adozione di una conoscenza direttamente derivata dalla Rivelazione, perciò dalla fede. Dalla filosofia è avvenuta una evoluzione verso la teologia.

Il risultato è sorprendente. Se la prima pagina della dottrina sociale della Chiesa, quella scritta da Leone XIII con la "Rerum Novarum" parla della giustizia, l'ultima pagina della stessa, se si prescinde dalla "Centesimus annus", quella scritta da Papa Giovanni Paolo II, cinque anni or sono, con la

"Sollicitudo Rei Socialis", propone il discorso della carità. Per liberare il proletariato dalla schiavitù in cui, nel secolo scorso (secolo del progresso), era stato assoggettato dal mondo padronale, Leone XIII ha invocato il criterio della giustizia e, su questa linea, si sono mossi anche i Papi successivi. Pio XI, commemorando la "Rerum Novarum", quarant'anni dopo (1931), con la "Quadragesimus Annus", affermava ancora, e giustamente, che non si può nascondere l'ingiustizia con la carità e che alla carità non spetta l'obbligo di coprire con un velo la violazione della giustizia.

Tutto ciò è profondamente vero, ma è evidente che in quel contesto il discorso sulla giustizia e sulla carità erano ancora condotti su due piani diversi, senza convergere verso una sintesi. Ciò dipende dal fatto che l'analisi della situazione di ingiustizia sociale, in cui versava la società, era fatta con criteri di natura prevalentemente economica e politica, mentre nella "Sollicitudo Rei Socialis", Papa Giovanni Paolo II ha introdotto un altro criterio di analisi.

Nel solco di Papa Giovanni XXIII, che, come abbiamo visto, aveva dichiarato la Redenzione di Cristo quale fondamento ultimo della dignità della persona umana, Giovanni Paolo II, nei numeri 35 40 della "Sollicitudo Rei Socialis", invece di una lettura economica, ha dato una lettura teologica delle cause della ingiustizia sociale esistente nel mondo.

Papa Giovanni Paolo II sostiene che la radice più profonda dei disordini sociali non è di natura economica o politica, ma di natura morale e teologica. Alla radice sta il peccato personale degli uomini; stanno le "strutture di peccato" che via via si sono consolidate nella società, ma alla cui origine emerge sempre il peccato personale dell'uomo.

La nozione di peccato non è filosofica, ma teologica, poiché il peccato non ha come referente valori impersonali, come potrebbe essere per es. quello della giustizia, ma sempre il Dio personale; anzi, il Dio trinitario, dal cui seno si è rivelato il Figlio, nella incarnazione, per portare all'uomo la Grazia della redenzione.

Con la "Sollicitudo Rei Socialis" la dottrina sociale della Chiesa è stata così collocata all'interno del binomio con il quale da sempre è stata fatta la lettura cristiana della storia: il binomio del peccato e della Grazia. La Grazia, intesa come perdono e aiuto dell'uomo, per la conversione del suo cuore.

La storia dell'umanità, in effetti, è la storia del coinvolgimento di tutti gli uomini nelle conseguenze, sia del peccato che della Grazia.

Il coinvolgimento nel peccato si realizza, socialmente e politicamente, nelle "strutture di peccato" che creano condizionamenti e ostacoli per la realizzazione del bene comune e dello sviluppo dei popoli.

Il coinvolgimento della Grazia avviene, socialmente e politicamente, nella solidarietà tra gli uomini. Quello della solidarietà è l'unico criterio possibile per superare la brama del profitto e la sete del potere, in quanto aspetti negativi più caratteristici della vita sociale contemporanea. Si tratta, infatti, di una solidarietà che deve realizzarsi non solo tra le singole persone, ma anche tra i gruppi intermedi e tra le nazioni, tra Nord e Sud; di una solidarietà intesa come opzione preferenziale per i poveri, nel senso non solo materiale ma anche spirituale della parola.
Dalla nozione di giustizia, la dottrina sociale della Chiesa è evoluta perciò verso la nozione di solidarietà.

Ma di quale solidarietà intende parlare la "Sollicitudo Rei Socialis?" La solidarietà è senza dubbio una virtù umana, che potrebbe essere anche annoverata accanto alle quattro virtù cardinali già menzionate, attorno alle quali Seneca ha tentato la sintesi di tutta la sua filosofia morale.

Tuttavia, la solidarietà, afferma Giovanni Paolo II, tende a superare se stessa per rivestire la dimensione specificamente cristiana della gratuità totale, e perciò della carità, che è il segno distintivo dei discepoli di Cristo (Gv 13, 35). Il re ferente di questa solidarietà cristiana non è più perciò soltanto l'individuo umano, con i suoi diritti e la sua fondamentale uguaglianza rispetto a tutti, ma l'uomo, in quanto viva immagine di Dio Padre; in quanto persona riscattata dal sangue di Cristo e posta sotto l'azione permanente dello Spirito Santo.

Questo uomo, non più definito filosoficamente, ma teologicamente, deve essere amato, anche se nemico, con lo stesso amore con cui lo ama il Signore. Per lui bisogna essere disposti anche al sacrificio supremo: "dare la vita per i propri fratelli" (1 Gv 3, 13). Non è un caso che la "Sollicitudo Rei Socialis", a sostegno di questi concetti, introduce l'esempio di Massimiliano Kolbe, che ha dato la vita per un uomo a lui estraneo, in nome di Cristo, considerandolo come fratello.

Su questa base teologica si prospetta l'emergere di un nuovo modello di solidarietà e di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi l'azione sociale del cristiano. Un modello che va al di là dei vincoli umani naturali, poiché ha come fondamento la carità. Per la prima volta nella dottrina sociale della Chiesa, la "Sollicitudo Rei Socialis" propone al mondo, come modello di riferimento, la forma della socialità tipica dell'esperienza cristiana; propone la comunione come modello per realizzare il bene comune di tutta l'umanità.

Se la Chiesa osa segnalare il proprio modello di comunione come esempio valido universalmente per realizzare la giustizia sociale, lo fa perché possiede la coscienza di essere chiamata dal Signore ad essere, come dice la Lumen Gentium, segno e sacramento di salvezza per il mondo intero.

"I meccanismi perversi" della società e le "strutture di peccato" potranno essere vinte, afferma la "Sollicitudo Rei Socialis", solo mediante l'esercizio della solidarietà umana che, per il cristiano, può logicamente configurarsi solo come comunione e perciò solo come frutto della carità.

A questo punto non possiamo non sottrarci, ancora una volta, ad una domanda precisa: ma cos'è la carità?

Come per la solidarietà, anche in merito alla carità le possibilità di equivoco sono grandi.

La carità non consiste solo nel fare qualche cosa per gli altri. È più di questo. Non può essere confusa con altruismo. Il fare, l'agire, l'intervenire, il dare, sono solo i modi in cui si realizza la carità, non sono la sua origine.

Non rileggeremo mai con sufficiente attenzione il celebre testo del cap. 13 della prima lettera ai Corinzi: "Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... anche se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza... anche se trasportassi le montagne con la fede, ma non avessi la carità, non sarei niente. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo alle fiamme per gli altri, ma non avessi la carità, non mi gioverebbe a nulla".

È un testo che non lascia scampo. Il cristiano in quanto cristiano, non è nulla anche se facesse le cose più grandi di questo mondo, anche se distribuisse tutti i suoi beni in elemosina, o realizzasse la perfetta giustizia sociale. Non saremmo nulla, poiché per vocazione non siamo stati chiamati a dare o a realizzare la giustizia in quanto tale o a praticare l'elemosina, bensì a condividere con gli altri la nostra persona, in nome di Cristo.

La virtù teologale della carità esige dal cristiano di riconoscere l'altro come parte di se stesso; parte della propria persona e della propria umanità. Il cristiano deve lasciarsi determinare dal fatto che Cristo, sulla croce, ha stabilito un'unità oggettiva tra lui e gli altri. Il punto genetico della carità sta nel riconoscere l'unità stabilita tra gli uomini da Gesù Cristo. Il cristiano è chiamato ad amare l'uomo ed a fare unità con lui e, così, a realizzare anche la giustizia sociale, non grazie alla propria generosità, ma in nome di Gesù Cristo. La carità consiste nell'aprirsi all'altro, non in nome dei propri sentimenti naturali, ma in nome di Gesù Cristo. Per questo il cristiano è chiamato addirittura ad amare anche il suo nemico.

La carità è, di conseguenza, un gesto che nasce da una concezione diversa di noi stessi. Il punto che siamo perciò chiamati a convertire è prima di tutto la concezione che abbiamo di noi stessi. Una concezione capace di generare in noi una coscienza nuova circa la nostra persona, diversa da quella presente nel mondo.

La carità, così intesa, è la conseguenza della nostra adesione, nella fede, alla persona di Gesù Cristo, e della nostra speranza circa il fatto che, come afferma S. Paolo, "le tribolazioni del tempo presente sono senza paragone rispetto alla gloria che ci attende nella vita futura" (Rm 8, 18).

Solo in forza delle virtù teologali della fede, della speranza e della carità è possibile per il cristiano valutare in modo adeguato il destino globale dell'uomo. Sono i criteri che ci permettono di realizzare questo destino, dando una risposta adeguata anche alla "questione sociale".

La nozione di solidarietà, proposta dalla "Sollicitudo Rei Socialis", sfocia nella nozione di comunione e di carità cristiana, superando tutti gli schemi dottrinali precedenti. Rimane evidentemente vero che non è possibile praticare la carità se non si realizza la giustizia, ma l'enciclica "Sollicitudo Rei socialis" afferma chiaramente anche che, per il cristiano, la giustizia deve essere vissuta e realizzata come, e in forza della carità. È l'insegnamento inequivocabile di S. Paolo: "Anche se dessi tutti i miei beni agli altri, ma non avessi la carità, non sarei nulla".

Perché nulla? Perché senza la carità non mi porrei come segno di Cristo di fronte alle esigenze di giustizia sociale presenti nel mondo. In quanto cristiani siamo, infatti, chiamati a rendere presente Cristo nel mondo.

Attraverso ogni intervento sociale siamo chiamati a porre nel mondo un segno rivelatore della salvezza.

Il vero problema perciò non è quello di sapere se continuerà ad esistere, anche in avvenire, uno spazio di intervento sociale per la Caritas, ma piuttosto di riuscire a precisare sempre meglio la sua modalità di intervento nel mondo. La Caritas, in effetti, ha come missione di essere lo strumento istituzionale attraverso il quale la Chiesa interviene nel mondo, ponendosi esplicitamente come attuazione concreta delle virtù teologali e, in particolare, della carità.

I settori e i criteri d'intervento della Caritas, in seno alla società, possono cambiare, come, del resto, sono costantemente cambiati, anche nel corso di questo primo mezzo secolo di esistenza della nostra Caritas diocesana. L'esperienza non lascia nessun dubbio sul fatto che in via primaria, oppure anche solo in via di supplenza rispetto alla società civile e allo Stato, esisterà sempre uno spazio di intervento specifico della Caritas. Ciò è vero anche nell'ipotesi che avvenisse una totale realizzazione del Welfare State.

La ragione sta sia nel fatto che l'uomo è irriducibile ad un progetto culturale, sociale e politico di ogni tipo, sia nel fatto che l'amore per il prossimo è costitutivo dell'esperienza cristiana. La Caritas ha perciò un ruolo insopprimibile, indipendentemente dal fatto che si esprima secondo forme istituzionalizzate oppure solo individuali.

Il problema dell'avvenire non è quello della sopravvivenza della Caritas in quanto istituzione. Sarà sempre possibile individuare nuovi bisogni dell'uomo e della società e nuovi spazi d'intervento. Il vero problema è quello di riuscire a fare della Caritas un'espressione sempre più eloquente della missione pastorale della Chiesa. Anche se la Caritas copre un settore particolare, non può mai limitarsi a fare gesti solo particolari. Ogni gesto deve, nella misura del possibile, contenere ed esprimere il tutto.

La transizione, nella dottrina sociale della Chiesa, da una visione d'intervento fondata sul diritto naturale e perciò sulla virtù della giustizia, ad una visione fondata sulla solidarietà cristiana e perciò sulla comunione e la carità, rende il ruolo della Caritas insostituibile, perché è chiamata a realizzare non solo la giustizia umana, ma la solidarietà cristiana, che nella sua espressione più precisa assume la caratteristica della comunione e della carità.

Qualunque dovesse essere la natura e il settore dei suoi interventi in campo sociale, la Caritas è chiamata, con urgenza sempre più grande, ad esprimere nella società due valori specifici del cristianesimo, la cui rilevanza sociale non è misurabile infatti con criteri puramente razionali.

Il primo è la gratuità verso l'uomo in difficoltà, poiché è stata gratuita anche la redenzione offertaci da Cristo. Il secondo è quello dell'eccedenza, poiché eccedente è l'amore di Cristo verso di noi. La carità non ha come misura il bisogno dell'altro, ma la ricchezza e l'amore di Dio.

È, infatti, limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno e l'amore di Cristo è più grande del nostro bisogno.

Sarà sempre possibile dare nei confronti dell'uomo e dei suoi bisogni, spirituali e materiali, una testimonianza di gratuità e di eccedenza. Anzi, è un dovere al quale siamo chiamati in forza della nostra vocazione cristiana.

Ne consegue, più che mai, che la carità, anche nella forma istituzionale assunta nella Caritas, non può essere eliminata dall'esperienza di una Chiesa particolare e non può perciò essere eliminata dalla nostra Diocesi.

Eugenio Corecco, vescovo della diocesi di Lugano dal 1986, dr. jur. can. già professore all'Università di Friborgo e all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, presidente della Consociatio internationalis Studio Juris Canonici Promovendo, fondatore nel 1992 e Gran Cancelliere dell'Istituto Accademico di Teologia di Lugano.

CARITÀ E SOLIDARIETÀ NELLA SOCIETÀ POST MODERNA:
il punto di vista della dottrina sociale cristiana

di Pierpaolo Donati

1. Premessa

La dottrina sociale della Chiesa è l'annuncio di una visione «dell'uomo nella società» che può essere descritto con tre parole: civiltà dell'amore (1). È il progetto di una cultura e di una relativa organizzazione sociale che si misurino sul metro dell'amore dell'uomo per l'uomo. Ma la charitas può essere tradotta in una intera «civiltà»? Questo è l'interrogativo, anzi la sfida che tutti noi dobbiamo affrontare quando cerchiamo di capire se e come la dottrina sociale della Chiesa possa effettivamente essere tradotta in pratica sociale e in una concreta per quanto plurale forma di società. Molte culture e molte religioni parlano dell'amore. Ma nessun'altra, come quella cristiana, eleva la charitas a fondamento di un'intera «civiltà possibile».

Il compito che oggi ci è affidato è quello di capire il senso delle differenze con altre dottrine, e poi se e come la dottrina sociale cristiana possa essere vissuta e resa effettiva nella storia, e nella storia di oggi. S'intende, almeno in quanto sta in noi, dato che il cristiano non può dubitare che Dio sia fedele alle Sue promesse. Il compito è reso particolarmente arduo e improbabile dal fatto che la società odierna sembra andare, almeno in apparenza, sempre più contro la carità e la solidarietà come basi del vivere sociale. Nuovi egoismi appaiono all'orizzonte. Nuove chiusure emergono ovunque. E non solo nelle aree più depresse del mondo, ma anche nel seno stesso delle società più modernizzate. Anzi, proprio in queste ultime noi vediamo uomini che erigono nuove e potenti barriere a difesa dei propri interessi, delle proprie fortune e dei propri privilegi contro altri uomini.

Chi è sano teme di essere chiamato a dare qualche aiuto a chi è malato, chi ha un lavoro teme di doverlo dividere con chi non ce l'ha. Così pure chi è solo (l'anziano, il bambino) o debole (come i portatori di handicap), o è incorso in una situazione difficile o tragica (il disadattamento, la tossicodipendenza, ecc.), si vede sempre più escluso da una società pensata e organizzata per i «forti», cioè chi sta bene, è autonomo, ha potere contrattuale e di scambio. Ci si scandalizza spesso delle società antiche divise fra liberi e schiavi. E non si vede che la società contemporanea avanzata è divisa in una maniera di fatto non molto dissimile fra gli «inclusi»e gli «esclusi», i privilegiati e l'underclass (la «sotto classe», costituita da disoccupati ed emarginati), i nativi e gli immigrati. Mondi spesso non comunicanti, tra i quali crescono le difficoltà di mutua comprensione e solidarietà.

Dobbiamo allora chiederci: davvero la società post moderna può fare a meno, oggi e nel prossimo futuro, di carità e solidarietà? Nessuno, in realtà, può ragionevolmente pensarlo. Neppure i cosiddetti «non credenti». Il problema, perciò, diventa quello di capire in che senso la società post moderna abbia bisogno di carità e solidarietà, quali possano essere le valenze culturali e le funzioni sociali di carità e solidarietà, e come esse possano venire adeguata mente espresse e messe in pratica nelle nuove condizioni di complessità della vita sociale che esce dalla modernità.

Alla fine di questo percorso (non «prima»!), quindi senza presupporre alcun dogmatismo, si vedrà che il messaggio cristiano è ancora, anzi diventa sempre più, l'unica base credibile e realistica per un progetto di società post moderna che, a partire dall'Europa, è oggi spinta per necessità a riorganizzarsi su fondamenta completamente diverse da quelle della modernità (ovviamente, pur senza abbandonare le migliori acquisizioni della modernità).

2. Carità e solidarietà: due termini distinti ma relazionati.

2.1. Distinguere per relazionare

Il senso che noi cerchiamo di osservare e rappresentare per i concetti di carità e solidarietà deve rispettare la loro natura propria, senza confondere i due termini fra di loro o con altri concetti (2). Dobbiamo distinguerli, ma non per separarli, bensì per relazionarli, giacché solo la loro relazione li rende comprensibili e traducibili sul piano pratico, e quindi efficaci.

La solidarietà è l'aspetto sociale della virtù della carità intesa come amore soprannaturale alla persona. Entrambe radicano in Cristo. La carità si innesta alla prospettiva soprannaturale in modo immediato, mentre la solidarietà ne è una manifestazione più esterna, e dunque ha un riferimento più indiretto, tale da consentire molte e differenti mediazioni umane.

Il radicamento in Cristo distingue carità e solidarietà dalla «filantropia» e dalla «benevolenza» umana, che non vanno certamente disprezzati, ma sono un'altra cosa. La parola filantropia è stata impiegata dai Padri della Chiesa (segnatamente Ireneo di Lione) che si richiamava a San Paolo nell'evocare la filantropia di Cristo (lettera a Tito, 3, 5), ma nel linguaggio attuale questo termine è segnato dall'età dei Lumi, così come la parola «benevolenza» (Bernardino di S. Pietro). Il socialista Saint Simon, all'inizio del XIX secolo, faceva appello ai filantropi per finanziare il suo progetto di Nuovo Cristianesimo (1825). Ma si trattava, precisamente, di un cristianesimo senza Cristo. C'è, in questo pensatore come in molti altri dell'Ottocento, la volontà di ripensare l'amore del prossimo e la solidarietà umana senza riferimento spirituale e ancor meno a Cristo. Lo stesso Augusto Comte, il teorico del positivismo moderno, esaltava la filantropia nel suo vasto progetto di organizzazione culturale del mondo, copiato in un certo modo sull'organizzazione cattolica, ma senza Cristo.

Ancor oggi molti esaltano la filantropia richiamandosi a varie ideologie liberali, marxiste o neo marxiste. Ma queste concezioni che pure parlano di solidarietà umana non ricevono la loro linfa vitale dalla charitas e rischiano continuamente di cadere nella sterilità.

«La Chiesa non annuncia un messaggio filantropico, la sua Buona Novella è di un altro ordine. Si potrebbe perfino immaginare che, in un domani, la proposta di una civiltà dell'amore entri in opposizione non già con un'impresa violenta di disumanizzazione che contraddice in maniera evidente la legge naturale, come i totalitarismi del XX secolo, ma con un progetto filantropico che si richiami ai diritti dell'uomo. Il conflitto potrebbe insorgere dalla contestazione di una filantropia, cioè a dire da un amore del prossimo, che fosse proposto senza riferimento a Cristo» (P. de Laubier, 1990, pp. 65 e ss.).

Se si guarda al legame fra solidarietà e carità, se, in altre parole, l'una è letta alla luce dell'altra, allora si vede come, per comprendere la loro relazione, si richieda un'antropologia. Quella cristiana è certamente tale da mostrare l'insondabile ricchezza di entrambe, e di ciò a cui entrambe alludono, precisamente con il relazionarle ad una visione dell'uomo che consente di non slegare, ma di connettere fra loro, carità e solidarietà.

Una certa solidarietà può esistere anche nel mondo animale. Perché la solidarietà umana è differente? Perché e solo perché essa radica nella carità, e la carità è solo umana in quanto l'umano è relazione a Dio (la dignità dell'uomo non è in se stesso, ma nella relazione di filiazione a Dio). Occorre ricordare la Scrittura:

«Noi sappiamo che amiamo il nostro prossimo dice S. Giovanni (Gv. I, 5,2 ) quando amiamo Dio».

È su questa base che S. Tommaso definisce la carità come amore di Dio e amore dei fratelli a causa di Dio o in Dio. La sfida teologica che questo punto solleva meriterebbe uno svolgimento adeguato, che tuttavia non rientra nel mio compito di sociologo. Resta il fatto che non può esservi una visione sociologica «veritativa» che non abbia un presupposto generale di ordine metafisico, e nella fattispecie questo presupposto consiste nel fatto che l'agire caritativo non ha senso proprio e pieno se non è azione che muove da Dio e si riferisce a Dio: Dio ne è il motore e il fine. Le forme della solidarietà che essa esprime debbono riflettere questa avventura, insieme umana e divina, che ci colloca nella città terrestre, sospesa fra la città celeste e quella degli inferi (come distingue S. Tommaso, correggendo il dualismo di S. Agostino che vedeva solo le due città, celeste e diabolica).

Attraverso la filantropia, beninteso, passano gesti di solidarietà umana concreta che non debbono per nulla essere svalutati o sottovalutati. La Chiesa vive nei cuori che cercano sinceramente la verità, in certi casi anche indipendentemente dalle istituzioni che rappresentano e mediano la «via normale» (come diceva il Card. Journet). Ma non possiamo sostituire la carità con la filantropia. Chi facesse questo, come ha fatto l'Illuminismo nell'epoca moderna, va incontro alle più grosse delusioni.

È quanto di fatto è avvenuto nella storia degli ultimi decenni. Oggi, il risorgere degli egoismi di cui ho detto rende nuovamente evidente ed attuale il fallimento della concezione e dell'esperienza illuministica della carità e della solidarietà.

Quella concezione è ormai al tramonto, dal momento che ha trasformato la «fraternità», quella posta nella triade della Rivoluzione francese, in un'arida giustizia fiscale o nel gesto individuale e privatistico di dare il superfluo come beneficenza. La verità è che, se la libertà e l'eguaglianza debbono essere armonizzate con la solidarietà (fraternità), e tradursi in una «civiltà dell'amore» anziché in una società competitiva dove l'uomo è lupo per l'altro uomo, allora debbono radicare in Cristo, debbono avere radici in forma di croce.


2.2. La società moderna ha cercato «positivizzare» la solidarietà nella forma della filantropia, della benevolenza, della cooperazione

Ma l'approccio positivistico, secolarizzando il legame fra la carità e la solidarietà, ne ha rotto il senso interno. Di fatto, la società moderna ha cercato di realizzare due operazioni: da un lato, ha affermato una concezione della carità come fatto individuale e privato; e dall'altro ha pensato di istituzionalizzare la solidarietà nel welfare state.

Entrambe queste operazioni hanno distorto il senso della carità e della solidarietà, e talora hanno anche condotto a esiti perversi. Non si può certo rifiutare la carità come atto filantropico privato, né si può certo respingere lo Stato sociale, che è e deve restare una basilare istituzione della nostra società. Ma la filantropia e il welfare state (lo Stato sociale) non sono né equivalenti né sostituti funzionali della carità e della solidarietà, come la dottrina sociale della Chiesa intende questi termini. Non bisogna metterli in antitesi. Sono semplicemente un'altra faccenda.

I moderni diritti sociali di cittadinanza, ispirandosi ai quali sono stati eretti i nostri sistemi di sicurezza sociale, i servizi sanitari e sociali, i sistemi fiscali per la redistribuzione e la giustizia fiscale, sono stati indubbiamente conquiste importanti e non possono certo essere messi in causa. Ma essi, come oggi molti arrivano a riconoscere, non possono sostituire né la carità né la solidarietà. Non lo possono per almeno due buoni ordini di motivi:

• primo, perché le istituzioni di solidarietà proprie dei welfare states non eliminano, talora anzi acuiscono, il bisogno di esperienze, vissuti e pratiche di solidarietà a livello interpersonale e di relazioni primarie fra la gente, nei mondi della vita quotidiana (3);

• secondo, perché i sistemi di welfare hanno bisogno di motivazioni profonde o «ultime» che sostengano il consenso (economico, sociale e politico) fra i cittadini per mantenere e sviluppare la solidarietà che si concretizza nella redistribuzione delle risorse operata dallo Stato (anche attraverso il mercato, s'intende un mercato «regolato»).

Proprio la crisi di questi presupposti mette oggi in dubbio il welfare state (4). Appare allora evidente che occorre rifondare le basi etiche dello Stato sociale. Ma questo obiettivo non può più essere perseguito sui binari della modernità, e della sua cittadinanza statalistica. E allora viene in primo piano una nuova società civile e la necessità di ridefinire la cittadinanza «da statuale a societaria» (P. Donati, 1993), dando cioè impulso ad un sistema di diritti di convivenza che siano espressione della società, della sua soggettività, anziché di una sovraimposta soggettività dello Stato (5).

Lo slogan «dalla carità allo Stato sociale», che sintetizza in poche parole la storia di due secoli di lotte sociali in Europa, contiene certamente molte e basilari conquiste sociali. Ma non può essere assolutizzato. Se inteso come necessità che lo Stato sostituisca la carità e le forme solidaristiche di società civile può addirittura risultare fuorviante e oltremodo dannoso.

Le istituzioni del welfare state possono reggere solo se hanno il sostegno di una cultura solidaristica. E la cultura solidaristica ha bisogno di un'anima. Senza un'anima, viene meno la linfa vitale di tutto ciò che rappresenta il vanto delle grandi conquiste sociali dell'epoca moderna. Ecco perché la carità non può cessare di essere la linfa vitale della solidarietà, se questa deve a sua volta sostenere l'ethos del welfare state e l'operare dei suoi apparati, pubblici, privati e misti.

Senza un'ispirazione che affondi in una visione spirituale dell'uomo e della sua dignità in quanto figlio di Dio, tutte le istituzioni di solidarietà sociale si rivelano rimedi passeggeri, espressioni di lotte fra interessi, o meccanismi dettati da impulsi contingenti che possono essere anche distrutti facilmente e rapidamente. Non bastano i buoni sentimenti, e neppure le lotte sociali, se ciò che sostiene le istituzioni sono solo rapporti di forza. I frutti della pura negoziazione degli interessi sono sempre precari.

In breve. La società post moderna deve oggi prendere atto che certe scelte compiute dalla modernità sono state dettate da motivazioni parziali e riduttive. I problemi sociali che rimandano ad esigenze di solidarietà umana non possono essere risolti trasferendo le responsabilità su anonime «società di assicurazioni», in primis lo Stato come massimo garante dei sistemi assicurativi. Sotto questo aspetto sono stati fatti non pochi errori, che peraltro, oggi, i governi non hanno difficoltà a riconoscere. Oggi c'è bisogno di ritrovare un'anima per la solidarietà. Bisogna per questo orientarsi ad una nuova e profonda «conversione», che è insieme spirituale, culturale, sociale, politica, economica.

Di qui l'attualità, sempre antica e sempre nuova, del messaggio cristiano. La carità è spirito. La solidarietà è categoria morale, e di conseguenza, anche sociale, economica e politica. La dottrina sociale, a questo proposito, è molto chiara. Essa si presenta compiutamente come visione soprannaturale che ispira una cultura umana. Il suo ragionamento è semplice. Gli uomini hanno la stessa dignità, ma l'eguaglianza della dignità non significa uniformità: le differenze sono in noi, tra noi, con noi, e non periscono, anzi si rigenerano continuamente. Quando di nuovo vengono in primo piano, e ci si trova di fronte a potenti squilibri (fra ricchi e poveri, sani e malati, deboli e forti) che cosa si deve fare ?

Il pensiero sociale della Chiesa è quanto mai illuminante. Esso ci propone non delle ricette, ma un cammino, la cui direzione direttrice è segnata dal rispetto amoroso delle differenze finalizzato al massimo di reciprocità (= solidarietà) nelle reciproche relazioni.

Il primo principio è certamente quello del rispetto delle differenze, attraverso un pieno riconoscimento che significhi possibilità di ciascuno di svilupparsi seguendo le proprie peculiari inclinazioni, nel rispetto degli altri e del bene comune della società e della comunità mondiale, senza che alcun gruppo umano possa attribuirsi una natura superiore o superiori diritti, né tanto meno operare alcun tipo di discriminazione che possa ledere i diritti fondamentali della persona umana.

Ma il rispetto reciproco non basta. Occorre instaurare rapporti di fratellanza. Il dinamismo della fratellanza è, appunto, quello della carità: «ogni uomo è mio fratello» è qualcosa che, storicamente, solo il cristianesimo ha affermato con una pienezza di contenuti che non ha riscontro in nessun'altra religione o cultura. La carità non è un semplice sentimento di benevolenza o di pietà, essa ha come scopo di permettere ad ogni individuo di vivere davvero in condizioni dignitose che gli spettano di diritto e dalle quali dipendono la sua sopravvivenza, la sua libertà e il suo sviluppo in genere. La carità fa vedere in ogni uomo e in ogni donna un altro se stesso, in Cristo, secondo l'insegnamento divino: «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Commissione Pontificia «Iustitia et Pax», 1988, pr. 23).

Ma riconoscere la propria fratellanza non basta ancora, se tale riconoscimento non diventa comportamento pratico. Ed è questo il piano della solidarietà, fra tutti gli uomini, ricchi e poveri, sani e malati, più dotati e meno dotati, fortunati e sfortunati. L'enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo rei socialis (1987) ha precisamente insistito sul fatto che la solidarietà nasce dal senso della interdipendenza «sentita come sistema determinante di relazioni nel mondo contemporaneo e...assunta come categoria morale. Quando l'interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta, come atteggiamento morale e sociale, come "virtù", è la solidarietà» (pr. 38). Ne va della pace tra gli uomini, e tra le nazioni: «Opus solidaritatis pax, la pace come frutto della solidarietà» (pr. 39).


2.3. Bene comune, solidarietà, sussidiarietà

Non si può ben intendere la solidarietà se non la si riferisce al bene comune. Ora, il problema del bene comune dal punto di vista sociologico è oggi diventato un puzzle.

Dobbiamo specificare il significato dei concetti di solidarietà e di bene comune, dato che questi concetti sono divenuti troppo ampi e complessi per poter essere utili nella discussione e nella risoluzione pratica dei problemi.

Per dirla in breve, finora sono stati teorizzati e praticati quattro significati di solidarietà.

1) Un primo significato è stato quello di organicità. Il referente storico più famoso è l'apologo di Menenio Agrippa. Nella visione antica, la solidarietà è concepita come quella di un corpo costituito da membra che stanno solidalmente cioè funzionalmente in rapporto organico reciproco. Questa concezione non può più essere praticata in modo ingenuo e immediato, perché la società non è più concepibile né governabile come un «corpo». Se si vuole mantenere un mercato aperto (e i relativi mass media) non si può mantenere con ciò stesso una strutturazione «corporativa» della società. E per questo non possiamo più rappresentarci la società come un corpo soggetto e neanche possiamo pensarla come "fatta" di soggetti. I soggetti, infatti, la trascendono. La società è oggi concepibile solo come relazione, cioè come una rete tra soggetti che sono «ambiente» (in senso sistemico) di un tessuto di relazioni. Bisogna capire perché le cose stanno così, e trarre tutte le conseguenze dal fatto che, oggi, la società non può più essere rappresentata in una forma 'organica’. Dire che un certo numero N soggetti sono in rapporto organico funzionale come nell'apologo di Menenio Agrippa (nel quale c'erano i contadini e gli artigiani e ciascuno era funzionale perché l'artigiano dava i suoi prodotti al contadino che a sua volta lo ripagava con i suoi prodotti agricoli ecc.) non ha più un significato credibile, perché il concetto di organicità è un'analogia che ormai si è persa nel tempo e che non ha più possibilità di essere perfino pensata nel senso antico. Ma questo significato non è mono: I'immagine organica conserva un valore simbolico veritativo in quanto ci richiama ad una comune «famiglia umana». Se vuole mantenere una validità, deve essere portata ad un nuovo livello di generalizzazione; cioè, deve essere tradotta in una appropriata rappresentazione simbolica di una comune appartenenza alla umanità.

In tal caso, diventa il richiamo ad una fondamentale interdipendenza fra gli uomini che è umana, in quanto distinta dalle interdipendenze sociali (fra ruoli), economiche (interessi materiali), politiche (di organizzazioni partitiche).

2) Una seconda concezione di solidarietà è quella che, tradizionalmente, ne fa un sinonimo di beneficenza. Andare verso gli altri per aiutarli, per dare loro una mano con spirito altruistico. È la norma sociale del dono o norma dell'altruismo (B. Cattarinussi, 1991) come dovere sociale, che si riferisce alla persona e vale soprattutto nelle relazioni interpersonali. Non può essere utilizzato a livello societario, perché manca di una definizione del bene comune. A livello dell'intera società, ossia per ogni e qualunque suo ambito, non si può sostenere che una persona è solidaristica (ovvero si regola in base al bene comune) quando e perché dona qualche cosa. Se un'azienda dovesse regolarsi in termini di solidarietà in questo senso, ossia solo con motivazioni di beneficenza, non resisterebbe due giorni sul mercato. Quindi questo significato è parziale. Per quanto esso conservi validità in un suo ambito di relazioni intersoggettive, se viene utilizzato in modo generalizzato appare del tutto insufficiente, specie allorché si richiedono forme più complesse e organizzate di solidarietà, che vanno oltre la sfera privata e riguardano l'agire delle istituzioni.

3) La terza concezione è quella della solidarietà nel senso di mettersi assieme per condividere degli ideali o degli interessi (che possono essere universalistici o particolari), e per renderne più efficace la promozione. Solidarietà nel senso generico di socius. Indubbiamente questo concetto ha qualche cosa di vicino ad un significato relazionale di bene comune, ma certamente non ne coglie tutto il dinamismo interno: è un pensare a individui isolati che si riuniscono per mettere in comune qualcosa. Ma si può trattare anche di qualcosa di egoistico. Questa, dunque, è un'immagine insufficiente per definire la categoria del bene comune inteso come solidarietà, perché riflette un individualismo metodologico che è notoriamente incapace di dar conto delle relazioni come tali, anche se il concetto di "condivisione" ha una sua validità e può ben essere usato da un certo punto di vista.

4) Un quarto significato di solidarietà è quello che ne fa un sinonimo di giustizia o di equità nella distribuzione dei beni. Lo Stato, per esempio, è solidaristico se, in questo senso, si preoccupa della giustizia nella distribuzione dei beni verso i poveri, gli indigenti, chi è svantaggiato, ecc., in breve se non è sordo davanti ai bisogni di chi ha di meno, di chi non ha il necessario. Anche questo concetto è parziale, in quanto si riferisce alla dimensione redistributiva delle risorse. Di fatto, rischia spesso di essere confuso con una sorta di «beneficenza a livello sistemico», ossia organizzata e regolata da parte dello Stato. La concezione dello Stato socialdemocratico e dello Stato delle assicurazioni sono state appunto queste: una soluzione per poter compensare situazioni di carenza o di svantaggio mettendone la responsabilità sulla collettività anonimamente intesa. È il ben noto principio di compensazione e inclusione dei moderni welfare states.

Tutte queste concezioni di solidarietà sono importanti nel loro ambito, ma diventano concezioni specifiche, con senso limitato. Il concetto di organicità richiama il valore simbolico universalistico della «famiglia umana». Il concetto di beneficenza richiama la norma dell'altruismo come regola e dovere sociale. Il concetto di condivisione di ideali o interessi mette l'accento sul fatto associativo. Il concetto di giustizia o equità significa l'esigenza di una redistribuzione dei mezzi o risorse materiali che servono per vivere.

Sul piano concreto delle politiche sociali, queste concezioni valgono in casi e ambiti di applicazione che sono ristretti.

Se si vuole parlare della solidarietà come base di un bene comune dell'intera società, dell'intera comunità politica, occorre che, al di là di tali concezioni, la solidarietà diventi un valore e un mezzo simbolico generalizzato che deve servire per lo scambio fra tutti i sottosistemi della società, dentro e fuori delle politiche pubbliche in senso stretto.

Al pari del denaro, del diritto, del potere, dell'influenza e di altri mezzi simbolici generalizzati di interscambio, la solidarietà deve diventare un valore che circola in tutta la società ed è riconosciuto da tutti, anche se prende forme diverse nei diversi ambiti di vita, di lavoro e di relazione sociale.

2.4.

Per ragioni di chiarezza sarà dunque opportuno sintetizzare e schematizzare il discorso sulla solidarietà. La solidarietà si differenzia in varie forme:

• quelle del mercato (per esempio delle corporations, dei contratti di solidarietà, ecc.),

• quelle dello Stato (per esempio fiscale),

• quelle delle associazioni (soprattutto come appartenenza, come membership) e

• quelle di «mondo vitale» (intersoggettiva, più occasionale o più stabile come nelle comunit&agrav